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30/12/2025
Cina e Indo-Pacifico

Elezioni senza democrazia in Myanmar: perché una dittatura va al voto?

di Aniello Iannone

Quando un regime dittatoriale, come quello del Myanmar,  indice elezioni, non sta aprendo una porta alla democrazia, ne tanto meno per la transizione. Sta, più spesso, costruendo un corridoio di sicurezza per sé stesso. Fondamentale,  tuttavia,  è non interpretare il voto autoritario come una democrazia mal riuscita, non è una versione difettosa dello stesso oggetto, ma un oggetto diverso, con una funzione diversa. In una democrazia le elezioni dovrebbero rendere possibile l’alternanza; in un autoritarismo servono a rendere possibile la continuità del regime stesso, in altre parole vi è una transizione del regime che si autoconcretizza. Il punto non è chi vincerà le elezioni, quasi sempre deciso in anticipo,  ma che cosa produce l’atto stesso del voto in un contesto politico autoritario. La dittatura, la junta, va alle urne per trasformare la forza nuda in una normalità amministrabile, ripetibile, spendibile, sia domesticamente che regionalmente.

Quando un regime dittatoriale, come quello del Myanmar,  indice elezioni, non sta aprendo una porta alla democrazia, ne tanto meno per la transizione. Sta, più spesso, costruendo un corridoio di sicurezza per sé stesso. Fondamentale,  tuttavia,  è non interpretare il voto autoritario come una democrazia mal riuscita, non è una versione difettosa dello stesso oggetto, ma un oggetto diverso, con una funzione diversa. In una democrazia le elezioni dovrebbero rendere possibile l’alternanza; in un autoritarismo servono a rendere possibile la continuità del regime stesso, in altre parole vi è una transizione del regime che si autoconcretizza. Il punto non è chi vincera’ le elezioni, quasi sempre deciso in anticipo,  ma che cosa produce l’atto stesso del voto in un contesto politico autoritario. La dittatura, la junta, va alle urne per trasformare la forza nuda in una normalità amministrabile, ripetibile, spendibile, sia domesticamente che regionalmente.

La violenza conquista; ma la violenza, da sola, governa male e i regimi militari per natura non tendono a restare al potere a lungo, devo in qualche modo transitare. Governa con attrito,  genera incertezza, accelera la fuga, alimenta sabotaggi e resistenze, e soprattutto apre fratture tra fedeli e opportunisti, tra apparati e periferie, tra centro e notabilati locali. Qui l’elezione entrano come gesto di stabilizzazione al regme stesso che si auto narra: non una concessione, ma una dichiarazione implicita che l’eccezione è rientrata, che lo Stato funziona, che la politica è stata ricondotta dentro una cornice. Il regime non chiede davvero consenso; chiede che la società si comporti come se quel consenso esistesse. In un autoritarismo come quello in Myanmar, la finzione condivisa,  per paura, opportunismo o stanchezza, conta già come forma di dominio. Per questo le elezioni autoritarie, per citare Schedler, parlano tanto alla popolazione quanto, e spesso soprattutto, alle élite interne. Per i cittadini, il voto è un rituale disciplinare,  presentarsi, votare, rientrare nei ranghi. Per il regime, è un dispositivo di gestione del blocco di potere,  distribuire posti e protezioni, assegnare rendite, stabilire gerarchie, segnalare chi è utile e chi è sacrificabile. La competizione che conta,  quando esiste,  non si svolge tra governo e opposizione, ma all’interno del perimetro del potere, tra apparati, notabili, imprenditori protetti, comandanti con influenza. Le elezioni diventano così una grande operazione di selezione e riallineamento, l’arte di mantenere coeso un regime che, in realtà, è attraversato da conflitti latenti.

Tuttavia, vi è una funzione più sottile e, in molti casi, decisiva: l’informazione. Le elezioni offrono al regime dati che la repressione, da sola, non produce con la stessa chiarezza. Dove l’affluenza crolla? Dove serve militarizzare i seggi? Quali aree non si riesce nemmeno a raggiungere? Quali reti sociali resistono, quali si spostano nella clandestinità, quali scivolano verso la resistenza armata? In un contesto di repressione autoritaritaria ogni procedura è una sonda nel corpo sociale. Anche quando l’esito è noto, la logistica del voto misura territorio e fedeltà, è una cartografia del rischio. Non a caso molti regimi votano a pezzi, per fasi, o in aree selezionate. Non è solo tattica. È un’affermazione implicita di sovranità, là dove si vota, lo Stato pretende di esistere; là dove non si vota, la contestazione viene definita come illegalità, terrorismo, disordine. Infine, il voto parla all’esterno. Un regime che organizza elezioni, anche palesemente manipolate, cerca di riposizionare la propria immagine: non è juna, ma governo eletto; non golpe, ma transizione; non guerra contro la popolazione, ma ordine costituzionale ristabilito. Qui il pubblico non è l’elettore, ma il partner regionale, il finanziatore, l’investitore, la potenza protettrice. Le elezioni non producono legittimità democratica; tentano di produrre una legittimità d’ordine: la promessa di prevedibilità. Non serve che il mondo creda alla democrazia; spesso basta che una parte del mondo accetti di trattare quel regime come interlocutore necessario.

Eppure andare al voto resta anche un rischio. Non perché l’opposizione possa davvero vincere , spesso è proibita, incarcerata, espulsa come nel caso birmano, ma perché le elezioni creano momenti di visibilità e coordinamento. Offrono un calendario comune. Rendono confrontabile il controllo. Accendono frizioni nella catena di comando. Soprattutto, nel momento in cui un regime insiste sul voto, ammette che la legittimità conta. E quando la legittimità entra in scena, la smentita può essere devastante. Un’elezione che si riesce a organizzare solo in una parte del territorio può diventare un indicatore di debolezza, non di forza. E la gestione di candidature, fondi e collegi può alimentare lotte interne, scissioni, tradimenti. Le elezioni autoritarie sono una scommessa, la dittatura le convoca quando ritiene di poter controllare non solo l’esito, ma la narrazione e le conseguenze.

Myanmar: il voto come certificato di controllo in una guerra aperta

In Myanmar questa logica appare in forma quasi cruda. A quattro anni dal golpe del febbraio 2021, il Paese non è in una fase post-crisi: è in crisi. Territori frammentati, amministrazioni parallele, resistenze armate, alleanze variabili tra forze pro-democrazia e organizzazioni etniche. In questo scenario, annunciare elezioni tra fine 2025 e gennaio 2026 non significa rimettere in moto la politica,  significa tentare di riscriverla dall’alto. È un voto che non pretende di rappresentare l’intera società; pretende di stabilire chi ha il diritto di chiamarsi “Myanmar” e chi deve essere collocato fuori dall’ordine, come nemico interno. La junta  ha bisogno di un gesto di normalizzazione perché la guerra logora anche chi comanda, la Thailandia dei regimi  ne è un esempio. Ogni mese di conflitto rende più costoso governare: aumenta la dipendenza da alleati esterni, cresce il mercato delle rendite illegali, si indebolisce l’economia formale, si moltiplicano i poteri armati locali, si perde capacità amministrativa. Le elezioni, in questo contesto, diventano un tentativo di mettere un timbro su ciò che il regime ancora controlla. Se il Paese non è governabile, almeno lo si può rendere narrabile. Si costruisce un’immagine di ritorno all’ordine  mentre l’ordine, sul terreno, è spezzato. La selettività territoriale del voto,  votare dove si può, non dove si dovrebbe, non è un dettaglio tecnico ma  la sostanza politica dell’operazione. Il controllo militare diventa in questo caso geografia elettorale. Dove il Tatmadaw riesce a far funzionare l’amministrazione, le urne diventano un’estensione dell’apparato securitario. Dove non riesce, la popolazione viene implicitamente esclusa dal patto politico e, spesso, esposta a ulteriori forme di punizione collettiva. Ne risulta una sovranità a zone che istituzionalizza la frammentazione invece di superarla, lo Stato non ricompone il territorio, lo timbra a segmenti.

E il costo, qui, è spietato. Non si vota in un paese normale, ma in un paese di sfollati, fame, collasso sanitario e violenza diffusa. In una crisi umanitaria così profonda, il voto non è una procedura, è una richiesta di disciplina dentro la precarietà estrema. Per molte persone non significa partecipazione, ma esposizione, ai controlli, alle pressioni, alle ritorsioni. L’elezione, più che un diritto, diventa una prova di obbedienza. Se questo è vero, allora le elezioni birmane non vanno interpretate come una tappa verso la pacificazione. Vanno lette come parte della guerra, del conflitto,  una guerra combattuta anche sul terreno delle istituzioni, dei simboli, della legittimità internazionale. La junta tenta di chiudere la politica dentro una cornice che essa stessa controlla, trasformando l’eccezione militare in routine costituzionale. Ma proprio perché la realtà del Paese è frantumata, il rischio è che l’elezione faccia emergere, anziché nascondere, la crisi dello Stato. Un voto che certifica solo una parte del territorio, e che si regge su repressione ed esclusione, può forse produrre una parvenza di stabilità per alcuni interlocutori esterni; difficilmente può produrre un ordine politico durevole. E qui il titolo iniziale, perché una dittatura va al voto? Andare alle elezioni è un modo di governare la propria instabilità. In Myanmar è anche il tentativo di trasformare una guerra civile in un atto amministrativo.