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TematicheCina e Indo-PacificoLa Cina e la sua strategia navale: una nuova...

La Cina e la sua strategia navale: una nuova Germania guglielmina?

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Come sfidante dell’ordine internazionale a guida statunitense, la Repubblica Popolare Cinese ha inaugurato una strategia revisionista che comprende uno spettro multiforme di iniziative, tra le quali un ambizioso sviluppo militare navale. Questa corsa agli armamenti navali della Cina assomiglia in parte a quella della Germania imperiale nei confronti della Gran Bretagna alla vigilia del primo conflitto mondiale. Entrambe, infatti, si basano su una strategia regionale e su tattiche di deterrenza e diniego d’accesso piuttosto che su una contro-egemonia marittima globale. Sebbene la potenza marittima cinese sia ancora lontana dal rappresentare una vera minaccia su scala globale per quella degli Stati Uniti e dei suoi alleati, un’incontrollata crescita navale cinese potrebbe incoraggiare una corsa agli armamenti generalizzata e un confronto diretto nel Pacifico legato a dilemmi della sicurezza.

Mai più un “secolo di umiliazione”

In seguito al lungo patimento subito nel corso del “secolo di umiliazione” tra diciannovesimo e prima metà del ventesimo secolo – un periodo di interventi stranieri, sottomissione, disgregazione e perdita di sovranità culminata con l’invasione giapponese – la Cina ha sviluppato un vero e proprio complesso psicologico collettivo. Oggi la Cina è la seconda potenza mondiale, con la seconda più grande economia e l’esercito numericamente più vasto del mondo. Di pari passo con la sua eccezionale crescita economica, la Cina ha deciso di aumentare significativamente anche le proprie spese militari. La simultanea crescita economica e militare cinese ha automaticamente innescato un’accesa rivalità con gli Stati Uniti, che, dal punto di dell’egemone, considerano la Cina una tipica potenza revisionista. Nello specifico, il revisionismo navale cinese è stato oggetto di molte riflessioni e dibattiti, venendo descritto di volta in volta come uno strumento cinese per far riconoscere il suo status di grande potenza, un mezzo per garantire un equilibrio di potere nel Pacifico, un tentativo egemonico, un esempio di “nazionalismo navale”, una forma di “diplomazia navale” o uno strumento per coordinare progetti come la Maritime Silk Road nella cornice della Belt and Road Initiative.

Il riarmo navale cinese e le somiglianze con quello della Germania guglielmina

La rivalità navale anglo-tedesca alla vigilia dello scoppio della Prima guerra mondiale potrebbe rappresentare oggi lo scenario peggiore per le relazioni tra Cina e Stati Uniti. I paralleli tra lo sviluppo navale della Germania guglielmina e quello della Cina contemporanea sono evidenti. Per gran parte della sua esistenza la marina militare cinese ha costituito una forza di difesa costiera di importanza trascurabile, proprio come la marina imperiale tedesca prima del programma navale dell’ammiraglio Tirpitz. Oggi, invece, quella cinese rappresenta la più grande marina in Asia. Proprio come la Germania guglielmina, anche la Cina si ritiene circondata da grandi rivali. In questo contesto, la marina cinese, come già quella della Germania imperiale, persegue una strategia di tipo regionale volta a scoraggiare gli attacchi piuttosto che a provocarli. Seguendo una strategia di deterrenza, la Cina non cerca di sostituire gli Stati Uniti come potenza marittima globale, concentrandosi invece su capacità militari locali volte ad interdire l’accesso marittimo note come anti-access and area-denial capabilites (A2/AD). Nello specifico, le strategie anti-access, che prevedono l’uso della tecnologia satellitare e missilistica, mirano a impedire che gli avversari entrino in un teatro di operazioni, mentre le strategie area-denial, che comprendono capacità integrate di difesa aerea, mine, sottomarini e missili, mirano a prevenire la libertà di azione degli avversari in una determinata area. La Cina sta promuovendo le proprie capacità A2/AD attraverso l’accrescimento di una forza sottomarina silenziosa e di potenti missili balistici. In questo contesto, l’obiettivo di Pechino rispetto a Washington, proprio come quello di Berlino rispetto a Londra più di un secolo fa, non è quello di replicare la marina della potenza egemone, ma piuttosto di sfruttare le tecnologie disponibili per indebolire il controllo marittimo degli Stati Uniti nel Pacifico. In sostanza, il nocciolo della strategia navale cinese, proprio come quello della Risikoflotte tedesca, è di assicurare che i costi di un eventuale attacco contro la marina cinese superino di gran lunga i benefici: in questo senso, Pechino sta cercando un equilibrio militare navale nel Pacifico e possibilmente un rilassamento dei legami statunitensi con gli alleati storici nella regione – Taiwan, Giappone e Corea del Sud. Infine, proprio come quello tedesco, il riarmo navale cinese è accompagnato da una retorica nazionalista che desidera che la Cina ottenga il pieno riconoscimento da parte della comunità internazionale del suo status di “grande potenza”, cancellando ogni vergognoso ricordo legato al “secolo dell’umiliazione”.

La grande scommessa della Cina: strategia navale vincente o corsa verso l’abisso?

Oggi, la potenza marittima cinese è ancora lontana dal rappresentare una minaccia globale per quella degli Stati Uniti e dei suoi alleati dell’Indo-Pacifico o della NATO. Inoltre, nonostante la sua ascesa marittima, la Cina rimane essenzialmente una potenza continentale. A differenza degli Stati Uniti, essa confina con quattordici paesi, quattro dei quali possiedono armi nucleari. L’iniziativa cinese della Silk Road Economic Belt, la sezione terrestre della Belt and Road Initiative, fa interamente perno sulla proiezione cinese nel continente eurasiatico, mentre la realizzazione della Maritime Silk Road è ancora dubbia e incerta. Per il momento, la strategia navale cinese potrebbe ottenere il risultato sperato, ossia un equilibrio di potere nel Pacifico. Tuttavia, se Pechino continuerà senza sosta la sua corsa agli armamenti navali, compresa la costruzione di nuove portaerei, ciò potrebbe portare a confrontazioni dirette nell’area pacifica, anche a causa di dilemmi di sicurezza regionale con conseguente generalizzata corsa agli armamenti. Inoltre, l’interdipendenza economica sino-statunitense potrebbe non essere sufficiente per scongiurare la conflagrazione di un conflitto armato. Dopotutto, nel 1914 le relazioni economiche anglo-tedesche, sebbene cospicue, non impedirono a Gran Bretagna e Germania di impegnarsi in un combattimento mortale.

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