Nella notte del 13 ottobre la HS Dignity, mercantile battente bandiera della Guinea-Bissau, è affondata dopo un attacco con droni a circa diciassette miglia nautiche dalla costa bulgara, all’altezza di Krapets. Undici marinai risultano ancora dispersi. Il 14 ottobre, la sera dopo, a circa nove miglia da Sulina, è scoppiato un incendio a bordo della petroliera Yara J, all’ancora nel mare territoriale romeno. La causa dell’incendio non è ancora stata confermata ma poco prima due droni sono stati rilevati nello spazio aereo nazionale. Le due navi si trovavano ai lati opposti della linea delle dodici miglia, quella che separa le acque sovrane di uno Stato dalla sua zona economica esclusiva. In nessuno dei due casi il drone è stato intercettato.
I due episodi fanno parte di una serie che, secondo l’Associated Press, ha coinvolto almeno sette navi nel solo mese di ottobre, con due morti e almeno venticinque dispersi. La prima nave colpita era diretta in Italia: la Royad Mammadov portava mais dal porto ucraino di Izmail a Ravenna quando è affondata, il 5 ottobre, al largo della Romania. Né Bucarest né Sofia hanno attribuito formalmente gli attacchi. Il quadro indiziario porta però a Mosca: le navi colpite commerciavano con l’Ucraina, e il primo ministro bulgaro Rumen Radev ha detto in Parlamento che l’esito degli attacchi favorisce la Russia, ammettendo di non poterlo però provare.
La domanda, allora, è perché due membri della NATO non riescano a impedire attacchi che avvengono a poche miglia dalle loro coste. La risposta proposta qui è che la difesa fallisce su entrambi i lati del confine, ma per ragioni diverse. Oltre le dodici miglia manca il titolo giuridico per intervenire. Entro le dodici miglia il titolo c’è, mancano i mezzi per esercitarlo.
Una mappa che non segue i confini
La serie di attacchi di ottobre hanno colpito a distanze molto diverse dalla costa. La Royad Mammadov, bandiera di Saint Kitts e Nevis e armatore turco, è affondata a circa venti miglia dalla Romania, vicino alla piattaforma PescăruÈ™. Due membri dell’equipaggio sono morti. L’Autorità navale romena ha precisato che la nave si trovava nella zona economica esclusiva, fuori dalle acque territoriali. Il giorno dopo, a circa settanta miglia dalla Bulgaria, droni aerei e navali hanno colpito la Alfa Watan, affondata, e la Able, danneggiata. Radev ha parlato di un attacco nella zona economica esclusiva bulgara.
Una settimana dopo gli attacchi si sono avvicinati alla costa. Il 13 ottobre, insieme alla HS Dignity, è stata colpita da tre droni la Chelsea 3, armatore ucraino e bandiera maltese, a circa diciotto miglia dalla Bulgaria. Radev l’ha definito un attacco nelle immediate vicinanze delle acque territoriali. Il 14 ottobre la Yara J è stata la prima nave colpita dentro il mare territoriale romeno, a circa nove miglia a est di Casla Vadanei. Il 15 è toccato alla Wine Trader, bandiera di San Marino, a circa tredici miglia da Sulina: sette persone dell’equipaggio sono disperse.
La distribuzione suggerisce che chi attacca scelga i bersagli in base alla rotta e al carico, non alla posizione giuridica. Dopo il ritiro russo dalla Black Sea Grain Initiative nel 2023, l’Ucraina ha spostato il traffico su un corridoio che costeggia Romania e Bulgaria e sui porti del Danubio. Le navi colpite viaggiavano tutte su quelle rotte, con carichi in partenza dall’Ucraina o dirette a caricarne. Per l’attaccante, che una nave sia a nove o a settanta miglia dalla costa conta poco.
Oltre le dodici miglia, il vuoto giuridico
Per chi difende, invece, la posizione decide quasi tutto. Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, la sovranità dello Stato costiero arriva a dodici miglia, spazio aereo compreso. Nella zona economica esclusiva lo Stato ha diritti sulle risorse, ma navigazione e sorvolo restano liberi come in alto mare. Lo spazio aereo sopra la ZEE è internazionale: un drone che lo attraversa non viola il confine di nessuno. Nel Mar Nero, peraltro, le ZEE non raggiungono le 200 miglia, perché il bacino è stretto e i limiti sono fissati tra Stati confinanti.
Le leggi nazionali sull’abbattimento non coprono questo spazio. In Romania, una nuova legge adottata nel febbraio 2025, consente di neutralizzare i droni che violano lo spazio aereo nazionale, e un drone che colpisce una nave a venti o settanta miglia dalla costa non lo ha violato. Nemmeno la difesa collettiva offre un appiglio chiaro. L’Articolo 6 del Trattato del Nord Atlantico estende la protezione alle navi degli Stati membri, ma nessuna delle navi colpite batteva bandiera NATO: le bandiere erano di Saint Kitts e Nevis, Togo, Palau, Guinea-Bissau, Malta, Comore e San Marino. L’analista romeno Radu Tudor ha osservato che resta da stabilire se la ZEE rientri nell’Articolo 5, e che finora la risposta sembra essere no.
Oltre la linea, quindi, un intervento militare poggerebbe su basi giuridiche incerte e avrebbe un costo politico alto. Abbattere un drone russo in spazio aereo internazionale vorrebbe dire un confronto diretto con Mosca, senza la copertura di una violazione territoriale. Nessun governo ha voluto assumersi questo rischio da solo. Anche la Bulgaria, colpita due volte in una settimana, ha preferito chiedere una moratoria sugli attacchi e consultare gli alleati.
Dentro le dodici miglia, il limite dei mezzi
Il caso della Yara J mostra che il problema non si ferma al diritto. Dal febbraio 2025 la Romania ha una legge che permette alle forze armate di distruggere, neutralizzare o prendere il controllo dei droni che entrano senza autorizzazione nello spazio aereo nazionale, con la distruzione come ultima risorsa. Prima, in tempo di pace, l’uso della forza richiedeva lo stato d’emergenza. Bucarest ha già usato questa autorità : a luglio un F-16 ha abbattuto un drone sopra il Mar Nero, il terzo in tre giorni, e ad agosto due caccia hanno distrutto un drone navale vicino a un impianto offshore.
La sera del 14 ottobre, però, il sistema non ha funzionato. Il ministero della Difesa ha registrato l’ingresso di due bersagli aerei alle 20:04 e ha fatto decollare due caccia, ma ha perso il contatto radar con uno dei due sopra il mare. I droni d’attacco piccoli volano bassi e hanno una firma radar ridotta. Intercettarli con un caccia costa molto e lascia pochi minuti per decidere. Sul mare le cose peggiorano: secondo una fonte della difesa romena sentita dall’AP, le unità navali romene non hanno difese antiaeree adatte contro i droni.
La Bulgaria è messa peggio. Ad agosto il ministro della Difesa Dimitar Stoyanov ammetteva che, al suo arrivo, in questo campo era stato fatto poco, e annunciava 127 milioni di euro dal meccanismo europeo SAFE per almeno dieci sistemi anti-drone. Il 16 ottobre Sofia ha chiesto formalmente alla NATO aerei, sistemi antiaerei, sistemi anti-drone e pattugliamento aereo. È il segno che il deficit di capacità non si colma in tempi brevi con le sole risorse nazionali.
La risposta alleata e l’interesse italiano
Le misure annunciate finora riguardano soprattutto il secondo vuoto, quello dei mezzi. Il segretario generale Mark Rutte ha detto che la NATO ha aumentato le capacità anti-drone sul fianco est e che adatterà la postura nel Mar Nero. La richiesta bulgara sarà discussa dagli ambasciatori alleati la prossima settimana, e Sofia conta di entrare nel progetto Drone Edge entro fine ottobre. La linea dell’Alleanza resta però che decidere un abbattimento spetta alle autorità nazionali. Nessuna delle misure chiarisce cosa fare oltre le dodici miglia.
C’è poi un vincolo strutturale. La Convenzione di Montreux limita la presenza nel Mar Nero delle navi da guerra degli Stati non rivieraschi, e lascia il peso di un’eventuale scorta a Romania, Bulgaria e Turchia che hanno già esteso la loro task force anti-mine alla protezione delle infrastrutture sottomarine. Sul piano diplomatico la strada è ferma: Ankara ha inviato a Mosca e Kiev un memorandum ispirato al corridoio del grano del 2022, che Lavrov ha liquidato come irrealistico.
Per l’Italia la questione non è lontana. Oltre al carico diretto a Ravenna, le rotte colpite alimentano il mercato dei cereali da cui dipendono anche i Paesi del Nord Africa. Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha richiamato proprio il rischio di fame in Africa. L’instabilità alimentare sulla sponda sud del Mediterraneo ha la possibilità di tradursi in pressioni, anche migratorie, che arrivano fino alle coste italiane.
Pesa anche il precedente. Se colpire navi mercantili appena fuori dal mare territoriale di uno Stato NATO resta senza conseguenze, la zona economica esclusiva diventa uno spazio dove attaccare costa poco, e il problema non resterebbe confinato al Mar Nero. Oggi i droni colpiscono dove le rotte li portano, mentre chi difende continua a ragionare per confini. Finché la risposta resterà nazionale e legata allo spazio aereo sovrano, questo scarto garantirà agli attaccanti una sostanziale impunità , su entrambi i lati della linea.

