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03/12/2024
Medio Oriente e Nord Africa

Il corpo come strumento di resistenza e i retaggi di un femminismo orientalista: il caso di Ahoo Daryaei

di Chiara Scarfò

Giovedì 19 novembre, le autorità iraniane hanno riferito che Ahoo Daryaei è stata dimessa dall’ospedale psichiatrico senza alcun capo d’accusa. All’inizio del mese, era stata ripresa nel cortile dell’Università islamica di Azad mentre camminava a braccia conserte in mezzo alla folla, con i capelli sciolti e indosso solamente biancheria intima. Il suo gesto, il suo corpo e la sua storia sono subito divenuti un nuovo simbolo di resistenza nella lunga lotta di liberazione delle donne iraniane, riportando all’attenzione internazionale il movimento di protesta Donna, Vita, Libertà: esploso nel settembre 2022, ma mai terminato. Questo rinnovato interesse dell’occidente, tornato a esporsi attraverso mobilitazioni e gesti di solidarietà, si può spiegare sia per la potenza esercitata dal gesto di esporre il corpo nudo in uno spazio pubblico, trasformandolo così da oggetto di vergogna e oppressione a strumento di resistenza consapevole; sia in ragione dell’utilizzo da parte delle autorità iraniane di un metodo di discriminazione della donna comune alla storia occidentale, che passa attraverso le accuse di infermità mentale, l’isolamento e la privazione di credibilità. Tuttavia, dietro questo appoggio rischia di celarsi anche una forte ipocrisia. Quella di celebrare azioni di resistenza femminista solo nel limite in cui rientrano in una comprensione tipicamente occidentale della liberazione e di accorgersi della capacità delle donne di mobilitarsi solo laddove la si vuole vedere.

Giovedì 19 novembre, le autorità iraniane hanno riferito che Ahoo Daryaei è stata dimessa dall’ospedale psichiatrico senza alcun capo d’accusa. All’inizio del mese, era stata ripresa nel cortile dell’Università islamica di Azad mentre camminava a braccia conserte in mezzo alla folla, con i capelli sciolti e indosso solamente biancheria intima. Il suo gesto, il suo corpo e la sua storia sono subito divenuti un nuovo simbolo di resistenza nella lunga lotta di liberazione delle donne iraniane, riportando all’attenzione internazionale il movimento di protesta Donna, Vita, Libertà: esploso nel settembre 2022, ma mai terminato. Questo rinnovato interesse dell’occidente, tornato a esporsi attraverso mobilitazioni e gesti di solidarietà, si può spiegare sia per la potenza esercitata dal gesto di esporre il corpo nudo in uno spazio pubblico, trasformandolo così da oggetto di vergogna e oppressione a strumento di resistenza consapevole; sia in ragione dell’utilizzo da parte delle autorità iraniane di un metodo di discriminazione della donna comune alla storia occidentale, che passa attraverso le accuse di infermità mentale, l’isolamento e la privazione di credibilità. Tuttavia, dietro questo appoggio rischia di celarsi anche una forte ipocrisia. Quella di celebrare azioni di resistenza femminista solo nel limite in cui rientrano in una comprensione tipicamente occidentale della liberazione e di accorgersi della capacità delle donne di mobilitarsi solo laddove la si vuole vedere. 

I dubbi sull’accaduto e la manipolazione interna dell’informazione

Per diversi giorni è rimasta sconosciuta l’identità della ragazza ripresa mentre attraversava in biancheria intima il cortile del Science and Research campus dell’Università islamica di Azad, a Teheran. La sua espressione all’apparenza incurante, le braccia conserte, i capelli sciolti e il corpo seminudo che passeggia in mezzo alla folla sono mostrati nel video che dai primi giorni di novembre è ampiamente circolato sui social media iraniani e internazionali. È stata la giornalista e attivista iraniano-statunitense Masih Alinejad a rivelare il nome della giovane, dopo averne contattato i familiari. Si tratta di Mahla Daryaei, studentessa di letteratura francese, chiamata da amiche e amici Ahoo. Un secondo video, girato pochi minuti dopo, la mostra all’uscita del campus, mentre viene accerchiata e forzatamente caricata su un veicolo della polizia morale. Sarebbe stata portata prima nel commissariato di polizia e poi in una struttura psichiatrica per ricevere delle cure. Da qui, gli eventi hanno seguito un copione più volte riproposto dalle forze di sicurezza iraniane per ostacolare un’informazione trasparente: dopo aver preso il controllo dell’ospedale psichiatrico, la ragazza è stata infatti isolata, impedendo l’accesso persino al personale sanitario. Fatemeh Mohajerani, la prima donna portavoce del governo iraniano dalla rivoluzione del 1979, aveva dichiarato che non sarebbe stato aperto nessun fascicolo giudiziario contro di lei. E così è stato: giovedì 19 novembre, Ahoo è stata infatti dimessa dall’ospedale ed è tornata a casa senza alcun capo d’accusa

La vicenda presenta alcuni elementi poco chiari, soprattutto legati alle motivazioni che avrebbero portato Daryaei a spogliarsi. Secondo una prima ricostruzione, pubblicata sul canale Telegram della newsletter studentesca Amir Kabir e supportata da gruppi in difesa dei diritti umani come Amnesty International, la ragazza sarebbe stata fermata e strattonata dagli agenti della polizia morale poiché non indossava correttamente il velo. La stessa fonte riferisce che, durante la colluttazione, la felpa di Ahoo si sarebbe strappata e lei, per protesta, avrebbe deciso di togliersi il resto degli indumenti. La versione ufficiale, invece, si fonda sulle testimonianze di due studenti riportate da BBC Farsi, secondo cui non ci sarebbe stato alcuno scontro con le forze di sicurezza, ma la studentessa avrebbe disturbato lo svolgimento di alcune lezioni entrando in aula con il cellulare e, una volta fuori, si sarebbe tolta i vestiti. I testimoni hanno affermato di non sapere cosa sia accaduto prima della presunta irruzione di Daryaei nelle aule, né di aver visto il momento in cui si è svestita. Il suo gesto è stato così ricondotto a “disturbi psicologici”, come dichiarato dal responsabile della comunicazione dell’Università di Azad, Syed Amir Mahjoub, subito dopo l’arresto. I media locali affiliati al governo si sono attenuti a questa narrazione dei fatti, condividendo anche un video in cui il presunto ex marito della giovane dichiara in lacrime che lei soffre di problemi mentali ed è madre di due bambini. Diverse testate internazionali, tra cui Al Jazeera, non hanno potuto verificare in modo indipendente il filmato. 

La diagnosi psichiatrica come forma di controllo sociale

Il regime iraniano presenta una lunga storia di manipolazione dell’informazione per celare episodi di violenza istituzionale, specialmente contro le donne. L’esempio più noto risale all’uccisione di Mahsa Jina Amini: rimasta vittima, nel settembre 2022, di un’aggressione da parte della polizia morale dopo essere stata arrestata per non aver indossato correttamente il velo. La sua uccisione ha sollevato un movimento di protesta che ha conosciuto ampia risonanza al livello nazionale, prima, e internazionale, poi, con il nome di “Donna, Vita, Libertà”. A distanza di un anno, nell’ottobre 2023, un’altra ragazza è rimasta uccisa dopo uno scontro con la polizia morale per non aver osservato la legge sull’hijab obbligatorio. In entrambi i casi, le forze di sicurezza hanno negato il proprio coinvolgimento e la morte delle due giovani è stata ricondotta a ragioni di salute. Ciò che però distingue la vicenda di Ahoo Daryaei, è l’utilizzo di un metodo di silenziamento della donna che chiama direttamente in causa il passato dell’occidente ed evidenzia l’urgenza di una profonda riflessione sui canali di esercizio del potere.

L’accusa di infermità mentale è infatti retaggio di collaudate tecniche di de-legittimazione della credibilità femminile, in Iran come in altri Paesi: specialmente in Europa e in quella parte di mondo che chiamiamo occidente. Dal corpus hippocraticum alla caccia alle streghe, dal positivismo ottocentesco alla nascita della psicologia moderna, dalle lotte emancipatorie durante il fascismo fino al movimento #MeToo, le diagnosi di isteria e “pazzia” si sono dimostrate efficaci strumenti di controllo sociale della donna. Attraverso la patologizzazione di comportamenti sovversivi, la psichiatria e la medicina hanno consentito di isolare fisicamente donne disobbedienti in luoghi marginali e stigmatizzati come gli ospedali psichiatrici, contribuendo a sancirne l’inferiorità intellettuale e morale. Numerose esperienze di donne non conformi ai ruoli di genere –accusate di essere libertine, indocili, irose o madri snaturate – sono state infatti qualificate come mentalmente e moralmente invalide, venendo così private di credibilità e riconoscimento e, di conseguenza, silenziate, invisibilizzate.

Le medesime procedure di internamento e delegittimazione vengono riproposte nella Repubblica Islamica contro gli oppositori politici e in particolare contro le donne che si discostano o si oppongono apertamente alle imposizioni del regime. L’inizio delle proteste Donna, Vita, Libertà ha ulteriormente incrementato le pratiche di ospedalizzazione forzata e accanimento diagnostico con fini repressivi. Già nell’ottobre 2022, l’allora ministro dell’istruzione iraniano, Yousef Nouri, aveva affermato che alcuni studenti fossero stati arrestati e inviati in “istituti psicologici” per “riformarli”, come riportava la CNN citando media locali. Il dicembre dello stesso anno, la rivista medica The Lancet aveva denunciato l’utilizzo da parte dell’Iran di “servizi psichiatrici e psicologici come misura correttiva nei conflitti politici” nel tentativo di patologizzare “opinioni e valori che differiscono da quelli di un regime al potere”.

La pratica non si è attenuata con il mitigarsi delle proteste. Ne è un esempio il caso di Roya Zakeri, arrestata nell’ottobre dello scorso anno a Tabriz per non aver indossato il velo e internata tre volte, l’ultima lo scorso aprile. Dopo il suo rilascio, in un video pubblicato sui social media ha riferito: “Voglio annunciare che sono in perfetta salute fisica e mentale, e non confermo in alcun modo le affermazioni della Repubblica islamica”.

Il corpo come strumento di resistenza e i retaggi di un femminismo imperialista

Il gesto della donna di mostrare pubblicamente il corpo nudo costituisce una pratica particolarmente dolorosa ma anche estremamente potente. Se, da una parte, sottintende l’esistenza di un sistema repressivo in cui il corpo rimane uno degli ultimi strumenti di resistenza disponibili; dall’altra, sconvolge le aspettative sociali e sfida le norme patriarcali profondamente radicate riguardo al corpo femminile e alla sua visibilità. Mostrare il soggetto/oggetto che, per legge, religione o buon costume, dovrebbe rimanere celato destabilizza i canoni di decenza convenzionale e stravolge l’ordine di senso tra ciò che è appropriato e ciò che è vergognoso, tra ciò che è virtuoso e ciò che è peccaminoso; in termini politici, tra ciò che è pubblico e ciò che deve rimanere privato. Una volta esposta nello spazio pubblico, infatti, la nudità assume un valore eminentemente politico: poiché invade quel luogo adibito al dibattito e al contraddittorio, storicamente dominato da corpi e opinioni maschili, mettendo in discussione chi ha il diritto di occuparlo e definirlo. Attribuisce quindi una dimensione collettiva a ciò che è considerato personale e abbatte il muro costruito da politiche di controllo patriarcale secondo cui ciò che afferisce al corpo e all’intimità della donna non deve interferire con la sfera pubblica. Si genera così un corto circuito, che provoca shock, disagio, controversia e, in ultima istanza, costringe la società a confrontarsi con i suoi pregiudizi e le sue strutture repressive, nonché con le contraddizioni che ne derivano: ancor di più in sistemi di governo autoritari, come l’Iran, dove alla discriminazione di genere si sommano ulteriori livelli di oppressione e violenza. 

Per questo motivo, sono numerosi i movimenti che, nel corso del tempo, hanno performato l’atto di spogliarsi negli spazi pubblici per rivendicare l’autonomia e il valore politico del proprio corpo. Specialmente nei paesi che in passato hanno subito esperienze di colonizzazione. In molte società africane, ad esempio, le proteste nude hanno apertamente sfidato lo sguardo coloniale che tende a esotizzare e feticizzare corpi non bianchi, e hanno contribuito a smascherare l’eredità coloniale che si cela dietro la costruzione del corpo femminile come indecente, vergognoso e sessuale. Il gesto di Ahoo Daryaei si inserisce dunque in questa lunga tradizione: come presa di posizione radicale contro un potere patriarcale.

Allo stesso tempo, tuttavia, bisogna sottolineare come nel movimento delle donne iraniane questo costituisca solamente l’ultimo, eclatante esempio di una ben più lunga e complessa battaglia contro le forme di oppressione e segregazione di genere imposte dalle autorità nazionali. Una battaglia che, nel corso dei decenni, ha fatto uso di repertori d’azione disparati, talvolta considerati innocui o insignificanti, altre volte giudicati ambigui o viziati nella loro impronta resistente. L’occidente ha ricoperto un ruolo chiave nell’effettuare questa gerarchia di valore delle azioni di protesta. Fin dall’inizio, si è infatti esposto in favore del movimento di liberazione delle donne in Iran ed è tornato a mostrare il proprio sostegno con l’episodio di Daryaei. Tuttavia, come in passato, anche le ultime proteste avvenute Londra, il murales apparso sulla facciata del Consolato iraniano a Milano, gli articoli di stampa e i post circolati sui social media occidentali hanno insistito molto sul lessico del coraggio, del sacrificio, della fierezza e della libertà dall’oppressore che il gesto della studentessa ha dimostrato. Proprio qui, in questa retorica sensazionalistica e salvifica, si cela però un aspetto altamente fuorviante che incide tanto sulla comprensione quanto sulla narrazione del movimento di liberazione iraniano, in primis, e dei movimenti femministi non-occidentali, in seconda battuta.

L’occidente tende infatti a enfatizzare episodi di ribellione come quello compiuto da Ahoo poiché sono perfettamente in linea con una visione della liberazione e di un certo femminismo prodotte dalla modernità occidentale. Una visione fondata su presupposti di rifiuto e superiorità nei confronti del diverso, rafforzata dal mito della missione civilizzatrice dell’occidente verso l’alterità. Quindi, le immagini delle donne di Teheran che bruciano in piazza i loro hijab, danzano per le strade con i capelli sciolti e si spogliano di ogni indumento per protestare sono appassionatamente celebrate e diffuse come testimonianza di un cambiamento auspicabile. Al contrario, tutte le altre forme di resistenza che partecipano egualmente alla lotta per l’autodeterminazione e l’emancipazione femminile, ma non rientrano nei canoni prestabiliti dal femminismo bianco, vengono oscurate o addirittura biasimate e rifiutate. Motivo per cui, le battaglie delle donne musulmane che rivendicano il diritto a indossare l’hijab in paesi europei o rifiutano il modello di iper-esposizione del corpo di matrice liberale e individualista, non possono essere considerate femministe. Eppure, tanto il movimento Donna, Vita, Libertà, quanto i movimenti trans-femminismi e intersezionali contemporanei si battono per il diritto di ogni donna a scegliere liberamente del proprio corpo (my body my choice). Una scelta che dovrebbe rimanere scevra da giudizi e imposizioni esterne: sia che provengano dalla struttura patriarcale, sia dalle aspettative dell’occidente.

Risulta quindi chiarificata quella apparente contraddizione per cui la vicenda di Ahoo Daryaei costituisce contemporaneamente un esempio di resistenza femminista e un appiglio per negare altre forme di protesta e femminismo. Il nodo della questione si manifesta nella nostra posizionalità e nella necessità di una sua decostruzione: nel ruolo che, in quanto osservatorə esternə, possiamo permetterci di ricoprire in un contesto altro. Pertanto, la scelta di spogliarsi pubblicamente può pienamente tradursi in un gesto radicale di ribellione di genere, se performata da donne oppresse e storicamente colonizzate; mentre, la celebrazione enfatica di un gesto simile da parte di paesi colonizzatori, può presentare risvolti problematici, poiché veicolata da uno sguardo essenzialista, ancora impregnato di orientalismo e impliciti neo-coloniali.


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