Dalla fine della Seconda guerra mondiale, il dollaro americano riveste un ruolo dominante come valuta di riserva internazionale. Questo primato ancora indiscusso si fonda essenzialmente su tre pilastri: la forza militare ed economica, la relativa stabilità dell’assetto politico-istituzionale statunitense e un potente fattore di inerzia legato alla profonda stratificazione della finanza globale e dei mercati dei capitali. Sebbene alcune nazioni concorrenti possano vantare singolarmente alcune di queste qualità, gli Stati Uniti rimangono l’unico attore a conservare contemporaneamente tutti e tre i pilastri.
Nonostante questa solidità del sistema, la quota di dollari nelle riserve mondiali delle banche centrali vive una lenta ma costante discesa. Dal 2000 al 2025, la percentuale è scesa gradualmente dal 71% a circa il 57%, segno che sempre più nazioni stanno riducendo l’esposizione verso il biglietto verde per diversificare il proprio portafoglio. Mentre una parte di queste transazioni si è spostata verso l’euro, lo yen e la sterlina, la dinamica più interessante riguarda il volume contenuto ma in costante crescita delle transazioni in yuan cinesi. Il tentativo della Cina di scardinare lo strapotere del dollaro risponde a profonde ragioni geopolitiche, inserendosi direttamente nello scontro in atto tra le grandi potenze e trovando nel continente africano uno dei suoi principali banchi di prova.
In questo contesto di transizione, il continente africano rappresenta un caso di studio particolarmente significativo per i processi di dedollarizzazione in corso. Infatti, nel corso del 2026, il costo del servizio del debito per le economie subsahariane – inteso come combinazione tra rimborso del capitale e saldo degli interessi pendenti – supererà i 90 miliardi di dollari. Questa elevata mole di rimborsi sta spingendo molti governi dell’area a cercare una difficile via d’uscita. Le opzioni più percorse riguardano la conversione del proprio debito oppure l’avvio di transazioni ed emissioni direttamente nella divisa cinese, intrecciando così le necessità finanziarie locali con le aspirazioni dell’ex Celeste Impero.
Il caso dell’Africa e la cooperazione commerciale con Pechino
Negli ultimi anni, sempre più banche, istituti multilaterali e governi africani stanno adottando lo yuan o renminbi (valuta del popolo) sia come sistema di pagamento diretto sia come strumento per la riconversione del debito estero. I Paesi africani sono attratti dalla possibilità di abbattere i costi di cambio e di accedere a condizioni di rimborso meno onerose rispetto a quelle imposte dai finanziamenti denominati in dollari. L’adozione della valuta cinese è strettamente legata anche all’intensificarsi dei rapporti commerciali, favoriti dalla politica dei “dazi zero” di Pechino verso cinquantatré economie africane, che ha portato l’interscambio a sfiorare i 350 miliardi di dollari nel 2025. Il Sudafrica rappresenta un esempio emblematico, avendo raggiunto un commercio bilaterale con Pechino di 53,58 miliardi di dollari nel 2025. Questi flussi sono stati ulteriormente incentivati da accordi bilaterali nati anche in risposta alle tensioni e alle guerre tariffarie della presidenza di Donald Trump, che hanno parzialmente raffreddato le relazioni tra Washington e il continente africano.
L’evoluzione del settore bancario e i canali di pagamento alternativi
Il sistema finanziario africano sta costruendo le infrastrutture necessarie per supportare questa transizione valutaria. La sudafricana Standard Bank è diventata il primo istituto del continente ad accedere direttamente al China’s Cross-Border Interbank Payment System (Cips), la piattaforma di pagamenti cinese che consente regolamenti interbancari diretti in yuan tra l’Africa e la Cina. Sulla stessa scia si sta muovendo Absa, un gigante bancario con attività per oltre 134 miliardi di dollari, che sta valutando l’adesione al medesimo circuito. Questa tendenza è confermata anche dalle recenti operazioni di EcoBank, istituto panafricano con sede a Lomé e filiali in oltre 30 Paesi della regione subsahariana. La banca sta lavorando con la Bank of China per introdurre un meccanismo di conversione diretto dalle divise africane allo yuan. L’obiettivo è permettere ai clienti aziendali di effettuare pagamenti direttamente in valuta cinese, superando il dollaro e rispondendo agli investimenti strategici dispiegati da Pechino. Parallelamente, le istituzioni africane diversificano le proprie fonti di finanziamento, è il caso della banca multilaterale Afreximbank che ha emesso i cosiddetti Panda Bond, obbligazioni denominate in yuan, raccogliendo l’equivalente di circa 300 milioni di dollari.
La gestione del debito pubblico e la riconversione valutaria
Il passaggio alla valuta cinese sta coinvolgendo in modo diretto anche le politiche di bilancio dei soggetti pubblici, sebbene la sfida rimanga complessa dato che oltre il 70% del debito estero complessivo del continente rimane espresso in dollari. Ciononostante, diversi governi hanno avviato riforme per alleggerire la pressione finanziaria. Lo Zambia ha accettato il pagamento in yuan di tasse e royalties dovute dalle multinazionali del settore minerario. Il Kenya ha varato un piano di riconversione dalla divisa americana allo yuan per una tranche di 3,5 miliardi di dollari legata a un prestito contratto con la Cina, stimando un risparmio di circa 215 milioni di dollari all’anno grazie a tassi di cambio più favorevoli. Etiopia e Mozambico stanno studiando accordi di currency swap simili, finalizzati ad alleggerire il rimborso di crediti o a convertire in blocco singole tranche di debito. La progressiva crescita di queste soluzioni risponde alla necessità dei governi africani di attenuare la dipendenza dalla valuta statunitense, proteggendo le economie locali dagli shock provocati dalle fasi di scarsità di liquidità in dollari e dalle decisioni di politica monetaria della Federal Reserve.
L’internazionalizzazione incompiuta del Renminbi
I tentativi di dedollarizzare il sistema finanziario sono tuttavia ben lungi dal pieno successo. La moneta cinese non si presenta ancora come un asset adatto a sostituire integralmente il biglietto verde. Emergono limiti dimensionali rilevanti, infatti, mentre la piattaforma Cips si occupa esclusivamente del regolamento delle transazioni nella divisa cinese, nel primo trimestre del 2026 avrebbe raggiunto un network di 1.800 soggetti (di cui 1.165 in Asia e 564 in Cina), il sistema Swift occidentale opera su una dimensione molto più globale e multi-valuta connettendo oltre 11.500 soggetti in più di duecento Paesi.
Entrando nel confronto fra la divisa americana e quella cinese, emergono importanti problematiche che frenano le ambizioni di Pechino. Un primo grande ostacolo è legato alla natura stessa del sistema economico cinese, basato su un colossale e costante surplus commerciale. Il dollaro statunitense mantiene il suo ruolo egemone anche grazie al deficit commerciale cronico degli Stati Uniti, un meccanismo che immette continuamente enormi quantità di biglietti verdi nell’economia, garantendo la liquidità necessaria per gli scambi internazionali. Al contrario, esportando molto più di quanto importi dai suoi partner, la Cina trattiene la ricchezza all’interno dei propri confini. Questo squilibrio prosciuga di fatto la liquidità della divisa di Pechino che non distribuisce abbastanza yuan nel mondo, rendendo la sua valuta scarsa.
Alla mancanza di liquidità si aggiunge un secondo limite, ovvero la mancata convertibilità dello yuan. Mentre i capitali in dollari si muovono liberamente e senza vincoli sui mercati finanziari di tutto il mondo, il governo cinese impone controlli ferrei sui flussi di denaro per evitare qualsivoglia fuga di capitali e mantenere il controllo sul tasso di cambio. Questa chiusura dei mercati comporta che, se una nazione – come spesso accade in Africa – non riesce a incamerare renminbi attraverso le proprie esportazioni e non può acquistarli liberamente su un mercato aperto, l’unica opzione per poter pagare le importazioni dalla Cina è farsi prestare la valuta direttamente da Pechino. In questo modo, l’obiettivo di affrancarsi dalla dipendenza dal dollaro si trasforma rapidamente in nuovo indebitamento estero, vincolato alle banche cinesi.
Infine, in caso di rafforzamento dello yuan, il peso dei costi di rientro del debito sulle spalle dei governi africani, andrebbe a replicare, anche se per adesso su scala minore, quanto sofferto con il dollaro. Una possibile soluzione potrebbe essere rappresentata da un riequilibrio della bilancia commerciale, che costituisce l’obiettivo della politica zero tariffs di Pechino. I dati del 2025 indicano però un interscambio pari, come detto, a circa 350 miliardi di dollari con un deficit di 102 miliardi, scaturito da 225 miliardi di esportazioni cinesi contro i 123 miliardi di esportazioni africane. Le premesse pendono nettamente a sfavore dell’Africa perché la Cina acquista principalmente materie prime e vende prodotti finiti. Questa asimmetria negli scambi blocca l’industrializzazione del continente, confinando le economie africane in una dinamica di dipendenza che rende estremamente difficile l’affrancamento da condizioni di profonda povertà.

