05/11/2026
Cina e Indo-Pacifico

Il registro degli errori

di Giuseppe Conte

Dei tre pezzi che ho scritto su questo viaggio, questo è quello che avrei preferito non dovere scrivere. Contiene l'elenco delle cose che ho pensato prima di verificarle e che si sono rivelate false.

Le ipotesi sbagliate sulla Cina (e quelle che non lo erano del tutto)

La vetrina che non era una vetrina

Dieci anni fa ero già stato a Pechino ed avevo avuto una sensazione di sicurezza. All’epoca, da conversazioni con tassisti e commesse, condotte con circospezione ed attraverso filtri linguistici notevoli, mi ero convinto che si trattasse di una condizione specifica della capitale e di poche altre grandi città, costruita per ragioni di immagine. Fuori, nei centri minori, sarebbe stato un altro Paese.

Quest’estate la stessa impressione di sicurezza assoluta si è ripetuta identica su otto città molto diverse tra loro: la Chongqing caotica e verticale, i vicoli notturni di Chengdu, i giardini di Guilin, i villaggi. Vita notturna ovunque, senza segni di allerta; in sedici giorni non ho sentito una sola sirena della polizia. A Chongqing abbiamo conosciuto un ragazzo che si è presentato come minorenne e viaggiava da solo con lo zaino leggero, faceva videochiamate alla madre per presentarci e non aveva alcun timore; la sua famiglia neppure: l’autonomia concessa riguardava la percezione di sicurezza dei genitori e non solo del ragazzo. Il medesimo ragazzo, poco dopo, ci ha detto che voleva andare in America, perché per lui la libertà è quella. Una sola voce, un adolescente che parlava a due occidentali: non ne traggo nulla di generale. Ma la distinzione che faceva senza accorgersene è esatta. Sentirsi al sicuro nel proprio Paese e immaginare la libertà altrove non sono in contraddizione.

I dati confermano: il tasso di omicidi cinese è inferiore a 0,6 per 100.000 nell’ultima rilevazione UNODC disponibile (2020), contro valori superiori a 5 negli Stati Uniti.

Non è però il ritratto di un Paese disciplinato in tutto: infrazioni stradali, file non rispettate e piccole inciviltà sono diffuse, segno che la deterrenza agisce sul reato, non sul comportamento.

L’ipotesi della vetrina, che avevo portato con me per dieci anni, era sbagliata. O si è estesa al punto da non essere più una vetrina, ma è quasi la stessa cosa.

Sulle cause avevo due candidati. Il primo è il più visibile: telecamere ovunque, uniformi diffuse. La guida di Guilin ne ha formulato il meccanismo senza che glielo chiedessi: non ha senso rubare se si viene identificati subito. In questa lettura la deterrenza non nasce dalla probabilità della punizione, ma dalla sua certezza. Il secondo candidato era un’intuizione del primo giorno, precedente a qualsiasi testimonianza: la scomparsa del contante (in Cina si paga ormai quasi soltanto con applicazioni mobili). Se non circola denaro fisico, il reato predatorio perde l’oggetto principale.

Entrambe le ipotesi hanno resistito alle verifiche successive, ma nessun dato riesce a separarle.

Lo stesso nodo si ripresenta in piccolo. Dieci anni fa, a Pechino, i motorini elettrici avevano la batteria rimovibile, da portare in casa; oggi non ne ho vista una. La guida di Guilin me lo ha spiegato con le telecamere: nessuno ruba più. Nel contempo, le norme antincendio hanno vietato di ricaricare le batterie dentro gli edifici e sono comparse molte colonnine. Anche qui, due spiegazioni che portano allo stesso risultato.

Resta un dato su come la sorveglianza viene percepita. Un’indagine comparata condotta nel 2019 su Cina, Germania, Regno Unito e Stati Uniti ha trovato tra i cinesi l’accettazione più alta del riconoscimento facciale e tra i tedeschi la più bassa. Con una cautela: il campione era on-line, in un contesto dove la risposta sincera a una domanda sul governo non è scontata.

A Shanghai ho visto un mendicante con un QR code appeso al collo: l’inclusione digitale ha raggiunto l’ultimo gradino della scala sociale e con essa la tracciabilità ha raggiunto la transazione più informale che esista.

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Il documento all’ingresso del museo

Che gli aeroporti chiedano il documento d’identità non sorprende. Che lo chiedano le stazioni ad ogni accesso al binario non è usuale, ma si può capire, anche per analogia. Però lo chiedevano anche musei, parchi e templi a pagamento: al tempio di Confucio di Pechino, per esempio, all’ingresso hanno voluto il passaporto e ne hanno registrato qualcosa. Sommato al pagamento elettronico ed alle telecamere, mi era sembrato il tassello di un disegno: la logica non era la sicurezza, ma la completezza del dato, per cui ogni spostamento era registrato.

La verifica la indebolisce, ma non la chiude. La prenotazione nominativa nei siti turistici è un’eredità della pandemia: nata per contingentare gli ingressi, è sopravvissuta come arma contro i bagarini, che accaparravano le prenotazioni per rivenderle. Al tempio di Confucio ogni persona può prenotare un solo biglietto al giorno e il controllo all’ingresso serve a verificare che chi entra sia il titolare. Nell’estate del 2024 Pechino, Shanghai, Hangzhou, Canton ed altre città hanno abolito la prenotazione obbligatoria per gran parte delle attrazioni. È rimasta dove le folle la giustificano: la Città Proibita, il Museo Nazionale. Il biglietto legato al documento, però, è rimasto anche dove né folle né bagarini sembrano giustificarlo.

La spiegazione amministrativa copre il meccanismo, ma non basta a escludere l’uso che se ne può fare. Resta in piedi la capacità: documento, pagamento elettronico e telecamere rendono i movimenti ricostruibili in linea di principio, qualunque sia l’intenzione.

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Le ragazze in abito tradizionale

In quasi tutte le città abbiamo visto ragazze fotografarsi in abiti tradizionali, con un’offerta commerciale insistente. Ne avevo tratto una lettura che mi sembrava solida: riappropriazione identitaria, nazionalismo culturale veicolato per via estetica, il Partito che estende la propria legittimazione dalla rivoluzione alla continuità storica.

Per un po’ mi è sembrato di doverla abbandonare. La guida di Pechino l’ha qualificata come una moda e basta; quella di Guilin la descriveva come un servizio per turisti, finalizzato alle fotografie sui social media. Ed a Shanghai il fenomeno non c’era. Il costume si noleggiava dove il contesto lo giustificava visivamente: città imperiali, siti storici, paesaggi tradizionali. Un abito Ming davanti allo skyline di Pudong non produceva la fotografia che il servizio vendeva.

Rileggendo le evidenze una per una, però, nessuna distingue davvero fra le due letture. Le guide descrivono ciò che fanno le ragazze, non la cornice in cui lo fanno. Ed anche un fenomeno identitario si manifesterebbe davanti ai templi, non davanti ai grattacieli.

Il dettaglio che mi era sfuggito in una prima lettura era a Chongqing. Lì le ragazze non vestivano l’abito imperiale, bensì costumi di foggia diversa, con veli e vistose corone d’argento: verosimilmente quelli della minoranza Miao. Una moda, certo. Ma anche, alla lettera, la cornice che lo Stato promuove. Dal 2018 la Lega della Gioventù Comunista celebra un «giorno del costume cinese»: non l’abito Han, bensì tutti gli abiti tradizionali come patrimonio di un’unica nazione. Il movimento era nato nei primi anni Duemila come sottocultura in controtendenza; è stato assorbito dalla cultura ufficiale e la sua commercializzazione fa parte dell’assorbimento.

Ciò che è caduta, dunque, è l’ipotesi sull’intenzione: nessuna di quelle ragazze, verosimilmente, faceva una dichiarazione politica. Ciò che resta in piedi è l’ipotesi sulla cornice: un mercato che prospera dentro un nazionalismo morbido promosso dall’alto. L’errore non era l’ipotesi; era l’alternativa secca fra politico e commerciale.

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Chi ripara cosa 

Chongqing è la città che più mi ha impressionato come impresa costruttiva. Liberation Square regge il confronto con Times Square (e forse è superiore). Il suo skyline direzionale regge il confronto con quello di Manhattan ed è stato realizzato su un terreno scosceso, alla confluenza di due fiumi: un problema ingegneristico che a Manhattan non esiste. La capacità di costruire in fretta e su vasta scala è reale e non riducibile a facciata.

Proprio lì, però, ho notato i primi segni di una costante. Tratti dell’illuminazione del ponte principale con LED fulminati e mai sostituiti. E poi asciugatori dei bagni pubblici che si accendono e si spengono subito. In generale, scarsa manutenzione.

Ne avevo ricavato che il sistema cinese fosse ottimizzato per costruire e non per mantenere: costruire genera PIL e carriere, mantenere è costo puro e non premia nessuno.

Poi ho formulato una seconda ipotesi: si mantiene ciò che ha valore rappresentativo o commerciale. Anche questa è caduta, su controesempi che ho trovato io stesso. La Città Proibita ha la massima strategicità turistica, ma non è impeccabile nella manutenzione. Il tempio buddista centrale di Shanghai, invece, è ad accesso libero, non incassa un biglietto ed è restaurato benissimo da devoti che lo finanziano.

Terza ipotesi, che regge meglio: la variabile è la capacità amministrativa e fiscale dell’ente che ne risponde. Shanghai è impeccabile perché è ricca ed efficiente.

Resta fuori un pezzo che il Comune non governa: i condominii. Gli edifici residenziali, quasi tutti con meno di quarant’anni, non mostrano degrado strutturale; mostrano però condizionatori montati con le tubazioni a vista, balconi chiusi da verande ciascuna diversa dall’altra, parti comuni trascurate. Qui la variabile è un’altra. Dal 1998 chi compra casa versa una quota in un fondo di manutenzione custodito dall’amministrazione locale. Per usarlo servono però il consenso della maggioranza dei proprietari, i preventivi e l’approvazione pubblica: mesi, a volte anni. I soldi ci sono; manca qualcuno a cui le parti comuni appartengano abbastanza da occuparsene.

Lo stesso confine attraversa la medesima città. A Pechino gli hutong, tessuto residenziale senza un gestore unico, sono sporchi e fatiscenti; i quartieri commerciali, affidati a società di gestione, sono impeccabili. Eppure la capacità di organizzarsi dal basso esiste: il tempio di Shanghai l’hanno restaurato i devoti, con denaro proprio.

Ne discende una correzione più generale, che vale oltre la manutenzione. Non esiste «lo Stato cinese» come soggetto unitario: esistono centinaia di amministrazioni, con capacità diseguali. Pechino vieta i motori a combustione sui due ruote. Guilin non applica nemmeno l’obbligo del casco, però proibisce i grattacieli in centro per tutelare il paesaggio carsico. Chongqing paga l’illuminazione notturna dei grattacieli privati (riferito dalla guida) e non sostituisce i LED del proprio ponte.

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Il ricordo che si riallinea

L’errore che mi ha insegnato di più non riguarda la Cina.

Avevo registrato che i turisti stranieri fossero sporadici e ne avevo tratto una tesi sull’incapacità cinese di attrarre visitatori dall’estero. Poi ho letto il diario che mia moglie aveva tenuto sullo stesso viaggio, dove a Guilin comparivano «italiani ovunque». E ripensandoci, ho corretto: sì, gli stranieri erano numerosi nella parte finale del viaggio.

Il bollettino del Ministero della Cultura e del Turismo (2 giugno 2026) riporta 154,5 milioni di ingressi, +17,1%; ma 119,32 milioni sono residenti di Hong Kong, Macao e Taiwan, mentre gli stranieri sono 35,17 milioni (+30,6%). Secondo un rapporto del Ministero del commercio, i mercati a lungo raggio con la crescita più forte sono stati Russia, Italia ed Australia. Soppesiamo però il dato: gli arrivi di stranieri in Cina sono inferiori agli oltre 42 milioni del Giappone, che ha circa un decimo della popolazione. Nello stesso anno, i cinesi hanno compiuto 6,52 miliardi di viaggi dentro il proprio Paese.

Non isolamento, bensì sproporzione. Il turismo cinese non vive del turista straniero; si alimenta soprattutto del turista interno.

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Due lezioni apprese

La prima riguarda il modo in cui in Occidente si scrive di Cina. Le mie ipotesi cadute hanno quasi tutte una struttura comune: spiegazioni politiche di fenomeni che si sono rivelati commerciali, amministrativi o banali.

Chi guarda un sistema che considera opaco tende ad attribuire intenzione dove c’è routine.

Ma c’è anche un limite di questa lezione. Il costume tradizionale era insieme un servizio fotografico e una cornice nazionale; il documento all’ingresso del museo serviva contro i bagarini, ma non so dire se servisse soltanto a quello. Correggere un eccesso di lettura politica non deve diventare l’eccesso opposto: a volte routine e intenzione stanno nello stesso posto, a livelli diversi.

La seconda lezione riguarda ciò che resta in piedi. Dopo avere tolto tutto quello che è caduto, il quadro che sopravvive è più preciso di quello di partenza: un Paese con una capacità industriale che continua ad espandersi mentre il mercato interno non cresce altrettanto, una demografia che nessuna politica riesce a invertire, un controllo dello spazio fisico (ed elettronico) eccellente ma una permeabilità sorprendente sulle norme di dettaglio, centinaia di amministrazioni locali diseguali sotto un’unica bandiera.

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Quattro scenari

«Secolo cinese» è una formula retorica, costruita per simmetria col Novecento come secolo americano. Presa alla lettera, nessuno di noi potrà verificarla. L’orizzonte su cui ha senso misurarla è più vicino: il 2045–2055, quando la curva demografica e l’AI avranno prodotto i loro effetti sul mercato del lavoro.

Prima di partire avevo fissato quattro scenari, per non dover decidere al ritorno che cosa contasse come conferma.

Il primo è l’ascesa continua: la Cina guadagna terreno relativo su più dimensioni contemporaneamente, fino a proporsi come potenza e modello egemone, o almeno come uno dei modelli di riferimento. Il secondo è l’alto livello: resta una delle principali economie del mondo, potenza consolidata, ma smette di guadagnare terreno. Il terzo è la stagnazione con tenuta politica: la crescita rallenta in modo durevole senza che il consenso s’incrini. Il quarto è la crisi sistemica: perdita del monopolio politico del Partito, frattura territoriale o contrazione prolungata del PIL. Fra i primi due la differenza non sta nel livello di potenza, ma nella sua derivata: nel primo il divario con gli Stati Uniti si chiude su più fronti insieme; nel secondo si chiude sul PIL aggregato e si congela altrove.

Non ho una conclusione da offrire e diffiderei di chi la traesse da sedici giorni di viaggio. Posso però dire da che parte pende il materiale che ho raccolto.

Verso la crisi sistemica non ho visto nulla. Devo aggiungere subito che non avrei potuto vederlo: un itinerario turistico, raccontato in gran parte da guide autorizzate, è costruito in modo da non incontrare i segnali di una crisi. Quello che posso dire è che diverse cose osservate sono difficilmente compatibili con un’implosione di tipo sovietico: la capacità industriale e di innovazione tecnologica, la tenuta del consenso, la capacità di punire di cui la condanna del fondatore di Evergrande è l’esempio più recente. Sul versante economico dello scenario il quadro è meno rassicurante, entrate fondiarie in calo e debito locale in crescita sono segnali di contrazione, ma lo Stato si è già mosso.

L’ascesa continua trova riscontro sul lato industriale: capacità produttiva, frontiera tecnologica, veicoli elettrici, filiera. Su demografia, produttività dei servizi e capacità di attrazione internazionale, no.

Due fattori decisivi saranno: se la produttività dei servizi cinesi converge verso quella dei Paesi avanzati; se l’export continua ad assorbire una sovra-capacità che in patria produce margini negativi. È lì che si decide se la Cina diventa un Paese ricco che aspira ad essere un player egemone o resta un Paese grande.

Due domande che il viaggio lascia aperte.

La prima: se l’abbondanza di personale nei servizi sia norma di settore, standard di servizio atteso dal cliente o politica occupazionale implicita.

La seconda riguarda un tema di cui in questi articoli non ho scritto: la religione. Dieci anni fa i templi di Pechino che avevo visitato erano quasi vuoti; oggi sono pieni, ma i giovani che li frequentano non conoscono le forme della preghiera. A Dazu, davanti ai rilievi buddisti, la guida illustrava i precetti prendendone le distanze: «lo ha detto Buddha, non io», ripetuto ogni volta che ci vedeva perplessi. Intanto, a Xi’an, la sala della Grande Moschea era vuota nel mezzo di un quartiere visibilmente praticante. È una ripresa religiosa selettiva, che ammette più letture, e resta da capire se sia uno strumento identitario stabile o un bisogno di senso privo di forma. Oppure qualcosa di più prosaico. Da qualche anno i «giovani che bruciano incenso» sono un fenomeno di costume: pregano per un posto di lavoro o per l’ammissione a una buona scuola; una preghiera che non ha bisogno di conoscere il rito, perché non è devozione: è un tentativo a basso costo. Il viaggio non basta a decidere.

Le due variabili sono misurabili (e nessuna delle due dipende da cosa penso io); le due domande, per ora, no.

Gli Autori