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07/07/2025
Cina e Indo-Pacifico

Confini contesi e ordine regionale in crisi: la Thailandia, la Cambogia e l’ASEAN alla prova della conflittualità

di Aniello Iannone

Lo scontro armato tra Thailandia e Cambogia avvenuto a fine maggio 2025, pur essendo in apparenza un evento circoscritto lungo un segmento di confine montano, ha rapidamente assunto le caratteristiche di una crisi a tutto campo. Non si è trattato, infatti, di un semplice incidente bilaterale, bensì dell’emersione visibile di tensioni più profonde che attraversano l’architettura politica del Sud-Est Asiatico ovvero la  persistente ambivalenza tra sovranità nazionale e cooperazione regionale, la strumentalizzazione politica della memoria territoriale, e la paralisi operativa dell’ASEAN come quadro normativo multilaterale.

Lo scontro armato tra Thailandia e Cambogia avvenuto a fine maggio 2025, pur essendo in apparenza un evento circoscritto lungo un segmento di confine montano, ha rapidamente assunto le caratteristiche di una crisi a tutto campo. Non si è trattato, infatti, di un semplice incidente bilaterale, bensì dell’emersione visibile di tensioni più profonde che attraversano l’architettura politica del Sud-Est Asiatico ovvero la  persistente ambivalenza tra sovranità nazionale e cooperazione regionale, la strumentalizzazione politica della memoria territoriale, e la paralisi operativa dell’ASEAN come quadro normativo multilaterale.

Il teatro dell’incidente, la zona di Chong Bok, adiacente alle aree contese attorno al tempio di Preah Vihear, rappresenta una geografia politica stratificata da decenni di dispute irrisolte tra i due paesi. Come noto, la delimitazione coloniale tra il Siam e l’Indocina francese ha prodotto confini che, pur giuridicamente definiti in alcune loro porzioni, restano soggetti a contestazione in termini di controllo pratico e simbolico. Lo scontro a maggio ha dunque attivato una serie di narrazioni contrapposte,  per Bangkok, si è trattato di un episodio di legittima difesa; per Phnom Penh, di una violazione unilaterale della propria sovranità. In entrambi i casi, la retorica statale ha funzionato da dispositivo di legittimazione interna.

Politica interna e proiezione esterna, la Thailandia verso una crisi? 

È, però, la dimensione interna a rendere particolarmente significativa questa crisi. La Thailandia, attraversata da una polarizzazione politica ormai cronica da decenni, ha visto nel conflitto l’occasione per una nuova congiuntura critica. La premier Paetongtarn Shinawatra, figura che eredita sia il carisma sia le fratture del padre Thaksin, si è trovata immediatamente esposta a un attacco politico orchestrato da segmenti delle élite militari e giudiziarie. La diffusione di una telefonata informale con Hun Sen,  in cui la leader thailandese appariva troppo accomodante nei confronti della controparte cambogiana, chiamandolo zio, è stata il grilletto per una mobilitazione nazionalista che ha rapidamente travolto l’equilibrio della coalizione di governo.

Il ritiro del partito Bhumjaithai, il crollo della maggioranza al governo,  la pressione popolare manifestatasi in piazza e il ricorso alla Corte Costituzionale da parte di settori del Senato hanno prodotto una dinamica che si inscrive in un modello ben noto nella storia degli ultimi 20 anni della Thailandia ovvero l’uso della “questione nazionale” come leva per la destabilizzazione selettiva di governi percepiti come estranei agli interessi dell’apparato statale. In questo contesto, il confine non è tanto una linea da difendere quanto un dispositivo discorsivo da mobilitare per consolidare posizioni interne.

Dall’altra parte, il governo cambogiano ha risposto con un’accelerazione diplomatica e simbolica attraverso la mobilitazione delle truppe, ritorsioni commerciali e culturali, minaccia formale di ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia. Hun Manet, succeduto al padre Hun Sen,  in un delicato processo di transizione dinastica in Cambogia, ha colto l’occasione per affermare la propria autorità proiettando un’immagine di fermezza nazionale e rispetto del diritto internazionale. Una strategia che mira a spostare il conflitto su un terreno multilaterale, sottraendolo alla logica bilaterale cara a Bangkok e, al tempo stesso, ponendo l’ASEAN di fronte a un dilemma operativo.

Regionalismo e il Sud-est Asiatico, il silenzio dell’ASEAN e le sue implicazioni

La crisi ha messo in evidenza i limiti ormai strutturali dell’ASEAN come cornice di gestione delle tensioni intra-regionali. Fondata su principi di non-interferenza, consenso e diplomazia silenziosa, l’Associazione appare oggi priva di strumenti reali per intervenire in modo efficace quando le tensioni travalicano la soglia della retorica per materializzarsi in azioni militari e sanzioni unilaterali. La divergenza strategica tra Thailandia e Cambogia, l’una arroccata sulla bilateralità, l’altra orientata verso l’internazionalizzazione giuridica, paralizza ogni ipotesi di mediazione formale.

Ciò che è in discussione, tuttavia, non è solo la capacità tecnica dell’ASEAN di mediare, ma il suo statuto politico; può ancora aspirare a essere un foro di regolazione dei conflitti, o rischia di trasformarsi definitivamente in una piattaforma di enunciazione retorica priva di effettività? La posta in gioco è alta, la credibilità dell’ASEAN non è una questione astratta, ma un elemento concreto della stabilità macroregionale, soprattutto in una fase in cui attori esterni come la Cina, gli Stati Uniti e l’Unione Europea osservano con crescente interesse,  e talvolta con implicita diffidenza, le evoluzioni nel cuore della penisola indocinese.

Le implicazioni sistemiche della crisi vanno oltre la dimensione strettamente diplomatica. Il blocco dei confini ha avuto effetti diretti sulle comunità locali, sui flussi commerciali e sull’integrazione funzionale tra aree rurali transfrontaliere. Allo stesso tempo, la possibilità che potenze extra-regionali possano sfruttare la crisi per rafforzare i propri legami bilaterali, ad esempio tra Phnom Penh e Pechino, rischia di indebolire ulteriormente la coesione strategica del Sud-Est Asiatico. Se la Cambogia si rivolge a Pechino per ottenere garanzie politiche e finanziarie, e se la Thailandia intensifica il proprio asse con gli Stati Uniti per compensare l’erosione interna della legittimità politica, allora il conflitto di confine potrebbe trasformarsi in un nodo geopolitico ben più ampio, con effetti duraturi.

La crisi tra Thailandia e Cambogia del 2025 non è un’anomalia, ma una cartina di tornasole. Ci mostra quanto il confine sia ancora oggi un terreno profondamente politico e carico di potenza simbolica; quanto le dinamiche interne continuino a proiettarsi sulla scena internazionale in forme sempre più conflittuali; e quanto l’ASEAN, se non sarà in grado di ripensare radicalmente il proprio ruolo, rischi di diventare spettatrice disarmata delle dinamiche che essa stessa ha contribuito a normare. In definitiva, ciò che si rivela in questa vicenda è una verità scomoda ma necessaria,  il Sud-Est Asiatico, spesso rappresentato come un’area di stabilità relativa e pragmatismo politico, è attraversato da faglie profonde che un semplice richiamo al consenso non può più contenere.