Immagini dalla Corea del Nord mostrano la costruzione del suo primo sottomarino nucleare, mentre Seul sviluppa mezzi avanzati con il supporto degli Stati Uniti. La penisola coreana entra così in una fase di intensa competizione sottomarina dalle rilevanti conseguenze regionali.
Il 25 dicembre l’agenzia di stampa nordcoreana KCNA ha pubblicato nuove immagini della costruzione di un sottomarino a propulsione nucleare. La diffusione conferma quanto rivelato a marzo 2025, quando Pyongyang aveva ufficializzato la realizzazione di un “sottomarino strategico a propulsione nucleare dotato di missili guidati”. L’annuncio rientra in quella che può essere definita una “corsa” tra Corea del Nord e Corea del Sud per potenziare le rispettive capacità navali, un contesto in cui i sottomarini nucleari rappresentano strumenti in grado di modificare non solo il peso militare degli attori coinvolti, ma anche le dinamiche diplomatiche legate all’acquisizione di questa tecnologia strategica.
Lo stato dell’arte nordcoreano
Gli investimenti di Pyongyang nella Marina militare sono relativamente recenti. La Marina militare nordcoreana è la più piccola delle tre forze che compongono le forze armate nazionali, dopo l’aeronautica e le forze terrestri, ma dispone, allo stesso tempo, di una considerevole flotta di sottomarini, pari a circa 70 unità, almeno secondo quanto riportato dalla Defense Intelligence Agency statunitense in un suo rapporto redatto nel 2021. Secondo il resoconto, il Paese avrebbe sì a disposizione un elevato numero di mezzi a immersione, dotati di motori diesel e di classe “midget”, ovvero sotto le 150 tonnellate, impiegati soprattutto per operazioni costiere, ma datati e dall’autonomia limitata. Nonostante ciò, il loro numero, unito alla capacità di lancio di siluri e mine, quest’ultime ampiamente utilizzate come difesa in caso di operazioni di sbarco nemiche, costituisce una minaccia significativa alle navi mercantili e alle marine degli Stati Uniti e dei suoi alleati che operano nelle acque della penisola coreana.
L’ascesa di Kim Jong-un nel 2012 ha favorito nuovi investimenti volti a rafforzare le capacità balistiche e a valorizzare i progressi nella ricerca nucleare. Tra il 2014 e il 2015 Pyongyang ha introdotto la classe di sottomarini lanciamissili balistici Gorae e avviato i test degli SLBM Pukguksong. Il Pukguksong-1 presenta una gittata stimata tra 500 e 2.500 km, il Pukguksong-2 (2017) tra 1.200 e 2.000 km, mentre i modelli successivi sviluppati tra il 2020 e il 2022 raggiungono un raggio operativo compreso tra 3.500 e 12.000 km.
Coeva alle sperimentazioni balistiche è la nascita di sottomarini adatti al loro utilizzo. Questi, appartenenti alla classe Gorae, sono l’Hero Kim Kun Ok, inaugurato nel settembre 2023 e in grado di lanciare SLBM di medio e corto raggio e missili da crociera dotati di testate nucleari, e l’August 24 Hero, svelato nel marzo 2014 e anch’esso capace di lanciare missili da crociera e SLBM con una gittata pari a 600 chilometri. Malgrado però le paventate capacità belliche, immagini satellitari del luglio 2025 hanno mostrato che entrambi i modelli stazionavano nel bacino del cantiere navale di Sinpo, senza che l’Hero Kim Kun Ok abbia ancora dato prova delle sue capacità di lancio, a differenza dell’August 24 Hero. La scarsità di risorse, a cui è possibile imputare il loro lungo fermo, non ha però impedito al regime di promuovere la costruzione di un nuovo sottomarino, il primo, questa volta, a propulsione nucleare. Le istantanee di dicembre 2025 hanno evidenziato alcune novità, ovvero il completamento della parte superiore del mezzo e il dislocamento, di 8.700 tonnellate. Nessuna menzione riguardo il reattore. Mosca potrebbe garantire il know-how necessario, ma vi sono divergenze su come ciò possa avvenire, se tramite l’invio di esperti oppure con la condivisione di tecnologie specifiche.
Lo stato dell’arte sudcoreano
Seul dispone di un numero più limitato di sottomarini, circa 21, ma rispetto a Pyongyang possiede unità più avanzate. La flotta nordcoreana è composta in gran parte da sottomarini costieri e tascabili, inadatti al pattugliamento oceanico, capacità invece garantita a tutte e tre le classi sudcoreane: Chang Bogo, Son Won-Il e Dosan Ahn Chang-ho. La classe Chang Bogo, commissionata nel 1987 e realizzata da Hanwha Ocean in collaborazione con la tedesca HDW, è dotata di motori diesel e può lanciare siluri e missili antinave AGM-84 Harpoon. Recenti aggiornamenti hanno migliorato i sistemi di navigazione e integrato console multifunzione per sonar e armamenti. Commissionata dal 2007, la classe Son Won-Il impiega invece una propulsione combinata diesel, elettrica e a celle a combustibile, che consente una maggiore permanenza in immersione. Questo sistema è stato poi adottato anche nella più recente classe Dosan Ahn Chang-ho (2014), che, pur dovendo riemergere più frequentemente, dispone di missili SLBM Hyunmoo 4-4 e di sensori più avanzati, adatti anche alla guerra elettronica.
Le tre classi fanno parte del programma Korean Attack Submarine (KSS), con l’obiettivo di modernizzare la flotta della Repubblica di Corea e acquisire una maggiore capacità di risposta in termini di deterrenza, protezione delle comunicazioni e missioni di ricognizione nelle acque coreane. Il piano, avviato negli anni Novanta con l’acquisizione dei modelli Chang Bogo, è giunto oggi alla sua terza fase: nell’ottobre 2025 è stato varato il sottomarino Jang Yeong-sil, appartenente alla classe Dosan Ahn Chang-ho, che perfeziona le capacità di rilevamento, attacco, invisibilità e sopravvivenza.
Realizzato con un numero maggiore di componenti locali, lo Jang Yeong-sil simboleggia il risultato del progetto KSS nel massimizzare non solo i traguardi dell’industria bellica nazionale, ma anche le competenze cantieristiche sudcoreane, capaci di evolversi e migliorare in termini di competitività ed esportazioni.
Questi elementi avrebbero consentito a Seul di dotarsi con relativa facilità di sottomarini a propulsione nucleare. Da tempo, infatti, il Paese è all’avanguardia sia nel settore del nucleare civile sia in quello navale. L’incontro tra questi due ambiti è stato però a lungo limitato dagli Stati Uniti, contrari a una possibile proliferazione nucleare nella regione e intenzionati a mantenere la propria influenza, assicurata dal loro ombrello difensivo. Una situazione che, tuttavia, con l’attuale amministrazione americana sembra essere cambiata. Nell’incontro tra Donald Trump e Lee Jae-myung, avvenuto a Gyeongju nel novembre 2025, tra i numerosi accordi commerciali, nella sezione relativa alla partnership marittima e nucleare si legge che Washington ha dato l’approvazione alla costruzione di sottomarini a propulsione nucleare e che la Casa Bianca lavorerà in tal senso sia sui requisiti progettuali sia sulle modalità di approvvigionamento del combustibile. L’intento, pertanto, è quello di riuscire a produrre il primo modello di sottomarino nucleare intorno al 2035, sulla base di un progetto elaborato anche da Seul, che prevederebbe l’impiego di uranio a basso arricchimento, pari a circa il 20%, con la necessità di rifornire il combustibile a intervalli di circa dieci anni.
Quali effetti per la regione
Il contemporaneo avvio, da parte delle due Coree, di progetti di questo tipo avrà conseguenze rilevanti, soprattutto sotto il profilo politico-militare. Attraverso la dotazione di sottomarini a propulsione nucleare, Pyongyang mira a superare almeno temporaneamente Seul e a rafforzare la propria postura nei confronti del vicino meridionale. L’attuale disparità nelle capacità nucleari consente già al regime di Kim Jong-un di adottare una diplomazia del rischio calcolato, ottenendo concessioni politiche o economiche in cambio di una riduzione delle tensioni. Se la Corea del Nord riuscisse a dotare i propri sottomarini di sistemi a spinta nucleare, tale divario aumenterebbe ulteriormente, garantendo al governo nordcoreano una credibile capacità di second strike e consolidando lo status nucleare del Paese, elemento chiave in vista di futuri colloqui con Washington. Inoltre, ciò rafforzerebbe la stabilità interna, con la famiglia Kim pronta a rivendicare il successo — ancora da dimostrare — del progetto per mantenere il potere, e accrescerebbe l’influenza esterna di Pyongyang, che potrebbe dialogare da una posizione di forza sia con Pechino sia con Washington.
Per Seul, all’opposto, l’ottenimento di tale armamento consentirebbe di riequilibrare la già citata disparità con il Nord in termini nucleari. Ma non solo: qualora avesse successo, la collaborazione con Washington potrebbe estendere le concessioni statunitensi ad altre applicazioni, fino a giungere al conseguimento di una vera e propria testata atomica, sebbene osteggiato dalla presidenza Lee. Secondo alcuni analisti, la Corea del Sud, oltre a registrare un crescente sostegno popolare alla “nuclearizzazione” del Paese, non dovrebbe puntare allo sviluppo di bombardieri strategici o missili balistici intercontinentali. La sua postura nucleare sarebbe infatti legata, almeno nel breve periodo, alla necessità di bilanciare la deterrenza nordcoreana. In quest’ottica, lo sviluppo di sottomarini nucleari rappresenterebbe non solo un passo coerente in tale direzione, ma anche una risposta ad un paventato disimpegno statunitense dalla regione coreana.
Nel 2019, l’allora capo del Comando Indo-Pacifico degli Stati Uniti, l’ammiraglio Philip Davidson, ha sottolineato come nella regione indopacifica sia concentrato il 75% dei 400 sottomarini stranieri presenti nel mondo, di cui 160 appartengono a Cina, Russia e Corea del Nord. Una maggiore cooperazione tra Seul e Washington in questo settore permetterebbe agli Stati Uniti di considerare la Corea del Sud un alleato aggiuntivo nel contrasto più efficace alle mosse di Pechino e Pyongyang nella penisola coreana, consentendo ai sottomarini nucleari americani di concentrarsi, più che sulla Corea, sul pattugliamento di altre zone sensibili, come il Mar Cinese Meridionale o le vie di comunicazione marittime intorno a Taiwan. Ciò trasformerebbe il ruolo della Casa Blu all’interno dell’alleanza, rendendola un attore più proattivo e capace di operare nello scenario regionale anche al di fuori dell’ombrello di sicurezza statunitense.
I sottomarini nucleari non sono semplicemente strumenti di difesa nazionale, ma leve strategiche capaci di influenzare profondamente la proiezione regionale e globale del Paese che li possiede. Questo vale in modo particolare per le due Coree: l’acquisizione di tali asset non modificherebbe solo le capacità militari, ma inciderebbe anche sulle dinamiche dei rapporti intercoreani e sulle interazioni con gli alleati, generando al contempo rischi e opportunità. Tra i rischi principali vi è la possibilità che l’introduzione di sottomarini nucleari alimenti la brinkmanship nordcoreana, spingendo Pyongyang a sfruttare la tecnologia atomica anche in altri ambiti difensivi. Tra i potenziali benefici, invece, il possesso di tali capacità da parte della Corea del Sud potrebbe instaurare una sorta di “Pax Atomica” nella penisola, bilanciando la deterrenza nucleare e contribuendo a ridurre tale competizione tra Nord e Sud, creando così condizioni più stabili e favorevoli a un dialogo concentro e costruttivo.

