Nel giugno del 2022 la Corte Suprema degli Stati Uniti, a super-maggioranza conservatrice, ha rovesciato la sentenza Roe v. Wade del 1973, che sanciva l’esistenza di un diritto all’aborto garantito dalla Costituzione. Da allora, il movimento pro-abortista ha raccolto diversi successi a livello statale, anche in territori molto diversi fra loro. Con il tema al centro della campagna elettorale, e protagonista di almeno altre cinque iniziative referendarie statali a novembre, i democratici sperano di incanalare l’energia popolare e trasformarla in voti per il loro ticket presidenziale.
Il 10 giugno 2024 Donald Trump è apparso, tramite l’invio di un breve video pre-registrato, a un evento del Danbury Institute, una coalizione di associazioni religiose che ha come scopo principale l’“eradicazione completa” dell’aborto. Fra i consueti richiami alla difesa delle “tradizioni” e gli attacchi ai democratici, il tema che avrebbe dovuto essere al centro dell’incontro ha invece brillato per la propria assenza. Trump si è limitato a ricordare i tre giudici conservatori della Corte Suprema da lui nominati, aggiungendo semplicemente che durante la sua amministrazione “sono state fatte cose che nessuno pensava fossero possibili”. Il richiamo a Dobbs v. Jackson Women’s Health Organization, nome proprio della storica sentenza con cui nel 2022 la Corte Suprema a super-maggioranza conservatrice ha rovesciato quella Roe v. Wade che stabiliva il diritto all’aborto a livello federale, è piuttosto ovvio. Ma il linguaggio implicito dell’ex-Presidente dimostra anche altro: Trump è consapevole che il trionfo del movimento antiabortista nel 2022 potrebbe aver reso il diritto all’aborto il principale punto debole dei repubblicani in vista delle elezioni nel 2024.
La sentenza Dobbs v. Jackson non ha sancito la fine dell’aborto negli Stati Uniti. Anzi, le statistiche mostrano che la pratica è aumentata di oltre il 10% dal 2020 al 2023, in gran parte grazie alle pillole abortive e alla decisione presa dalla Food and Drug Administration (FDA) durante la pandemia di non richiedere più la presenza in persona di un medico o di personale clinico per la loro distribuzione. Si stima che oggi circa i due terzi delle interruzioni di gravidanza negli Stati Uniti vengano effettuate tramite pillole, in molti casi ricevute appunto per via postale. Ciò che la Corte Suprema ha fatto nel 2022, invece, è stato eliminare l’accesso all’aborto in quanto diritto federale. Nell’opinione di maggioranza, scritta dal controverso Giudice Samuel Alito, si legge che l’interpretazione della Costituzione fatta dalla Corte nel 1973, che aveva incluso il diritto all’aborto fra le libertà garantite dal XIV emendamento, è stata “un errore madornale”. Con il venir meno della garanzia costituzionale, il tema è stato quindi rimesso “al popolo tramite i suoi rappresentanti eletti”, ovvero ai singoli stati che compongono la federazione. Ne risulta oggi un panorama estremamente variegato e frammentato. In 14 Stati vige un divieto praticamente totale, con la sola eccezione del pericolo di vita per la madre. Oltre ai piuttosto ovvi casi nel profondo sud (Texas, Alabama, Mississippi fra gli altri), si registrano anche i divieti in Idaho, Indiana, Nord e Sud Dakota. Quattro stati, Florida, Georgia, Carolina del Sud e Iowa, hanno poi imposto una scadenza a sei settimane di gestazione, che in molti casi corrisponde, de facto, a un divieto totale. Dall’altro lato ci sono molti stati a guida liberale, ad esempio New York, California, Oregon, Colorado, che hanno ampliato l’accesso all’interruzione di gravidanza tramite protezioni legali, programmi di finanziamenti o leggi note come Shield Laws, volte a tutelare gli operatori sanitari che inviano pillole abortive in stati in cui la pratica è vietata. Alcuni Stati hanno, poi, cementato il diritto all’aborto nelle loro Costituzioni tramite referendum popolari. È stato il caso, ad esempio, della California e del Michigan, in cui le campagne per l’approvazione degli emendamenti sono state sostenute dai Governatori Newsom e Whitmer rispettivamente.

Se in seguito alla sentenza Dobbs molti governatori repubblicani non hanno esitato ad implementare misure estreme, ciò contrasta decisamente con l’approccio del partito a livello federale. Mentre nel 2016 e 2020 il partito si dichiarava apertamente favorevole a un divieto federale oltre le 20 settimane di gestazione, il G.O.P. di oggi opta per lasciare la spinosa questione nelle mani degli stati. Lo stesso Trump, dopo aver flirtato in passato con un divieto su scala nazionale, sembra oggi essere soddisfatto dello status quo post-Dobbs. Il dilemma dei repubblicani non è certo senza precedenti, e si può riassumere nella necessità di galvanizzare la propria base senza allontanare quegli elettori incerti che potrebbero fare la differenza alle elezioni. Problema di difficile soluzione in un paese in cui, nonostante la forte polarizzazione dell’attuale momento storico, il diritto all’aborto gode di una sostanziosa maggioranza di opinione pubblica favorevole. Oltre ai sondaggi su scala nazionale, ciò è chiaro anche dai sei referendum statali degli ultimi due anni, tutti vinti dalla parte più favorevole all’aborto. Perfino in Stati fortemente conservatori come Kansas e Kentucky gli elettori hanno respinto proposte che avrebbero esplicitato l’assenza del diritto all’aborto nelle rispettive costituzioni, anche se molti liberali probabilmente aggrotterebbero le sopracciglia di fronte alla tattica degli attivisti di equiparare il divieto all’aborto con gli ordini governativi su vaccini e mascherine in tempo di pandemia.
Per quanto promettente, la strada dei referendum popolari per proteggere il diritto all’aborto non è però percorribile fino in fondo. Infatti, solo 24 Stati su 50 prevedono la possibilità per i cittadini di presentare quesiti referendari tramite raccolte di firme. Ciò in cui i democrati sperano è che tali iniziative possano incoraggiare l’affluenza degli elettori alle urne, cosa che, si presuppone, aumenterebbe i voti per il loro ticket presidenziale. In effetti, secondo un sondaggio della Gallup, il dibattito sull’aborto non è mai stato così influente sull’orientamento di voto come oggi: il 23% degli elettori pro-aborto dichiara infatti che voterà per un candidato solo a patto che quest’ultimo condivida la loro posizione sul tema (un aumento significativo rispetto al 17% nel periodo 2022-2023). Già in cinque Stati le elezioni presidenziali di novembre saranno accompagnate da un referendum promosso da associazioni pro-aborto, e in altri cinque dovrebbero essere ufficializzati presto. Ed anche se nulla potrà portare alla vittoria democratica in Arkansas, Missouri o Montana, il movimento pro-aborto potrebbe essere una risorsa importante in Arizona, Nevada e, secondo alcune ipotesi forse troppo lusinghiere, addirittura in Florida.
Nel frattempo, la questione è stata messa al centro della campagna elettorale democratica. Già dalle midterms del 2022 i riferimenti al diritto all’aborto nelle pubblicità del partito risultavano quintuplicati rispetto a due anni prima. Il Presidente Biden stesso ha attaccato duramente la Corte Suprema e i repubblicani per aver tolto un “diritto fondamentale” agli americani (affermazione distante anni luce, fra l’altro, dalle posizioni del Senatore Biden all’inizio della sua lunga carriera politica). In seguito al passo indietro del presidente, sono molti i papabili alla candidatura democratica che hanno fatto della protezione dell’aborto una delle loro bandiere. Non è da meno la Vicepresidente Kamala Harris, al momento la favorita per guidare il ticket democratico, che, a marzo 2024, ha visitato una clinica di Planned Parenthood in Minnesota, primo caso nella storia americana di visita ufficiale di un Vicepresidente in carica a un fornitore di aborto. Visti i tempi brevissimi che avrà il sostituto di Biden per imbastire una campagna elettorale efficace, è lecito presupporre che i democratici non vorranno farsi sfuggire uno dei pochi temi in cui sembrano avere il coltello dalla parte del manico.

