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Dal 2004, il Centro Studi Geopolitica.info contribuisce allo studio delle Relazioni Internazionali e al dibattito sulla politica estera dell'Italia

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10/11/2025
Interviste

Come cambiano le relazioni transatlantiche: intervista all’On. Giangiacomo Calovini

di Rachele Rigali

Nella giornata di martedì 14 ottobre si è svolto l’evento “Come cambiano le relazioni transatlantiche. Un bilancio europeo un anno dopo la rielezione di Trump” promosso per la XVI edizione del Festival della Diplomazia. Il dibattito presieduto dal Consigliere per le politiche di sicurezza in materia di giustizia e sviluppo del Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ha visto la partecipazione degli Onorevoli Giangiacomo Calovini, Paolo Formentini, Federica Onori e Lia Quartapelle. Di seguito è riportato l’intervento dell’On. Calovini  

Nella giornata di martedì 14 ottobre si è svolto l’evento “Come cambiano le relazioni transatlantiche. Un bilancio europeo un anno dopo la rielezione di Trump” promosso per la XVI edizione del Festival della Diplomazia. Il dibattito presieduto dal Consigliere per le politiche di sicurezza in materia di giustizia e sviluppo del Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ha visto la partecipazione degli Onorevoli Giangiacomo Calovini, Paolo Formentini, Federica Onori e Lia Quartapelle. Di seguito è riportato l’intervento dell’On. Calovini  

Le relazioni tra Europa -e in particolare Italia- e Stati Uniti, sono cambiate in termini positivi o negativi a seguito della seconda elezione del Presidente Trump? Quanto pesano questa continuità e discontinuità e quanto fa parte ciò della cultura politica americana?

Ognuno dei presenti è esponente di un partito, ed io in primis ho l’onore di essere il capogruppo di Fratelli d’Italia in Commissione Affari Esteri. Tuttavia, in questo caso, toglierei per un attimo la spilletta del partito e cercherei di fare qualche ragionamento più ampio.

Partendo dalle relazioni italo-statunitensi, vorrei raccontarvi come sono stati, i miei ultimi 12-18 mesi e come si sono sviluppati i miei rapporti a livello parlamentare con Washington.

Mi sono recato nella capitale degli Stati Uniti circa tre volte nell’ultimo anno e mezzo: una volta verso la fine dell’amministrazione Biden, poi durante la campagna elettorale e, infine, pochi giorni dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca. Ogni volta ho organizzato una serie di incontri anche nell’ambito della diplomazia parlamentare — su cui magari potremo tornare successivamente — e ho sempre riscontrato un fortissimo interesse nei confronti dell’Italia, indipendentemente dalla iniziale amministrazione Biden e poi, successivamente, l’amministrazione Trump.

In Italia, ormai da tre anni, abbiamo una maggioranza stabile e un governo solido. Ciò che ho sempre percepito è che i rapporti tra Italia e Stati Uniti sono estremamente importanti. Credo che si abbiano molte condizioni che lo permettono, molti dossier sul tavolo che rendono fondamentali le relazioni tra questi due Paesi. Le motivazioni sono sia politiche sia economico-sociali, come dimostrano anche le recenti discussioni sulla questione dei dazi.

Nonostante le differenze tra amministrazioni e governi, ho sempre percepito che il rapporto tra Italia e Stati Uniti debba essere franco e diretto. Questo è dovuto anche alla nostra storia comune: dalla Seconda guerra mondiale in poi facciamo parte della stessa alleanza e non abbiamo mai messo in discussione l’atlantismo come stella polare della politica estera italiana.

L’unica eccezione, forse, si è verificata in un momento particolare: le elezioni del 2018, quando nacque un governo anomalo, formato da Lega e Movimento 5 Stelle, che guardava chi più verso la Russia, chi più verso la Cina e che, per la prima volta, segnava una discontinuità rispetto alla tradizionale politica estera italiana.

Successivamente, con la legislatura seguente e con il ritorno di partiti più tradizionalisti in materia di politica estera — soprattutto con l’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi — l’europeismo e l’atlantismo sono tornati a essere il faro della politica estera italiana.

Lo dico anche in virtù della mia rappresentanza per Fratelli d’Italia: durante la campagna elettorale delle ultime presidenziali americane ho incontrato molti amici repubblicani e, curiosamente, alcune critiche che mi venivano mosse provenivano proprio da quel mondo. Si diceva che Giorgia Meloni avesse un rapporto “troppo buono” con l’ex presidente Biden: un’accusa che faceva sorridere, ma che dimostrava come la Presidente del Consiglio avesse giustamente interpretato la politica estera come un campo in cui mettere al centro l’interesse nazionale italiano.

Credo, infatti, che da sempre — e per sempre — esista un ottimo rapporto tra Italia e Stati Uniti.

Le sfide che dovremo affrontare ora sono molteplici, come dimostra la cronaca di questi giorni. Il tema mediorientale, con il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti, vede l’Italia in una posizione chiave: essendo un ponte geografico tra Europa e Mediterraneo, non possiamo permetterci di avere un ruolo secondario. Anche su questo punto, il confronto tra Italia e Stati Uniti sarà di grande importanza.

Non possiamo poi non considerare il fronte dell’Europa dell’Est. Su questo tema, in attesa di vedere cosa accadrà con il prossimo viaggio di Zelensky a Washington, credo che Italia e Stati Uniti debbano continuare a giocare un ruolo primario.

E, come dicevo inizialmente, anche l’aspetto economico-commerciale resta centrale. Sappiamo che la politica dei dazi è di competenza europea, non italiana, ma sono convinto che l’Italia abbia agito correttamente sia nel tutelare i propri interessi sia nel cercare di rafforzare i rapporti tra Roma e Washington.

Concludo sottolineando che i rapporti tra Italia e Stati Uniti sono stati storicamente fondamentali, devono essere oggi consolidati e non possono — in alcun modo — essere messi in discussione, indipendentemente da chi sieda a Palazzo Chigi o alla Casa Bianca. Viviamo in un contesto internazionale sempre più complesso, in cui i valori che rappresentano Italia e Stati Uniti non devono e non possono essere messi in discussione

La competizione tra le grandi potenze – abbiamo parlato degli Stati Uniti, ma c’è anche la Russia, che rimane una grande potenza nonostante sia stata fortemente indebolita dalle sanzioni e dal congelamento dei fondi sovrani – resta comunque un elemento centrale. La Russia, infatti, mantiene una certa forza anche grazie ai paesi che continuano ad approvvigionarsi di gas. Poi abbiamo la Cina, e infine l’Europa; come vede la posizione dell’Italia e dell’Europa in questa competizione tra potenze, in un momento in cui entrambe sembrano attraversare una fase di difficoltà?

Non voglio dilungarmi in racconti personali, ma credo possa essere utile condividere qualche esperienza. Negli ultimi tre anni abbiamo fatto tanti viaggi, anche con la collega Quartapelle, poiché entrambi partecipiamo agli incontri della UIP (Unione Interparlamentare), che ha come obiettivo il rilancio della diplomazia parlamentare e il dialogo tra rappresentanti di maggioranza e opposizione a livello internazionale.

L’ultimo viaggio che abbiamo fatto è stato a Tashkent, capitale dell’Uzbekistan, per la sessione preliminare della UIP. Eravamo quattro parlamentari italiani – di maggioranza e di opposizione – accompagnati dal nostro ambasciatore e da alcuni funzionari che ci hanno gentilmente seguito.

Ogni mattina ci recavamo in questo forum, in un bellissimo albergo della capitale, per rappresentare l’Italia, e lo facevamo tutti con estremo orgoglio.

Ricordo che la nostra ambasciata aveva noleggiato un piccolo furgone per accompagnarci, e arrivando all’ingresso principale vedevamo giungere anche le altre delegazioni.

Rimasi colpito – ma forse non troppo sorpreso – nel vedere la delegazione iraniana, per esempio, era accompagnata da un paio di limousine e quattro Maybach. Non serve essere grandi esperti di automobili per capire il valore di una Maybach: si tratta di un’auto dal prezzo molto elevato.

E questo avveniva non solo per la delegazione iraniana, ma anche per quelle russa, cinese, turca e del Congo.

Nel viaggio di ritorno parlai proprio con una collega della delegazione congolese: erano circa 15 o 20 persone.

Tutto ciò ci fa capire, credo, una cosa chiara a tutti noi – che abbiamo studiato la geopolitica sui libri ma ora la vediamo concretamente: fino alla Seconda guerra mondiale, o poco dopo, quando c’era un conflitto si cercava di sedarlo sedendosi intorno a un tavolo, fosse a Londra, a Ginevra, a Parigi o a Locarno.

Oggi, invece, il mondo è completamente cambiato: noi europei siamo diventati attori sempre più piccoli, mentre gli attori più grandi – quelli che ho citato – ci mostrano quotidianamente la loro forza, demografica, economica e militare.

Questo è un tema che deve farci riflettere.

È chiaro, quindi, rispondendo alla domanda, che un po’ di preoccupazione c’è: Italia ed Europa non rappresentano più quello che hanno rappresentato nei decenni scorsi.

Ma credo anche che la consapevolezza di trovarci in un contesto completamente diverso da quello del passato debba spingerci a cambiare marcia, a confrontarci di più all’interno delle istituzioni europee, anche con punti di vista diversi e regole di ingaggio differenti, ma con l’obiettivo di arrivare a una posizione comune che ci permetta di contare di più.

Concludo con un paragone molto semplice: dal punto di vista mediorientale, credo che l’Europa ne sia uscita male, date le continue posizioni diverse sul tema. Sul fronte ucraino, invece, penso che l’Europa ne sia uscita e ne stia uscendo molto bene, perché, nonostante tutte le difficoltà, ha mantenuto un atteggiamento unitario, una linea e una direzione comune.

E penso che proprio l’esperienza ucraina debba essere il punto da cui Europa e Italia ripartano.

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