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03/07/2025
Cina e Indo-Pacifico

Il post-PAO in Thailandia: decentramento e riproduzione del potere in Thailandia 

di Aniello Iannone

Le elezioni per la guida delle Provincial Administrative Organizations (PAO) svoltesi in 47 province thailandesi, pur rimanendo marginali nel discorso politico nazionale e mediaticamente sottorappresentate, rappresentano un osservatorio privilegiato per analizzare le dinamiche di riproduzione del potere nella periferia dello Stato. Lungi dall’essere meri esercizi amministrativi, questi appuntamenti elettorali svelano l’intreccio tra decentralizzazione istituzionale, patrimonialismo locale e resilienza delle reti clientelari che caratterizzano la politica subnazionale thailandese.

Le elezioni per la guida delle Provincial Administrative Organizations (PAO) svoltesi in 47 province thailandesi, pur rimanendo marginali nel discorso politico nazionale e mediaticamente sottorappresentate, rappresentano un osservatorio privilegiato per analizzare le dinamiche di riproduzione del potere nella periferia dello Stato. Lungi dall’essere meri esercizi amministrativi, questi appuntamenti elettorali svelano l’intreccio tra decentralizzazione istituzionale, patrimonialismo locale e resilienza delle reti clientelari che caratterizzano la politica subnazionale thailandese.

La competizione per le PAO si inserisce in un contesto in cui la democrazia decentrata si manifesta più come una forma che come una sostanza. Dinastie locali, reti di patronato e segmenti dell’apparato militare operano sinergicamente per mantenere il controllo sulle risorse pubbliche e sull’accesso al potere a livello provinciale. In questo senso, le PAO costituiscono arene di consolidamento oligarchico, attraverso cui élite locali, spesso legittimate da relazioni con il potere centrale o con il complesso militare-burocratico, riaffermano la propria egemonia territoriale.

L’intervento del National Council for Peace and Order (NCPO), che ha governato la Thailandia durante il coplo di Stato del 2014 fino alla parziale restaurazione civile del 2019, ha ridefinito il decentramento come dispositivo strategico. Dopo il golpe, molte PAO furono sospese o commissariate, rivelando la natura strumentale del decentramento per il regime: un meccanismo non di democratizzazione, ma di riorganizzazione del controllo locale a vantaggio delle reti lealiste. Solo a partire dal 2020, con la progressiva “normalizzazione” sotto il governo autoritario-elettorale di Prayuth Chan-o-cha, si è assistito a una graduale riattivazione dei processi elettorali locali.

Il decentramento thailandese: evoluzione storica

L’evoluzione del decentramento in Thailandia non può essere compresa se disgiunta dai processi più ampi di formazione statale e dalla storica ambivalenza tra centralismo burocratico e concessioni localistiche controllate. Fin dalla fine della monarchia assoluta nel 1932, lo Stato thailandese ha intrapreso un percorso di modernizzazione amministrativa che ha incluso forme selettive di autonomia locale. Tuttavia, questo processo non ha mai realmente intaccato la logica gerarchica e accentrata del potere, bensì ne ha ridefinito i margini operativi, assorbendo le autonomie locali in una cornice di controllo politico e disciplinamento istituzionale.

Come osservato da Nagai et al. (2008), la promulgazione del Municipal Administration Act del 1934–1935 ha rappresentato il primo tentativo strutturato di istituire entità amministrative locali (Local Administrative Organizations, LAOs), suddivise in tre principali categorie: municipalità urbane (thesaban), distretti sanitari (sukhaphiban) per le aree semi-urbane, e le Provincial Administrative Organizations (PAO) per le aree rurali. Questa tripartizione ha posto le basi per una stratificazione istituzionale in cui l’autonomia formale delle entità locali è sempre stata subordinata alla supervisione del centro. Le città speciali di Bangkok e Pattaya, con i loro regimi amministrativi autonomi, rappresentano eccezioni che confermano la regola,  l’autonomia è concessa solo laddove serve a garantire la performance economica o la visibilità internazionale dello Stato.

Per oltre sei decenni, le LAOs hanno operato in un regime di subordinazione funzionale. Le nomine, i bilanci e le politiche locali erano gestite direttamente dal Ministero degli Interni, trasformando le autorità locali in semplici estensioni dell’apparato statale. La svolta arriva negli anni ’90, in un contesto segnato da pressioni democratizzanti interne e internazionali. La crisi del 1992, culminata nel cosiddetto “Maggio Nero” e nella caduta del generale Suchinda Kraprayoon, ha agito da evento catalitico, favorendo la riemersione di discorsi riformisti e richieste di maggiore accountability territoriale.

Tuttavia, come in molti contesti di autoritarismo competitivo, anche in Thailandia l’apertura è stata parziale e selettiva. I partiti pro-democratici riuscirono a ottenere l’elezione diretta degli organi locali, ma il Ministero degli Interni si oppose fermamente alla proposta di rendere elettivo il governatore provinciale, figura chiave della catena gerarchica statale. Il risultato fu un compromesso istituzionale con la promulgazione della legge sulle PAO nel 1994, sostenuta anche da alleanze con i kamnan (capi di sottodistretto) e i tambon (sottodistretti), che costituì un parziale riconoscimento delle autonomie locali senza mettere in discussione la sovranità del centro. Questo processo ha trovato una sua formalizzazione giuridica nella Costituzione del 1997, che ha elevato il decentramento a principio guida della politica pubblica. Tuttavia, il riconoscimento costituzionale non equivale necessariamente a un’effettiva redistribuzione del potere. In Thailandia, la decentralizzazione è stata funzionale a una strategia di statecraft autoritario in una forma di incorporazione periferica che consente allo Stato centrale di cooptare élite locali, mobilitare consenso e contenere conflitti senza rinunciare al controllo politico.

Questa genealogia, per quanto sintetica, evidenzia il carattere profondamente politico e conflittuale del decentramento in Thailandia. Lungi dall’essere uno strumento di partecipazione democratica o di accountability dal basso, il decentramento thailandese ha assunto le caratteristiche tipiche di una patronage democracy  un sistema in cui le istituzioni locali formalmente elettive vengono catturate da reti clientelari e dinastiche, che usano l’autorità decentrata come meccanismo di redistribuzione selettiva e consolidamento del potere locale. In questo quadro, la decentralizzazione serve più a mantenere l’ordine patrimoniale che a democratizzarlo, attraverso una cooptazione funzionale delle élite territoriali nel sistema di potere nazionale. 

Dinamiche elettorali e clientelismo: la riconfigurazione del potere locale nel 2025

I risultati delle elezioni PAO del 2025 offrono una finestra privilegiata sulle logiche di funzionamento del potere subnazionale in Thailandia. Il Partito Pheu Thai, erede istituzionale del populismo maggioritario inaugurato da Thaksin Shinawatra, ha ottenuto la presidenza in 18 province. Bhumjaithai, partito conservatore populista nato durante la rottota politica tra Newin con Thaksin Shinawatra, radicato nei territori e abile nella negoziazione con le élite locali, ha conquistato 14 PAO. Tuttavia, il dato più rilevante è rappresentato dalla vittoria di candidati formalmente “indipendenti”, circa 6 provincie,  i quali costituiscono l’espressione più evidente della persistente informalizzazione del campo politico locale. n molti casi, si tratta di membri delle grandi famiglie provinciali note come Baan Yai. Queste  dinastie  costituiscono veri e propri centri di potere territoriale che attraverso strutture informali di comando e redistribuzione, pur non appartenendo a partiti ufficiali, controllano candidature, campagne e risorse.

In realtà, l’indipendenza partitica è spesso una maschera: molti di questi candidati appartengono a consolidate dinastie locali che operano al di fuori delle strutture di partito, ma all’interno di reti clientelari efficaci e durevoli. In particolare nelle regioni rurali del Nord e Nord-Est, il potere politico è detenuto dalle Baan Yai, imprenditori, ex ufficiali militari o capi clan, che trasformano le PAO in dispositivi di controllo territoriale e redistribuzione selettiva delle risorse pubbliche. Queste istituzioni fungono così da piattaforme per il consolidamento di una democrazia del patronato in cui le elezioni non minacciano l’ordine esistente, ma lo legittimano e lo riproducono. La personalizzazione del potere, combinata alla trasmissione intergenerazionale delle cariche, ha prodotto una forma di successione patrimoniale elettoralmente mediata, che stabilizza le élite locali pur sotto l’apparenza della competizione democratica. 

Accanto alla dimensione patrimoniale del potere locale, un ulteriore elemento di rilievo è rappresentato dalla presenza sistemica, seppur indiretta, dell’apparato militare nelle dinamiche amministrative locali. 

Questa ibridazione tra élite militari, imprenditoriali e politiche locali riflette una configurazione tipica dei regimi autoritari con elementi competitivi dove  l’autorità è parzialmente delegata, ma mai realmente contendibile. Le PAO, in questo schema, non sono meri enti amministrativi, bensì terminali politici attraverso cui il centro esercita controllo periferico, redistribuendo selettivamente risorse e opportunità in cambio di lealtà politica. La decentralizzazione, in questo contesto, assume le caratteristiche di una strategia di stabilizzazione autoritaria, funzionale al mantenimento dell’ordine esistente. Le elezioni PAO, svolgono dunque un ruolo cruciale: esse non ristrutturano il potere, ma ne garantiscono la continuità selettiva, contribuendo alla resilienza di un regime che alterna forme democratiche a dispositivi di controllo informale.

In Thailandia, la decentralizzazione ha prodotto istituzioni locali formalmente elettive, ma sostanzialmente subordinate a logiche di patrimonialismo e controllo centrale. Le PAO non funzionano come strumenti di partecipazione democratica, ma come dispositivi di legittimazione delle élite preesistenti. In un sistema dove le elezioni non generano alternanza, ma riconfermano assetti consolidati, il decentramento si rivela una trappola funzionale: rafforza le gerarchie locali, neutralizza la competizione politica e stabilizza un equilibrio autoritario. Se la democratizzazione della Thailandia deve avanzare, dovrà necessariamente passare per la riforma a livello locale, là dove il potere si esercita in modo quotidiano, invisibile e capillare.