La Dichiarazione Annuale alla Stampa del Ministro degli Esteri Sugiono, pronunciata il 14 gennaio 2026, potrebbe apparire a un osservatore distratto come l’ennesima performance diplomatica rituale di inizio anno nel paese; elenco di priorità, riaffermazione di impegni e ottimismo di facciata. Una lettura tessiturale e critica del testo, tuttavia, potrebbe suggerisce qualcosa di diverso. Non siamo infatti di fronte a una diplomazia celebrativa, bensì a una diplomazia articolata dall’interno di una profonda ansia sull’ordine internazionale: un mondo in cui le regole non disciplinano più il potere e in cui la sopravvivenza statale dipende meno dall’allineamento retorico e più dalla solidità interna e dall’autonomia strategica.
L’affermazione più rivelatrice inquadra l’intera weltanschauung del Ministro; quando regole collettivamente concordate vengono violate senza conseguenze, ciò che collassa non è soltanto una norma giuridica, ma la fiducia stessa nell’ordine internazionale. In termini di politica estera questa frase non è semplicemente descrittiva ma performativa. Autorizza un cambio di grammatica della politica estera indonesiana, spostandola dal conforto di un rule-based orderverso quello che definirei resilience turn; una dottrina che tratta la diplomazia come estensione diretta del capacity-building statale.
In un ambiente aspro e imprevedibile, insiste Sugiono, la diplomazia deve poggiare su preparazione, resistenza, adattamento. La logica è priva di orpelli; solo i Paesi forti internamente possiedono reale potere negoziale all’esterno.
È qui che il discorso trascende la natura di catalogo annuale e diventa tentativo di ri-ancorare la Bebas-Aktif, la storica dottrina Indonesia “libera e attiva”, a un mondo che Sugiono descrive come multiplex regole sovrapposte, centri di potere in competizione, cooperazione transazionale e ritorno sistematico dei doppi standard. In tale contesto, essere liberi e attivi non può più significare la vecchia auto-immagine moralizzata di un non-allineamento di principio. Deve diventare dottrina operativa: preservare spazio di manovra tra rivalità, usare le istituzioni senza esserne catturati, convertire la resilienza interna in leva esterna.
Resilienza come arte di governo e riconfigurazione del confine domestico–internazionale
Sugiono formalizza questa visione attraverso la diplomazia della resilienza, costruita su quattro pilastri, sicurezza, economia, energia, cibo, tutti esplicitamente legati a sovranità e potere contrattuale. Non è semplice policy ma statecraft. La resilienza della sicurezza è definita come certezza territoriale (demarcazione dei confini) e rafforzamento della sinergia tra difesa e politica estera (i dialoghi due più due).
La resilienza economica diventa indipendenza più diversificazione, critica implicita alle dipendenze eccessive dalle catene del valore globali in un ordine frammentato. La resilienza energetica è proiettata come autonomia di lungo periodo e transizione. La sicurezza alimentare viene elevata da politica sociale a infrastruttura geopolitica, fondamento della stabilità nazionale.
L’elemento analiticamente più significativo è che questa svolta riconfigura il confine tra interno ed esterno. Il framing secondo cui la politica estera inizia a casa richiama una logica da two-level game: la diplomazia non è più mestiere tecnocratico esercitato altrove, ma funzione dell’economia politica interna e della coesione sociale. Teoricamente, il discorso appare come un ibrido tra realismo neoclassico (pressioni esterne filtrate attraverso capacità interne) e manuale da middle power (status e influenza tramite competenza, reti, posizionamento istituzionale). La tesi centrale è evitare che l’Indonesia diventi oggetto della rivalità tra grandi potenze; l’autonomia strategica deriva dalla resilienza più che dalla fede nelle regole.
Da qui discende anche l’apparente paradosso: Sugiono diagnostica il declino del multilateralismo, ma vi investe. Non abbandona il sistema multilaterale; tenta di riproporlo e strumentalizzarlo. Per una media potenza, l’uscita sarebbe autolesionista; influenza e protezione derivano da forum, procedure e spazi regolati. In un ordine multiplex, il multilateralismo non è un regime unitario ma un ecosistema di arene connesse; ne segue un hedging progettuale, fatto di appartenenze diversificate, coalizioni tema per tema e leadership procedurale come sostituto della capacità coercitiva.
Letto così, il discorso è coerente con una strategia di status costruita attraverso leadership istituzionale; quando la leva materiale è limitata, il posizionamento procedurale diventa valuta di scambio. Non prestigio fine a se stesso, ma strumento per modellare agende, convocare, mediare, accumulare capitale reputazionale, anche senza dettare risultati con mezzi coercitivi.
I segmenti su Palestina e Myanmar rinforzano lo schema. Sulla Palestina, la retorica di principio legittima un lavoro istituzionale attivo (forze di stabilizzazione, co-presidenza di gruppi di lavoro), riformulando la Bebas-Aktif come moralità più gestione del processo. Sul Myanmar, il rifiuto del business as usual mira a preservare credibilità regionale; Indonesia come custode della legittimità procedurale ASEAN.
Anche l’enfasi su cittadini e diaspora merita attenzione. La protezione degli indonesiani all’estero diventa pilastro diplomatico; la diaspora viene legata alla resilienza nazionale tramite unità speciali e sistemi informativi unificati. In termini politica estera, la mobilità viene trattata come infrastruttura strategica, la diaspora come asset per diplomazia economica e proiezione di soft power. Infine, tecnologia e AI estendono la resilienza a nuovi domini di contesa; l’ambizione è partecipare al rule-making, ancora una volta facendo della capacità istituzionale un surrogato della potenza coercitiva.
L’ombra domestica: resilienza esterna e nuovo Codice Penale
Resta però una tensione che il discorso non affronta e che richiede un’attenzione analitica urgente: il rapporto tra resilienza interna come dottrina diplomatica e la qualità concreta del capacity-building in corso. L’entrata in vigore del nuovo Codice Penale (KUHP) il 2 gennaio 2026, dodici giorni prima del discorso, proietta un’ombra sulla credibilità della dottrina. Se Sugiono sostiene che la forza interna fonda l’autonomia esterna, l’architettura legale domestica suggerisce un diverso tipo di forza: più coercitiva che coesiva.
Il KUHP non è solo modernizzazione tecnica-guiridica. La reintroduzione di disposizioni che criminalizzano insulti al Presidente e alle istituzioni, la burocratizzazione del diritto di protesta tramite obbligo di notifica, il riconoscimento di diritto consuetudinario non codificato come norma penale applicabile, e la criminalizzazione di fake news potenzialmente produttrici di disordini, convergono in ciò che la letteratura definisce shrinking civic space. Non è resilienza come capacità sociale di adattarsi e rispondere agli shock, ma resilienza come capacità statale di immunizzare le élite dall’accountability e neutralizzare preventivamente il dissenso.
Qui emerge il nodo; la dottrina della resilienza esterna presuppone una forza domestica che aumenti adattività, fiducia e capacità di apprendimento. Ma una capacità costruita su intimidazione legale e norme vaghe applicabili selettivamente produce una stabilità fragile; simula ordine mentre erode trasparenza, responsabilità e pluralismo, le precondizioni dell’adattamento reale. Inoltre, la strategia di leadership istituzionale si fonda su reputazione e credibilità normativa: guidare processi in sedi multilaterali implica una percezione di adesione allo stato di diritto. La torsione domestica verso un autoritarismo legale apre dunque un divario reputazionale che la sola competenza procedurale fatica a colmare.
La questione non è liquidare la politica estera indonesiana come ipocrita, ma riconoscere la contraddizione; costruire influenza da media potenza tramite partecipazione istituzionale e retorica normativa mentre si consolidano strutture interne da autoritarismo competitivo. Se la diplomazia della resilienza riuscirà a preservare autonomia e influenza, potrà offrire un modello ad altre medie potenze in un sistema disordinato. Se invece le fondamenta domestiche si riveleranno vuote perché poggiano sulla coercizione più che sulla coesione, la lezione sarà opposta; reti, procedure e status non possono sostituire indefinitamente la legittimità che deriva dall’accountability democratica.

