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Dopo Trump, cambia la forma ma non la sostanza dei rapporti Washington-Berlino

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La recente e ultima visita di Angela Merkel alla Casa Bianca ha probabilmente contribuito al ripristino della “forma” delle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Germania, dopo i duri colpi che le erano stati inferti durante il mandato presidenziale di Donald Trump. Non si dimentichi, tuttavia, come quella che era diventata una relazione speciale tra gli anni Ottanta e Novanta, aveva già subito una profonda torsione negli anni dell’amministrazione Obama.

Lo scandalo delle intercettazioni telefoniche ai danni della kanzlerin, il varo del progetto Nord Stream 2 e la polemica in sede NATO sul free riding tedesco sono solo gli eventi più noti di una parabola declinante che ha toccato il suo picco negativo nell’ultimo quadriennio.

L’impressione lasciata dal summit di Washington, tuttavia, è che la sostanza delle relazioni tedesco-americane sia rimasta inalterata anche dopo l’insediamento di Joe Biden. A dispetto degli onori tributati al cancelliere tedesco – prima donna e primo politico della Germania est a ricoprire tale ruolo, oltre che capo di governo tedesco più longevo dopo Helmut Kohl come ricordato dal presidente americano (si veda a tal proposito) – le divergenze tra Washington e Berlino, infatti, restano numerose e riguardano tutte questioni di massima rilevanza strategica.

In particolare, i due Paesi sembrano molto distanti su una questione esiziale per la tenuta dell’ordine internazionale a guida americana, ovvero la postura da tenere nei confronti di quelle potenze – Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese – che l’amministrazione Biden ha definito “competitor strategici” degli Stati Uniti (si veda qui).

Rispetto ai rapporti con la prima, la Merkel esce vincitrice dall’incontro con Biden. Porta a casa la definitiva rinuncia americana alle sanzioni che stavano impedendo alla società Nord Stream 2 AG di completare l’ultimo tratto del gasdotto che raddoppierà il collegamento tra la costa baltica della Russia e il porto tedesco di Greifswald. Nonostante l’accordo raggiunto preveda alcune garanzie (per l’Ucraina in particolare), una grande irritazione serpeggia comunque tra gli alleati e i partner dell’Europa centro-orientale, mettendo in discussione la credibilità delle garanzie fornite loro dagli Stati Uniti. Se è vero che la Casa Bianca non voglia vedere incrinata la sua leadership, lo è ancor di più che la maggiore insidia del completamento del Nord Stream 2 vada ricercata nell’intensificazione dei rapporti tra Berlino e Mosca. Non perché l’amministrazione Biden sia in via di principio contraria a fare concessioni al Cremlino, come emerso durante l’ultimo summit di Ginevra (si veda a tal proposito). Piuttosto perché non può accettare che un soggetto terzo ne diventi l’artefice, come lo sta diventando la Germania grazie anche al ruolo egemone che si è ritagliata nell’Unione Europea proprio negli anni del cancellierato della Merkel. Un eccessivo rafforzamento tedesco, infatti, indebolisce la posizione contrattuale di Washington in vista di un futuribile processo di give&take da intavolare con Mosca per sganciarla dall’abbraccio di Pechino (si veda qui).

Anche in tema Cina le relazioni tedesco-americane non vanno meglio. Dalla prospettiva dell’amministrazione Biden, che sta concentrando i suoi sforzi al contrasto della minaccia strategica posta da Pechino, non possono che apparire frustranti le resistenze che Berlino e – sotto la sua influenza – Bruxelles pongono all’adozione di una postura più assertiva nei confronti della minaccia cinese. Forse seconda solo a Emmanuel Macron, la Merkel ha ripetutamente fatto capire che la partnership economica con la Cina (che è il primo partner commerciale sia della Germania che dell’Unione Europea) vada nettamente distinta dal confronto politico che è in corso tra questa e gli Stati Uniti. In tal prospettiva Berlino è contraria al decoupling e vorrebbe intensificare ancor di più la cooperazione economica con Pechino, come dimostrato dalla sigla del Comprehensive Agreement on Investment (CAI) tra Unione Europea e Repubblica Popolare Cinese lo scorso dicembre proprio prima dell’insediamento di Biden (poi sospeso lo scorso marzo a causa delle reciproche sanzioni imposte a seguito le violazioni dei diritti umani nello Xinjiang). Allo stesso modo, la Merkel è contraria all’interpretazione dei rapporti tra Occidente e Cina secondo il paradigma della “nuova Guerra fredda”. Per tale ragione ha continuato a fare apertamente resistenza nei confronti della possibilità di ampliare il raggio d’azione della NATO, mortificando quel tentativo di rilancio dei rapporti transatlantici che aveva portato Biden a definire “sacro” l’impegno americano nell’Alleanza (si veda a tal riguardo) proprio per far dimenticare l’accusa di obsolescenza mossa in passato da Trump (si veda qui in merito). Una NATO impegnata globalmente, d’altronde, si trasformerebbe immediatamente in uno strumento di contenimento anche nei confronti della Cina (si veda questo approfondimento), mettendo in imbarazzo quegli Stati – Germania in testa – che vorrebbero coltivare con essa rapporti improntati sul business as usual. Occorre comunque ricordare che una posizione “morbida” nei confronti di Pechino è razionale agli occhi di Berlino anche per evitare uno scenario di medio-lungo termine ben diverso a quello su cui si è ragionato finora. Un domani che Washington cambiasse strategia nei confronti del suo arcinemico del momento, scegliendo magari di fargli concessioni per disinnescarne la sfida, chi avrà assunto negli anni precedenti una posizione intransigente nei suoi confronti potrebbe trovarsi a pagare lo scotto di essere stato più “realista del re”. E la Germania, per l’appunto, non si vorrebbe trovare in questa scomoda posizione.

Rispetto a tali – vistose – divergenze, il presidente Biden ha ricordato nella conferenza stampa congiunta che anche “i buoni amici possono non essere d’accordo”. Il problema è che un conto è non essere d’accordo sulla tattica, altro è non esserlo sulla strategia. In questo secondo caso, il disaccordo segnala il sorgere di un dilemma. O le parti in causa non sono amiche fino in fondo, o una delle due sta facendo “una cazzata” (cit. Barack Obama, per cui si veda qui).

Gabriele Natalizia
Centro Studi Geopolitica.info – Sapienza Università di Roma

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