Negli scorsi mesi, a Taipei, la tensione al Ministero degli Affari Esteri taiwanese (MOFA) è stata palpabile: per la prima volta sin dal secondo dopoguerra, l’amministrazione taiwanese si è ritrovata senza alcun canale di comunicazione, nemmeno informale, con un candidato alla presidenza statunitense che appariva chiaramente destinato alla vittoria, secondo i sondaggi.
Durante il suo ultimo mandato, la presidente Tsai Ing-wen si era decisamente sbilanciata verso i democratici, con una scelta che nel breve termine aveva portato a concreti benefici per i rapporti tra Taipei e Washington. Un ruolo centrale in questa strategia è stato ricoperto da Hsiao Bi-khim, rappresentante de facto di Taiwan negli Stati Uniti dal 2020 al 2023, il cui attivismo con l’entourage di Joe Biden ha contribuito a legare i rapporti bilaterali ai valori di democrazia, diritti LGBT e libertà di stampa. Questa enfasi sugli elementi valoriali ha consolidato una relazione basata su affinità ideali, ma ha anche lasciato Taiwan scoperta di fronte a una possibile vittoria repubblicana. Le dichiarazioni di Trump nel 2024, come il commento secondo cui “gli Stati Uniti non dovrebbero fare il lavoro di Taiwan” e la riflessione aperta sul fatto che “Taiwan dovrebbe contribuire di più alla propria difesa se vuole il sostegno americano,” hanno sollevato perplessità riguardo al futuro sostegno di Washington a Taiwan.
Nel corso dell’ultimo anno, Taipei ha cercato disperatamente di trovare un canale di comunicazione con l’entourage di Trump, ma con scarso successo. La situazione è resa ancora più complessa dalla decisione di Trump di recidere i legami con il gruppo neoconservatore all’interno del Partito Repubblicano, da sempre sostenitore della causa taiwanese sin dai tempi di Ronald Reagan e responsabile della famosa telefonata di congratulazioni tra Trump e Tsai Ing-wen nel 2016. Senza questa rete di contatti, Taiwan si ritrova ora a navigare in acque più incerte. Sin dai primi mesi del 2024, sono stati aperti diversi canali di comunicazione con Washington dal Partito Progressista Democratico (DPP), che ha coinvolto anche esponenti del Kuomintang (KMT) per costruire una base bipartisan e rafforzare i legami con l’amministrazione statunitense. È stato creato un ufficio di comunicazione dedicato e sono state colte tutte le opportunità di colloquio per consolidare un approccio coordinato nelle relazioni bilaterali. Tuttavia, questi sforzi non hanno prodotto risultati concreti fino ad ora, lasciando Taiwan in una posizione di vulnerabilità diplomatica rispetto agli sviluppi della politica estera statunitense.
Nonostante le difficoltà attuali, è improbabile che la questione taiwanese scompaia dalla politica estera statunitense. Tuttavia, è verosimile che l’approccio di Trump sposti l’attenzione dagli ideali valoriali agli interessi economici e strategici, rimodulando l’impegno americano verso l’isola. Per la prima volta dal 1980, infatti, il programma politico del Comitato Nazionale Repubblicano non menziona esplicitamente Taiwan, un segnale emblematico del cambiamento in atto. Questo non significa che gli Stati Uniti si disimpegneranno dalla difesa di Taiwan, ma piuttosto che Washington potrebbe sollecitare l’isola a un aumento sostanziale delle spese militari, richieste per garantire la propria sicurezza in un contesto di crescente competitività strategica.
Inoltre, con un ritorno di Trump, è probabile che il governo statunitense faccia pressioni su Taiwan per ottenere maggiori investimenti tecnologici, soprattutto nell’ambito dei semiconduttori, richiedendo alle aziende taiwanesi un contributo sostanzioso per sostenere la competitività americana. La protezione militare e l’impegno strategico potrebbero quindi essere subordinati a un nuovo equilibrio che ponga l’accento sul contributo economico taiwanese agli interessi statunitensi. In linea con questa direzione, l’amministrazione Trump potrebbe focalizzarsi su misure di contenimento economico, come l’imposizione di dazi sui prodotti cinesi, mentre appare meno probabile il ricorso a sanzioni per contrastare le continue pressioni strategiche e politiche esercitate dalla Cina su Taiwan. Tuttavia, l’introduzione di dazi significativi sui beni cinesi potrebbe avere conseguenze significative anche per Taiwan, considerando la stretta interconnessione delle catene di approvvigionamento e produzione tra le aziende taiwanesi e quelle cinesi, specialmente nel settore tecnologico. Le barriere commerciali con Pechino potrebbero quindi ripercuotersi negativamente sull’economia taiwanese, mettendo ulteriormente a rischio l’equilibrio economico dell’isola.
Resta comunque una variabile che potrebbe destabilizzare l’equilibrio delle relazioni tra Pechino, Washington e Taipei: il linguaggio diretto e imprevedibile di Trump. Le sue dichiarazioni alla stampa globale, spesso non pianificate, potrebbero innescare risposte aggressive da parte della Cina o creare equivoci diplomatici difficili da gestire per Taipei. Questo delicato equilibrio semantico, che sin dall’immediato secondo dopoguerra regola le relazioni tra le tre capitali, sarà messo a dura prova da un leader notoriamente poco incline alla diplomazia tradizionale. La gestione delle comunicazioni sarà quindi cruciale per evitare un’escalation di tensioni e mantenere una stabilità che sembra, in questo nuovo scenario, sempre più fragile.

