Con il monopolio su estrazione e raffinazione, la Cina mette alla prova la resilienza industriale di Stati Uniti ed Europa, costringendoli a ripensare le proprie catene di fornitura.
Nelle scorse settimane un evento è passato sottotraccia, ma rappresenta un segnale di lungo periodo che da tempo preoccupa i decisori occidentali. Il 9 ottobre 2025, il Ministero del Commercio cinese (MOFCOM) ha imposto nuove restrizioni all’esportazione delle cosiddette terre rare, aggiungendo cinque elementi – holmio, erbio, tulio, europio e itterbio – ed estendendo i controlli anche alle tecnologie e alle attrezzature legate alla raffinazione e alla produzione di magneti permanenti. Questa misura si inserisce nel contesto della guerra commerciale e tecnologica tra Pechino e Washington, con la Cina che affina progressivamente quello che è ormai il suo principale strumento di pressione strategica sull’Occidente.
La Cina occupa oggi una posizione di dominio quasi assoluto nella catena globale dei minerali critici. Una quota elevatissima dell’estrazione, della separazione e della raffinazione delle terre rare – così come della produzione di magneti permanenti – dipende da impianti e tecnologie cinesi. Diverse analisi indicano che Pechino controlla circa il 60 % dell’estrazione mondiale e fino all’85–90 % della raffinazione e produzione di magneti, assicurandosi un’influenza diretta su settori chiave come l’aerospazio, l’elettronica, la mobilità elettrica e la difesa.
Il Global Critical Minerals Outlook 2025 dell’International Energy Agency rileva che la concentrazione della raffinazione è aumentata negli ultimi anni: la quota dei tre principali paesi produttori è passata dall’82 % del 2020 all’86 % nel 2024, con la Cina come attore dominante nella lavorazione di litio, cobalto, grafite e terre rare. Entro il 2035 Pechino dovrebbe mantenere oltre il 60 % della raffinazione di litio e cobalto e quasi l’80 % delle lavorazioni per le terre rare e la grafite destinata alle batterie.
Vecchie misure e nuove misure
Le restrizioni del 9 ottobre non rappresentano un semplice aggiornamento tecnico, ma un salto qualitativo nella strategia cinese: il campo dei controlli è stato esteso non solo ai materiali grezzi, ma anche alle tecnologie di lavorazione, ai magneti finiti e perfino ai prodotti che incorporano componenti cinesi, introducendo una logica extraterritoriale sulle catene di fornitura globali. L’annuncio è arrivato pochi giorni prima del vertice APEC in Corea del Sud, dove era previsto un incontro tra il presidente statunitense Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping, a conferma del carattere geopolitico della misura. Inoltre, la norma stabilisce che gli utenti esteri della difesa non riceveranno licenze e che le applicazioni nei semiconduttori saranno valutate caso per caso, sottolineando il legame diretto tra esportazioni industriali e sicurezza nazionale.
La progressiva stretta cinese sui minerali critici inizia nell’agosto 2023, quando Pechino introduce per la prima volta licenze obbligatorie sull’esportazione di gallio e germanio, due elementi fondamentali per l’industria dei semiconduttori e dei radar. Si tratta del primo passo concreto verso l’utilizzo dei minerali come strumento di pressione geopolitica, in risposta alle sanzioni tecnologiche statunitensi. Nell’ottobre 2023, la Cina introduce per la prima volta controlli sulla grafite, componente essenziale per gli anodi delle batterie al litio. La decisione ha ripercussioni immediate sul mercato globale dei veicoli elettrici e segna l’espansione del perimetro delle restrizioni anche ai materiali non metallici Nel dicembre 2023, il Ministero del Commercio cinese consolida questo meccanismo introducendo un sistema di sanzioni e restrizioni, imponendo licenze per le tecnologie di ingegneria mineraria legate alla lavorazione dei metalli non ferrosi, includendo espressamente le tecnologie per la produzione di magneti alle terre rare.
A partire dall’agosto 2024, Pechino ha annunciato restrizioni all’export di antimonio, nell’ultimo passo volto a limitare a livello globale le spedizioni di minerali critici per motivi di sicurezza nazionale. L’antimonio è un minerale strategico per la difesa — in particolare per munizioni perforanti, visori notturni, sensori a infrarossi, proiettili e ottiche di precisione — e per l’elettronica, tra cui semiconduttori, cavi e batterie. Nel dicembre 2024 in risposta alle restrizioni in ambito dei semiconduttori, vengono vietate le esportazioni verso gli Stati Uniti di gallio, germanio, antimonio e materiali superduri, irrigidendo i precedenti requisiti di licenza; la misura introduce anche verifiche più stringenti su utilizzatori finali e usi finali per la grafite destinata agli USA e proibisce l’export di articoli dual use verso soggetti militari statunitensi o per impieghi militari.
Nel febbraio 2025, tramite la Decisione n. 10/2025, vengono imposti controlli all’export su materiali e tecnologie legati a tungsteno, tellurio, bismuto, molibdeno e indio, in attuazione delle proprie norme su export control e non proliferazione per motivi di sicurezza nazionale e relative restrizione all’esportazione di materiali con applicazioni dual-use. Nell’aprile 2025, Pechino ha introdotto controlli all’esportazione su terre rare medie e pesanti — tra cui samario, gadolinio, terbio, disprosio, lutezio, scandio e ittrio — imponendo l’obbligo di ottenere licenze speciali per le spedizioni all’estero. Pochi mesi dopo, nel giugno 2025, vengono aggiornate le linee guida sui beni dual-use, includendo nel regime di licenza leghe speciali, magneti e componenti elettronici, tutti materiali utilizzabili in ambito militare o tecnologico. Questa mossa aumenta la discrezionalità del governo cinese sulle forniture industriali internazionali . Infine, il 9 ottobre 2025, viene annunciata la più ampia espansione del Catalogo dei beni e tecnologie soggetti a controllo, portando a dodici gli elementi sottoposti a licenza e includendo anche apparecchiature e componenti per la produzione di magneti. Le licenze vengono negate per applicazioni militari e semiconduttori esteri, sancendo la saldatura definitiva tra politica industriale e sicurezza nazionale.
Un aspetto cruciale non abbastanza apprezzato riguarda la raffinazione e il trattamento industriale dei minerali critici. Come rileva la Carnegie Endowment for International Peace, gli Stati Uniti dispongono soltanto di due impianti primari e uno secondario per la fusione dei metalli, con una capacità complessiva di circa 558 000 tonnellate: un livello insufficiente a sostenere una strategia di autosufficienza o di riduzione della dipendenza cinese. Inoltre sottolinea che la costruzione di impianti di raffinazione competitivi rappresenta oggi la principale barriera al decoupling industriale: senza infrastrutture di smelting e separazione efficaci, anche un aumento dell’estrazione nazionale risulterebbe vano. Analogamente, la IEA considera la capacità di raffinazione la “pietra miliare della sicurezza dei minerali critici”, segnalando che la diversificazione dei paesi raffinatori procede a ritmo troppo lento per compensare la concentrazione cinese.
Impatti globali e possibili risposte: la mappa del potere industriale
Gli effetti di questa situazione si fanno sentire lungo tutta la catena industriale e militare. Negli Stati Uniti, che importano circa il 74 % delle terre rare dalla Cina, i programmi di difesa e le industrie dell’aerospazio e dell’energia rischiano colli di bottiglia nella produzione di radar, motori elettrici e batterie. L’IEA stima che un calo del 10 % delle forniture globali di magneti permanenti possa determinare un aumento dei prezzi fino al 70 %, con ripercussioni sulla transizione energetica e sulla produzione di veicoli elettrici. Il problema non è solo quantitativo ma strutturale: la concentrazione della raffinazione in Cina crea una vulnerabilità sistemica. Come osserva ChatmanHouse, anche in un mercato ben fornito, le catene di approvvigionamento dei minerali critici possono essere altamente vulnerabili a shock geopolitici. Pechino, controllando l’intera filiera — dall’estrazione alla raffinazione fino alla produzione di magneti finiti — dispone così di una leva politica, commerciale e tecnologica senza precedenti.
Negli Stati Uniti, l’amministrazione ha varato un piano da 2 miliardi di dollari per ampliare il National Defense Stockpile e finanziare nuovi progetti estrattivi e di raffinazione con partner come Australia e Canada. Parallelamente, la Carnegie Endowment propone una strategia di ally-shoring cooperativo, fondata su catene di valore integrate con alleati democratici, che unisca produzione, raffinazione e riciclo. L’Europa segue un percorso simile con il Critical Raw Materials Act, che punta a ridurre la dipendenza dalla Cina al 65 % entro il 2030 e a stimolare investimenti nel riciclo e nelle partnership strategiche con Paesi africani e latinoamericani. Tuttavia, come avverte l’IEA, la costruzione di nuove raffinerie richiede 5–7 anni e un massiccio supporto pubblico.
Le soluzioni più immediate includono l’espansione del riciclo industriale, la semplificazione dei permessi per nuovi impianti e la creazione di riserve strategiche coordinate tra Stati Uniti e Unione Europea, analoghe alle scorte energetiche. Ma, come sottolinea Carnegie, la competitività economica rimane la sfida principale: i costi di produzione americani sono già superiori dell’8 % rispetto alla media globale. Le terre rare oramai non sono più una questione commerciale, ma una leva geopolitica. L’Occidente deve interiorizzare che la sovranità economica passa per la capacità di raffinare e trasformare le risorse, non solo di estrarle. Diversificare le fonti sarà indispensabile, ma senza una base industriale di raffinazione e separazione autonoma o condivisa, la vulnerabilità resterà. In questa nuova mappa del potere industriale, la Cina si conferma il fulcro del sistema, e come il principio di accordo commerciale con gli USA sembri mostrare, più che disposta ad usare questo elemento a suo vantaggio. Questa pressione nel lungo termine potrebbe e dovrebbe produrre un effetto opposto: spingere Stati Uniti ed Europa a costruire catene di approvvigionamento più resilienti, costose ma più sicure.

