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29/07/2024
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Cosa cambia dopo il ritiro di Biden tra le fila dei Dem

di Alessio Celant

Domenica 21 luglio Joe Biden ha annunciato sul social X il suo ritiro dalla candidatura presidenziale, invitando tutti i delegati racimolati nel corso delle primarie a votare alla Convention di agosto per la sua attuale vice, Kamala Harris. 

Domenica 21 luglio Joe Biden ha annunciato sul social X il suo ritiro dalla candidatura presidenziale, invitando tutti i delegati racimolati nel corso delle primarie a votare alla Convention di agosto per la sua attuale vice, Kamala Harris. 

Nelle ultime settimane, per la precisione a seguito del dibattito presidenziale, sempre più membri del Partito avevano iniziato a fare pressione su Joe Biden, invitandolo (o costringendolo) a farsi da parte. Nancy Pelosi, ex Speaker del Congresso, Hakeem Jeffries, leader di minoranza alla Camera, e il capo di maggioranza al Senato, Chuck Schumer, hanno persino avuto un incontro privato con il Presidente in cui hanno espresso le loro “preoccupazioni”.

Ora che Biden si è ufficialmente ritirato, come richiesto dalla corrente maggioritaria dei democrats, si sono inevitabilmente palesati diversi punti interrogativi legati alla campagna elettorale, al ticket presidenziale, ma non solo. Essendo un evento insolito per le dinamiche politiche statunitensi, in questo articolo cercheremo di fare chiarezza sulle sue possibili implicazioni, rispondendo a delle domande frequenti.

Link per approfondire il funzionamento delle elezioni americane.

Chi prende il posto di Biden?

Il ritiro di Biden avviene in un momento di stallo: successivo al termine delle primarie e quindi all’assegnazione dei delegati, ma precedente alla Convention, momento in cui si formalizza il ticket (coppia composta da candidato presidente e vicepresidente che hanno vinto la nomination).

Ciò significa che l’endorsement di Biden a Kamala Harris non implica il trasferimento dei voti, da lui ottenuti nel corso delle primarie, all’attuale vicepresidente. I delegati non sono più ovviamente “agganciati” a Biden, quindi possono votare liberamente altri eventuali candidati alla Convention.

Oltre alla già citata Kamala Harris, potranno, infatti, comparire altri concorrenti per la conquista del ticket: essi, però, come accade per potersi iscrivere alle primarie, devono ricevere almeno 300 firme o consensi dai delegati, non più di 50 per Stato.

Fino ad ora molte personalità di spicco del Partito, tra cui Governatori e Senatori, hanno deciso di compattarsi dietro l’endorsement di Biden, evitando di creare fratture che complicherebbero inutilmente una situazione peraltro già delicata; pertanto, si pensa siano davvero pochi coloro che intenderanno sfidare la Harris. Ad oggi nessuno ha manifestato l’intenzione.

Per quanto riguarda la questione super-delegati, essi sono ex politici importanti, ad esempio ex Presidenti e Vicepresidenti; di questa lista fanno parte: Bill Clinton, Barack Obama, Jimmy Carter e molti altri. Dal 2016 in poi il loro ruolo è stato ridimensionato, in quanto potranno partecipare alla consultazione solamente nel raro caso di “brokered convention”. Per tale motivo è difficile che essi riescano ad influenzare radicalmente la nomination.

Chi sarà il prossimo VP?

Generalmente, è il candidato, in questo caso Kamala Harris, che seleziona personalmente il suo VP; tuttavia, quest’ultimo può essere deciso dai delegati e dai super-delegati durante la Convention, tramite una votazione a maggioranza assoluta.

La seconda ipotesi è sicuramente quella più remota: affidare la scelta di un ruolo così importante dal punto di vista strategico e comunicativo ai delegati potrebbe rivelarsi controproducente. Così facendo, il ticket sarebbe composto in maniera democratica, in quanto i delegates, essendo attivisti, deputati e politici locali, rispecchiano in un certo senso la volontà dei propri elettori. D’altro canto, il rischio è quello di comporre un ticket non coerente o poco accattivante, incapace di recuperare lo svantaggio nei confronti del tycoon nei vari swing States.

A Mrs. Harris serve una figura istituzionalmente esperta, competente e popolare che sappia contrapporsi alla retorica pro-Midwest, promossa dalla coppia Trump-Vance. 

Molti articoli citano nomi come Gretchen Whitmer (Gov. Michigan), la quale però ha annunciato di non voler abbandonare il suo Stato per il ruolo di Vicepresidente, Josh Shapiro (Gov. Pennsylvania) che darebbe visibilità ai democratici del Midwest, Roy Cooper (Gov. North Carolina) anch’egli promotore di una linea moderata, Mark Kelly (Sen. Arizona ed ex astronauta) e, infine, Gavin Newsom, considerata la vera “rising star” dei DEM.

Come verrà gestita la campagna elettorale di Kamala Harris?

Il comitato elettorale di Biden, organo volto a gestire e coordinare i fondi della campagna elettorale, ha racimolato più di 96 milioni di dollari: la domanda sorge spontanea, Kamala Harris potrà utilizzarli?

Secondo molti esperti di finanziamenti elettorali, la risposta è sì. Infatti, ogni candidato alla Presidenza che raccoglie più di 5000$ deve registrarsi, per legge, all’agenzia governativa FEC, indicando entrambi i membri del ticket, i quali saranno contitolari delle risorse gestite dal proprio comitato: ciò significa che anche Harris può usufruirne.

Inoltre, il comitato Biden-Harris può compiere trasferimenti di denaro illimitati e può delegare le spese al Comitato Nazionale Democratico, organo centrale e al vertice della gerarchia del Partito. Quest’ultimo si occupa di coordinare tutte le campagne elettorali locali e non solo. In questo modo si eviterebbero possibili controversie legali in tema di finanziamenti.

Per quanto riguarda la questione Super PAC, essi, poiché sono delle organizzazioni formalmente indipendenti dai candidati che finanziano, possono utilizzare le risorse raccolte per sostenere qualsiasi politico, o causa indipendentemente dalle dinamiche di partito: in tal caso non sussiste alcun problema.

Dopo il ritiro di Biden le donazioni tramite Super PAC si sono impennate. In meno di una settimana i Dem hanno raccolto 150 milioni di dollari che si aggiungono a quelli precedentemente stanziati per sponsorizzare la Convention e la campagna elettorale nei swing States, che ammontano a oltre 250 milioni. 

Come cambia la strategia dei democrats?

Kamala Harris ha inaugurato la propria campagna elettorale in Wisconsin, il 23 luglio. Il morale tra le fila dei democratici è aumentato e lo si può notare dal boost di donazioni e dal feedback positivo da parte di elettori e membri del Partito all’endorsement di Biden.

La volontà dell’attuale Vicepresidente è chiara: recuperare terreno negli swing States tramite comizi ed una maggiore partecipazione; non a caso il suo primo discorso si è proprio tenuto in uno degli Stati più decisivi e combattuti.

Forse l’obiettivo primario, però, rimane quello di blindare il cosiddetto “Blue Wall”, ovvero quell’insieme di Stati tradizionalmente democratici inespugnabili per il GOP fino a qualche anno fa.

Tra questi figura il Michigan, che nel 2016 venne “conquistato” incredibilmente da Donald Trump e costò la vittoria ad Hillary Clinton. I sondaggi, fino ad ora, hanno sempre dato per favorito il tycoon nel “Mitten State”, pertanto Harris e il suo staff dovranno cercare di invertire la tendenza.

Le occasioni per fare ciò non mancano: la convention di agosto e la scelta del VP sono due asset preziosi e, se sfruttati a dovere, potranno sicuramente riaprire una partita che fino alla scorsa settimana sembrava già conclusa.

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