Dal mese di febbraio è stata messa alla prova l’economia mondiale a causa dei nuovi ordini esecutivi firmati dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Le tariffe annunciate hanno subito avuto un effetto immediato sulle borse mondiali, le quali sono crollate sia in Europa sia in Asia. Se è vero che i dazi annunciati da Trump hanno generato tensioni nei differenti paesi, è vero anche che la Cina di Xi Jinping ha reagito meglio di quanto la Casa Bianca aveva previsto.
Ma cosa sono i dazi? E quali effetti hanno? Il dazio è uno strumento di politica commerciale a disposizione degli Stati e si tratta di una tassa sull’importazione di beni prodotti in Paesi diversi da quello che l’ha imposta, provocando un aumento dei costi di importazione e, di conseguenza, dei prezzi di acquisto di questi, o di quelli che li richiedono come input. L’obiettivo del dazio è principalmente quello di rendere più competitive le imprese domestiche, o in alternativa anche più semplicemente quello di generare guadagno allo Stato in questione. Da questo, si comprende la mossa del Presidente degli Stati Uniti di incentivare i produttori stranieri ad esercitare la loro attività nel territorio statunitense e assumere lavoratori americani, sebbene quest’ultimo obiettivo non si traduca necessariamente in un incremento del lavoro per una serie di motivi. Gli effetti dei dazi, tuttavia, dipendono dalle reazioni dei diversi Paesi coinvolti e dalle strategie che decidono di adottare per gestire la situazione. La Cina, in particolare, ha risposto in modo deciso e inflessibile, dimostrando sicurezza nelle proprie posizioni
Il contesto
A partire dal 2018, l’Amministrazione Trump ha avviato una politica commerciale fortemente protezionistica imponendo una serie di dazi contro la Cina, accusata di pratiche scorrette. I provvedimenti colpirono acciaio e alluminio, seguiti da tariffe su beni cinesi. In risposta, Pechino presentò un ricorso alla World Trade Organization contro le misure protezionistiche americane. La WTO accolse positivamente il ricorso e stabilì che i dazi aggiuntivi imposti dagli Stati Uniti contro la Cina erano contrari alle regole internazionali del commercio. Questa prima escalation si concluse temporaneamente nel gennaio 2020 con la firma dell’accordo “Phase One”. Questa escalation di dazi ha avuto differenti conseguenze sull’economia globale. Nonostante l’accordo, le relazioni commerciali tra i due Paesi rimasero tese e, con l’arrivo dell’amministrazione Biden, gran parte dei dazi imposti da Trump fu mantenuta, segnalando una sostanziale continuità nella politica commerciale statunitense verso Pechino.
Tornato alla Casa Bianca nel 2025, Trump ha rilanciato la sua agenda protezionistica, firmando il 4 febbraio un ordine esecutivo che impone un dazio del 10% su tutte le importazioni negli Stati Uniti. Il 4 marzo, i dazi sulle merci provenienti da Cina e Hong Kong sono stati innalzati al 20%, e il 2 aprile sono stati introdotti dazi reciproci specifici per Paese, con l’obiettivo dichiarato di ridurre il deficit commerciale americano. La Cina è stata particolarmente colpita, con un’aliquota del 34%, a cui ha risposto imponendo dal 10 aprile un dazio identico del 34% sui beni “Made in USA”. Di fronte alla controffensiva cinese, l’Amministrazione Trump ha reagito con fermezza, incrementando i dazi sulle merci cinesi all’84%, per poi portarli rapidamente al 125%. Pechino, dal canto suo, ha adeguato le proprie tariffe, raggiungendo anch’essa il 125%, e dichiarando di non voler oltrepassare questo livello. Nel frattempo, Washington ha concesso una sospensione di 90 giorni dei dazi reciproci per gli altri Paesi, confermando però la linea dura esclusivamente nei confronti della Cina, alimentando nuove tensioni commerciali a livello globale. Sebbene i negoziati recenti tra Washignton e Pechino si siano conclusi con un piano per implementare gli accordi di Ginevra, la stabilità della tregua rimane un punto di domanda.
Gli assi nella manica
Già dalla prima amministrazione Trump, gli Stati Uniti hanno fatto ricorso ai dazi per contrastare le politiche commerciali di Pechino. Alla luce di ciò, la recente escalation rischia di rendere il commercio nella sua forma attuale economicamente insostenibile fra la Cina e gli Stati Uniti, il che aumenta il rischio di una possibile recessione. I settori colpiti dai dazi sono molteplici, inclusi settori chiave come l’aeronautica, semiconduttori, agricoltura. La Cina può tuttavia fare ricorso a assi nella manica, che la contraddistinguono dal resto dei paesi colpiti dai dazi americani: terre rare, rapporti multilaterali e il debito americano.
La Cina ha differenti giacimenti attivi per l’estrazione di terre rare. L’importanza di tali risorse non risiede nella quantità dei giacimenti, piuttosto nella tipologia di esse. Pechino, infatti, possiede il 90% delle terre rare grezze: una risorsa strategica di primaria importanza, al centro della competizione globale. Questi elementi sono fondamentali per differenti settori industriali. Come riportato dal New York Times, il governo cinese il 16 aprile ha bloccato la continua esportazione di sei metalli pesanti appartenenti alle terre rare. Questa mossa, in risposta alle politiche tariffarie messe in atto dall’amministrazione Trump, risulta essere definitiva. I materiali presi in considerazione potranno essere esclusivamente esportati sotto una licenza eccezionale. Questa presa di posizione ha destato non poche preoccupazioni per le aziende statunitensi, fra cui un settore particolarmente coinvolto è quello della difesa.
Il settore delle terre rare permette di agganciarsi ad un’altra caratteristica, il rapporto multilaterale con vari paesi. Il 30 marzo scorso Xi Jinping, in seguito ai primi dazi annunciati dalla Casa Bianca, si è recato nel Sud-Est asiatico, dove si è impegnato a costruire relazioni con Vietnam, Cambogia e Malesia. Nel medesimo mese, il ministro degli esteri cinese ha avuto un costruttivo confronto con i rispettivi omologhi giapponese e sudcoreano, a Tokyo, impegnandosi a rafforzare la cooperazione trilaterale, e promuovere la condivisione dei “valori asiatici” e il libero commercio, di fronte alle pressioni commerciali provenienti dagli Stati Uniti. L’8 aprile scorso si è svolta una telefonata particolarmente significativa fra il premier cinese Li Qiang e la presidente della commissione europea, Ursula von der Leyen, i quali hanno evidenziato come il 2025 segni il cinquantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche fra la Cina e l’Unione Europea. Entrambi, hanno espresso preoccupazione per l’escalation tariffaria protratta da Washington, oltre a confermare la difesa per un commercio multilaterale difeso da principi di equità e giustizia e l’importanza della loro cooperazione. Pechino sta dunque intensificando gli sforzi per rafforzare i rapporti con diversi attori globali, con l’obiettivo di ridurre l’influenza americana. Tuttavia, non tutti sono allineati con la politica cinese: l’Australia ha rifiutato l’offerta di unirsi con la Cina contro la politica dei dazi avviata da Trump, sostenendo che non adotterà ritorsioni ma cercherà di avviare ulteriori negoziati con la Casa Bianca.
Un ultimo strumento, ma non per importanza, è sicuramente il debito americano. Infatti, la potenza cinese possiede una buona fetta (circa 760 milioni nel 2024) dell’immenso debito americano, che supera i 36 mila miliardi di dollari. La Cina potrebbe trasformare i titoli del Tesoro statunitense in un’arma, vendendole, ad un prezzo inferiore e, così facendo, svaluterebbe il dollaro. Tuttavia questa rappresenta un’arma a doppio taglio poiché la stessa Cina ne subirebbe le conseguenze: svalutando i suoi asset in dollari e rafforzando lo yuan, vi sarebbe un impatto negativamente sia sulla produzione economica globale che quella interna, rendendo le esportazioni cinesi solo più costose.
La stessa potenza cinese ha portato a febbraio il valore dei suoi investimenti Treasuries americani ai minimi dal 2009. Infatti la Cina, nelle ultime settimane, ha cercato di ridurre la sua partecipazione ai titoli del Tesoro americano per limitare la sua dipendenza dal dollaro e realizzare il sogno del Dragone: sostituire la valuta americana con lo yuan, quella cinese, come valuta di riserva globale. Con quest’ultimo termine si va ad indicare una valuta detenuta dalle banche centrali dei differenti paesi, utilizzata nel momento in cui ci si trova in una situazione di crisi della bilancia dei pagamenti. Si menzioni che questo sogno cinese rientra tra i progetti ambiti dai BRICS: non a caso durante il vertice dei BRICS di Kazan, nella Repubblica russa del Tatarstan, si è discusso della nuova valuta. Considerata la posizione della Cina come la più grande economia dei BRICS, ci si aspetta che sia proprio lo yuan ad avere un ruolo dominante in questo paniere di valute.
L’approccio della Cina a questi nuovi dazi riflette una consapevolezza dei mezzi a propria disposizione per affrontare le tensioni commerciali con Washington, tra questi la necessità di assicurarsi alleati caso in cui si verifichi un ulteriore inasprimento delle tensioni. È chiaro che Pechino intende rafforzare la propria economia e resistere alle pressioni unilaterali degli Stati Uniti, facendo leva sui propri strumenti nonostante le possibili ripercussioni sull’economia globale, e monitorando attentamente le mosse della Casa Bianca.

