I conflitti dei nostri giorni non si combattono più con piccoli contingenti di pace in teatri lontani da casa ma con grandi eserciti in luoghi vicini e fino all’ultimo colpo. Questo impone un cambio di paradigma sostanziale all’interno delle forze armate per rispondere alle nuove esigenze del campo di battaglia. Il “documento programmatico pluriennale (DPP)” dello scorso triennio si è concentrato particolarmente sulle forze corazzate, mentre quello per questo triennio punta sulle componenti aeree e marittime delle forze armate.
Il DPP è il documento elaborato dal Ministero della Difesa all’interno del quale vengono fornite tutte le informazioni necessarie per comprendere il modo in cui i fondi dedicati a difesa e sicurezza sono spesi di triennio in triennio.
I grandi avvenimenti sullo scenario internazionale hanno modificato in modo drastico il modo in cui l’Italia ed i suoi alleati si muovono nel contesto della difesa provocando la necessità di un cambio di strategia sulla spesa e sull’organizzazione generale delle forze armate.
La guerra in Ucraina è indicata all’interno del DPP per il triennio 24-26 come l’evento che “ha cambiato, forse per sempre, il nostro modo di percepire la pace e la stabilità” portando ad una profonda revisione dell’organizzazione delle forze armate. La conseguenza di ciò è stata, coerentemente con quanto appreso osservando il teatro ucraino, una grande enfasi posta dal DPP 23-25 sulle forze corazzate (programmi di acquisto/aggiornamento MBT, IFV, VBM), sulla difesa antiaerea e antimissile (programma d’acquisizione di batterie SAMP/T) e sull’artiglieria dell’esercito. Tutto ciò nel contesto di un forte sforzo di ampliamento delle relative scorte di munizioni che “dovranno essere mantenute a livelli tali da esprimere un credibile combat power e contribuire alla deterrenza”. D’altronde, un esercito moderno ed attrezzato per scontri ampi e duraturi sembra ormai necessario per un futuro in cui l’uso della violenza e dello strumento militare è sempre più frequente per il raggiungimento degli obiettivi politici delle grandi potenze e delle loro potenze medie affiliate.
Il focus sulla componente aeronavale.
Il conflitto russo-ucraino ha reso evidenti le lacune della difesa italiana nel campo dei corazzati. Essa ha evidenziato come questi fossero vecchi e, soprattutto, poco numerosi. I programmi del DPP 23-25 hanno puntato a colmare queste lacune, ma per farlo hanno dovuto inevitabilmente trascurare i programmi di aeronautica e marina militare. Questi programmi sono vitali per il ruolo italiano nel teatro del Mediterraneo allargato, definito come “area di prioritario interesse strategico nazionale”, e il loro ritardo o accantonamento potrebbe portare ad un indebolimento delle forze armate proprio dove una presenza militare sostanziosa è necessaria.
Il DPP 24-26 si inserisce in un contesto ancora più deteriorato dove la guerra in Medio Oriente e gli attacchi nel Mar Rosso generano nuove esigenze ed evidenziano l’importanza del mediterraneo allargato per il “sistema Italia”. Ovviamente il nuovo DPP non può discostarsi molto da quanto deciso in precedenza, ma riesce comunque a dedicare fondi ed avviare programmi in grado di colmare parzialmente lo squilibrio creato. In particolare, ci si riferisce all’espansione del programma JSF (per cui verranno stanziati 1866 milioni di euro, con l’acquisto di ulteriori 25 caccia F-35, 15A e 10B, portando il numero totale da 90 a 115), 632 milioni per 24 nuovi caccia Eurofighter fase “4”, 1112 milioni per le linee aeree di supporto dell’aeronautica, 2000 milioni per due navi FREMM EVO (che porteranno da 10 a 12 le navi del programma FREMM) e 500 milioni per la terza nave di supporto flotta, 560 milioni di euro per 2 pattugliatori aerei marittimi a lungo raggio e 350 milioni per una piattaforma aerea multi-missione e multi-sensore. Tutto ciò sempre accompagnato da ingenti fondi per l’approvvigionamento di munizioni con 632 milioni per l’aviazione e 324 milioni per la marina.
Una fetta rilevante delle risorse è dedicata al Global Combat Air Programme (GCAP), il progetto multinazionale del caccia del futuro, a sistemi di difesa anti-drone per esercito e marina ed alla digitalizzazione delle infrastrutture e dei sistemi di combattimento in generale. Questo genere di risorse è più idoneo per confermare ed ampliare il ruolo italiano in un mediterraneo allargato sempre più instabile e affollato da potenze straniere.
Gli aspetti problematici del DPP
Nonostante gli sforzi portati avanti dal ministero, persistono alcune carenze, ad esempio l’ulteriore riduzione dei fondi, sia in percentuale sia in numeri assoluti, dei già pochi fondi dedicati all’addestramento del personale (si passa da 2.336,6 milioni nel 2023 a 1.768,6 nel 2026). La carenza di addestramento all’interno delle forze armate va a minare la capacità di utilizzo e manutenzione dei mezzi rendendo la macchina meno efficiente nel complesso. Per fare una comparazione con alleati NATO di stazza simile notiamo che in Francia la spesa per l’addestramento copre il 29.4% del bilancio della difesa, in Germania copre il 38.5% mentre nel Regno Unito il 31.7% delle spese. Questi dati, insieme al fatto che le spese per la difesa di questi paesi sono maggiori in termini assoluti, ci restituiscono un quadro in cui le forze armate italiane soffrono di una carenza di addestramento rispetto alle loro controparti europee.
Altra lacuna è il non recepimento di una delle lezioni della guerra in Ucraina, quella legata all’utilizzo dei droni “FPV” (visuale in prima persona). Questi economici ed efficaci strumenti hanno influito sul conflitto in modo determinante ma le forze armate italiane comunque preferiscono stanziare ingenti risorse per i più grandi e costosi droni della classe “MALE”. Questa tipologia di drone ormai risulta quasi obsoleta in zone di combattimento ad alta intensità come quelle che ci si aspetta per il futuro. L’unica eccezione sono piccole quantità di droni FPV riservate alle sole forze speciali. Questa scelta potrebbe anche dipendere dalla difficoltà con cui l’opinione pubblica italiana digerisce l’acquisto di armi pensate esclusivamente per l’attacco (ad esempio quelli che in tutto il mondo sono conosciuti come “elicotteri d’attacco” in Italia sono “elicotteri da esplorazione e scorta”).
In definitiva, i programmi avviati sono decisamente funzionali alla trasformazione delle forze armate italiane da una forza utile a missioni di peacekeeping in contesti “poco caldi” ad una forza in grado di sostenere un conflitto prolungato in linea con quanto viene portato avanti dalle altre potenze europee. Questi aggiustamenti richiedono necessariamente un’integrazione della spesa per l’addestramento, sia in termini assoluti che relativi, magari sacrificando parte delle già alte spese per il personale per potenziare ulteriormente le capacità delle forze armate.

