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04/03/2025
Cina e Indo-Pacifico, Stati Uniti e Nord America

La Cina risponde ai dazi imposti da Trump: un nuovo capitolo della guerra fredda economica

di Martina Bolzonello e Lisa Duso

Il 4 febbraio sono entrati in vigore i nuovi dazi imposti dall’amministrazione Trump sulle esportazioni cinesi, segnando un’ulteriore escalation nella competizione economica tra le due maggiori potenze mondiali. La Cina, come previsto, non ha tardato a reagire, adottando misure di ritorsione che confermano il carattere strategico e politico di questa guerra commerciale. Le tensioni tra Stati Uniti e Cina si sono trasformate in una guerra fredda economica, con conseguenze che si riflettono su mercati, aziende e consumatori a livello globale.

Il 4 febbraio sono entrati in vigore i nuovi dazi imposti dall’amministrazione Trump sulle esportazioni cinesi, segnando un’ulteriore escalation nella competizione economica tra le due maggiori potenze mondiali. La Cina, come previsto, non ha tardato a reagire, adottando misure di ritorsione che confermano il carattere strategico e politico di questa guerra commerciale. Le tensioni tra Stati Uniti e Cina si sono trasformate in una guerra fredda economica, con conseguenze che si riflettono su mercati, aziende e consumatori a livello globale.

Dal 2018 l’amministrazione Trump ha adottato una strategia economica orientata al protezionismo, con l’obiettivo di ridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti, contrastare le pratiche ritenute sleali della Cina e incentivare la rilocalizzazione della produzione industriale sul suolo americano. In particolare, Trump ha avviato una serie di tariffe punitive sui beni importati dalla Cina, accusando il governo di Pechino di furto della proprietà intellettuale, dumping e sussidi illegali alle proprie industrie. Accuse che hanno portato all’imposizione di dazi su oltre 250 miliardi di dollari di prodotti cinesi, tra cui quelli nei settori tecnologico, nell’elettrodomestica, nell’alluminio e nell’acciaio. 

Nel 2019, la Casa Bianca ha ampliato le tariffe, colpendo ulteriori 300 miliardi di dollari di beni cinesi, portando le tariffe medie sulle importazioni dalla Cina a circa il 21%. La Cina, dal canto suo, aveva risposto imponendo controdazi sui prodotti americani, colpendo in particolare l’agricoltura, l’industria manifatturiera e il settore automobilistico. Nel gennaio 2020, i due Paesi hanno firmato l’accordo commerciale “Phase One”, in cui Pechino s’impegnava ad aumentare le importazioni di beni statunitensi di 200 miliari di dollari in due anni. Tuttavia, la pandemia COVID-19 e le tensioni geopolitiche hanno impedito il pieno raggiungimento degli obiettivi dell’accordo. 

Con l’elezione di Joe Biden nel 2020, molti osservatori si aspettavano un cambio di rotta nella politica commerciale con la Cina. Tuttavia, l’amministrazione Biden ha mantenuto gran parte dei dazi imposti da Trump, riconoscendo che la competizione economica con Pechino rappresenta una sfida strategica per gli Stati Uniti. Sebben Biden abbia evitato l’adozione di nuove tariffe, ha puntato su una strategia più diplomatica e multilaterale, cercando di rafforzare le alleanze con l’Unione Europea e i partner asiatici per fare pressioni sulla Cina. L’amministrazione Biden ha promosso anche investimenti interni attraverso l’Inflation Reduction Act e il CHIPS and Science Act che incentivano la produzione nazionale di semiconduttori e tecnologia avanzata per ridurre la dipendenza dalla Cina. 

Nel 2023, l’amministrazione Biden ha introdotto nuove restrizioni sulle esportazioni di tecnologia avanzata verso la Cina, in particolari sui semiconduttori e sull’intelligenza artificiale, con l’obiettivo di limitare il progresso tecnologico militare di Pechino. Queste misure hanno accentuato la competizione tra le due potenze e hanno spinto la Cina a rafforzare la propria autosufficienza tecnologica. Con il ritorno di Trump alla Casa Bianca, la politica commerciale degli Stati Uniti ha subito cambiamenti significativi rispetto all’approccio adottato nella precedente amministrazione. 

Uno degli strumenti principali di questa politica è stata proprio l’imposizione di dazi sulle importazioni cinesi, una misura volta non solo a riequilibrare la bilancia commerciale, ma anche a esercitare pressione sulla Cina in un contesto di crescente rivalità economica e tecnologica tra le due superpotenze. L’inasprimento delle tariffe doganali ha avuto un impatto significativo sui settori strategici dell’economia cinese, colpendo in particolare la manifattura avanzata, l’industria tecnologica e le esportazioni di materie prime essenziali. Queste misure sono state giustificate dall’amministrazione statunitense con l’accusa alla Cina di pratiche anticoncorrenziali, furto di proprietà intellettuale e sussidi statali a industrie chiave, ritenute in grado di distorcere il mercato globale. 

La risposta cinese è arrivata prontamente tramite l’introduzione di dazi su beni strategici per l’export statunitense, tra cui gas naturale liquefatto, carbone e minerali critici. Ma la controffensiva cinese non si è limitata alle tariffe: il governo, infatti, ha adottato misure restrittive nei confronti di aziende americane. Google, ad esempio, è finita nel mirino di un’indagine antitrust con l’accusa di violare le leggi antimonopolio cinesi. Sebbene il motore di ricerca di Google non sia effettivamente operativo in Cina dal 2010, la società mantiene una presenza nel settore della pubblicità online. Un altro esempio simile ha riguardato i marchi di moda statunitensi Calvin Klein e Tommy Hilfiger, i quali sono stati inseriti nella lista delle “entità inaffidabili” per presunto boicottaggio del cotone proveniente dalla regione dello Xinjiang. Ciò è interpretabile come un segnale della volontà cinese di colpire aziende occidentali considerate ostili. 

In realtà, le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina hanno ripercussioni dirette sulle economie di entrambi i Paesi e sui mercati globali. L’aumento dei dazi comporta un incremento dei costi di importazione, che si riversa sui consumatori sotto forma di prezzi più alti, contribuendo all’inflazione. Inoltre, le aziende con catene di approvvigionamento globali si trovano a fronteggiare costi di produzioni maggiori, riducendo la loro competitività internazionale. L’instabilità derivante da questa guerra fredda economica incide anche sugli investimenti e sulla fiducia dei mercati, con effetti a cascata come la tecnologia, l’energia e la manifattura. 

Ovviamente, le tensioni tra Cina e Stati Uniti non riguardano solamente questioni commerciali; gli Stati Uniti, infatti, hanno accusato la Cina di favorire il traffico di Fentanyl in territorio statunitense, una crisi che ha avuto un impatto devastante sulla società americana. La Cina, da parte sua, ha intenzione di richiamare l’attenzione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), sostenendo che i nuovi dazi degli Stati Uniti violano le regole del commercio internazionale e rappresentano un atto di protezionismo mascherato da preoccupazioni per la sicurezza mondiale. Pechino ha respinto fermamente le accuse sul traffico di Fentanyl, sostenendo di aver implementato rigide restrizioni alla produzione e all’export di precursori chimici. Secondo il governo cinese, Washington sta cercando un capro espiatorio per la crisi delle overdosi, invece di affrontare il problema con riforme interne e misure di prevenzione adeguate.

Questa guerra fredda non si gioca solamente sul piano delle tariffe, ma anche su quello della tecnologia e delle alleanze strategiche. La competizione per la supremazia industriale e commerciale si riflette nelle politiche di sussidi ai settori tecnologici, nelle restrizioni all’export di semiconduttori e nella corsa al dominio dell’intelligenza artificiale. La guerra dei dazi è dunque solo un tassello di una competizione più ampia che ridefinirà gli equilibri geopolitici nei prossimi anni. Entrambi i Paesi stanno infatti cercando di riscrivere le regole del commercio globale a proprio vantaggio, mentre le tensioni continuano a generare incertezza nei mercati e tra i partner internazionali.

Il futuro della competizione globale dipenderà dalla capacità delle due potenze di gestire le loro divergenze senza compromettere la stabilità economica mondiale. Nel frattempo, il resto del mondo osserva con attenzione, consapevole che le scelte di Washington e Pechino avranno ripercussioni ben oltre i loro confini.

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