Il progressivo disimpegno statunitense dall’Europa impone una revisione delle deleghe strategiche e delle ambizioni industriali del Continente. Tra le fratture politiche dei Ventisette e la, l’Italia emerge come un “cavallo nero” capace di coniugare i rapporti NATO-UE con la massimizzazione dell’interesse nazionale.
“La palla rischia di cadere tra due sedie. E questo è estremamente pericoloso”: così si apre la sentenza dell’Alto Rappresentante per la politica estera UE, Kaja Kallas, nei confronti di un esercito europeo. L’intervento del “ministro degli esteri” dell’Unione gela gli entusiasmi di chi insegue il sogno federale e non si discosta dal realismo del Segretario Generale della NATO, Mark Rutte. Quest’ultimo traccia unilateralmente la retorica diplomatica dell’Alleanza: la NATO resta l’unico meccanismo di difesa collettiva, mentre il pilastro europeo siede ancora nell’ “angolo degli adolescenti“; Non più da svezzare in termini di capacità, ma relegato a una libertà vigilata, coadiuvata dal SACEUR.
Questa visione securocratica, però, collassa di fronte al fatto pratico. Mentre l’unità militare viene scongiurata a parole, l’industria europea è sostanzialmente all’opera per costruire una rivolta silenziosa. Dalle strette regolatorie come il Digital Networks Act, passando per il consolidamento dei campioni nazionali sotto l’egida OCCAR per recidere la dipendenza tecnologica, fino alla strategia dell’EuroStack, l’Europa civile gioca attualmente come un lupo travestito da pecora. Bruxelles sta costruendo una competizione passiva contro il MIC (Military-Industrial Complex) di Washington, ed un’UE priva di capacità autonome di C2 (Command & Control) cerca formalmente di mantenere coeso il pilastro europeo della NATO, ma sotto la superficie prepara gli strumenti per un potenziale disimpegno.
L’Europa dei “bonsai militari”
27 Paesi, 27 catene di comando e 27 sistemi di procurement. Nonostante decenni di retorica sull’integrazione, la difesa europea è una realtà ancora frammentata nel dogma dello Stato-Nazione. L’inefficienza strutturale è palese, con 27 eserciti distinti, 23 forze aeree e 21 forze navali. Ma anche questa è ragion di Stato: il monopolio della forza è espressione di sovranità, oltre che legittimazione di un popolo sotto una bandiera comune. Questo porta a conseguenze ovvie, come il focus (circa all’80%) dei processi di pianificazione e acquisto su scala puramente nazionale. Nel mondo delle grandi potenze, i 27 si presentano così come piccoli “bonsai militari”: strutturati meticolosamente e iperspecializzati, ma privi di massa critica. A peggiorare il quadro, l’assenza di un Schengen militare affossa ogni speranza di cooperazione rapida sotto un mare di burocrazia, rendendo la difesa comune fallimentare in partenza.
Neanche la soluzione tampone della Rapid Deployment Capacity (RDC), la forza modulare di 5.000 unità prevista dallo Strategic Compass, permette di sciogliere il nodo gordiano: chi comanda? Sotto quale bandiera si combatte? Se l’UE dovesse gestire autonomamente una forza d’attacco, diverrebbe de facto uno Stato sovrano, ma l’Unione manca di un’autorità politica legittimata a impartire ordini bellici. Per l’Italia, questo dilemma è anche un paradosso costituzionale: ai sensi dell’Articolo 11 Cost., il ripudio della guerra come strumento di offesa renderebbe la partecipazione a missioni di peace enforcement sotto comando UE (ex artt. 42-43 TUE) giuridicamente problematica, se non supportata da una chiara cornice internazionale come quella ONU o NATO.
Inoltre, citando i Trattati, la stessa architettura decisionale europea rischia il collasso. La regola dell’unanimità nel Consiglio Europeo paralizza le decisioni tempestive, incompatibili con i tempi della guerra moderna. Parallelamente, il meccanismo finanziario dei “costs lie where they fall” (i costi ricadono su chi agisce) disincentiva la partecipazione: gli Stati preferiscono non impegnare truppe e budget in missioni che non toccano interessi diretti, e l’unificazione delle forze armate incontra ingenti resistenze in materia fiscale e operativa. Questo cortocircuito ha portato al fallimento pratico di iniziative precedenti come i Battle Groups, istituiti sulla carta ma mai utilizzati sul campo.
I rischi del “Vassallaggio Atlantico”
Nonostante la retorica sull’autonomia strategica, la difesa europea rimane intrappolata in un “feudalesimo atlantico“, caratterizzato da una dipendenza strutturale nei settori mission-critical. I dati confermano la tendenza: tra febbraio 2022 e giugno 2023, il 78% degli acquisti di armamenti dei Paesi UE è andato a produttori extra-europei, con il 63% destinato agli Stati Uniti. Questa subordinazione è totale negli assetti strategici. Già durante le operazioni in Libia (2011), gli USA dovettero garantire l’80% delle missioni di rifornimento in volo, una lacuna capacitiva che l’Europa non ha mai colmato. Il divario è abissale anche nel dominio spaziale: gli USA operano circa 246 satelliti militari contro i 49 dei membri europei della NATO. Inoltre, la dipendenza da fornitori privati americani come SpaceX per l’accesso allo spazio e dal GPS per la navigazione espone il continente al rischio di restrizioni unilaterali o blackout operativi in caso di divergenza politica.
L’apice del vincolo tecnologico è rappresentato dal caccia F-35. L’adozione di questo sistema trasforma le nazioni acquirenti da proprietarie ad affittuarie di capacità aerea. L’architettura del velivolo impone limiti severi alla Freedom of Action (FoA) e alla Freedom of Modification (FoM): senza accesso ai codici sorgente, i Paesi europei dipendono dagli aggiornamenti software gestiti esclusivamente dagli USA (sistema ODIN). Le scatole nere chiuse impediscono l’integrazione autonoma di armamenti non omologati, vincolando di fatto le dottrine d’impiego alle logiche statunitensi.
Anche la missilistica si configura come un’estensione dell’architettura americana. La European Sky Shield Initiative (ESSI) a guida tedesca ha privilegiato sistemi USA (Patriot) e israeliani (Arrow-3) a discapito delle soluzioni europee come il SAMP/T franco-italiano, approfondendo l’integrazione con i sistemi di comando NATO e rendendo impossibile un’azione indipendente. In assenza di un cervello politico-militare unificato, l’Europa delega le decisioni ultime sull’uso della forza. L’Italia, proiettata nel Mediterraneo Allargato, vive una vulnerabilità specifica, ospitando infrastrutture critiche come il MUOS e la base di Sigonella, diventa si base d’appoggio, ma anche potenziale bersaglio, senza possedere una deterrenza strategica autonoma. La difesa missilistica resta affidata all’ombrello NATO, vincolando la sicurezza nazionale alle priorità di Washington.
Europa di rancori e disillusioni
Da un punto di vista valoriale, il possibile “direttorio” franco-tedesco della difesa comune incontra resistenze perché percepito non come uno sviluppo europeo, ma come un’imposizione egemonica. Raramente Parigi è accettata al comando dai partner per via del suo carattere imperioso (basti vedere i dilemmi storici del programma Eurofighter che portarono all’uscita francese dal consorzio), mentre Berlino detiene forti riserve nell’abbandonare la sua posizione di gigante industriale conservatore, nonostante la svolta militarista del governo Merz. Il fronte Baltico si oppone strenuamente a questa leadership, trovando nei governi di Polonia, Lettonia, Lituania e paesi della Scandinavia l’obbligo di preservare la garanzia strategica statunitense. Nel profondo, questi attori temono la creazione di una ridondanza nel pilastro UE della NATO, percepito come dissonante rispetto al disegno di cooperazione industriale e strategica transatlantica
Il motore franco-tedesco è teoricamente imbattibile in prospettiva industriale, ma attualmente tutti i programmi congiunti tra Berlino e Parigi versano in condizioni critiche. Emblematico è il caso del Future Combat Air System (FCAS), l’erede tormentato dell’Eurofighter, incastrato in anni di lotte intestine per la concessione della Design Authority alla francese Dassault. Tale assegnazione incontra ostacoli di sovranità (la Germania rifiuta il vassallaggio tecnologico) e di divergenza strategica: la Francia necessita di un caccia imbarcabile su portaerei e capace di trasportare armi nucleari, specifiche irrilevanti per Berlino. Questa tensione ricalca il “caso Rafale” degli anni ’80, quando Parigi abbandonò il consorzio Eurofighter per perseguire requisiti nazionali non condivisi. La creazione di due linee di produzione concorrenti impedì allora le economie di scala; i ritardi attuali fungono da premonizione di un errore storico.
In questo stallo, l’Italia adotta una postura secolare: “un colpo al cerchio e uno alla botte”. In un giorno che sta finendo (il possibile disimpegno USA) e una notte che tarda ad arrivare (l’Europa costretta a pagare il conto della propria inerzia), il chiaroscuro dell’interregno diventa la chiave di lettura per la politica estera di Roma. Questa attitudine non va letta come indecisione, ma come massimizzazione dell’interesse nazionale (in linea con la stance del governo Meloni): muoversi tra le fratture di Bruxelles e Washington, mantenendo salde le proprie fondamenta atlantiche ma capitalizzando l’autonomia industriale. In un’ottica di rottura degli schemi, la Repubblica sta scegliendo di praticare una solida Realpolitik, posizionandosi come il “cavallo nero” della difesa euroatlantica
Difesa come mandato per la comunità: la postura italiana al disimpegno USA
L’Italia contemporanea ha riesumato dall’epoca d’oro della Guerra Fredda la dottrina di Mattei e Fanfani, traslando la competizione dal settore energetico a quello militare e digitale. Se per i giganti dell’ENI la sfida era rivolta alle “Sette Sorelle” del petrolio, oggi la partita ruota attorno al capitale intellettuale e al controllo dei dati. Esempio cardine è l’investimento di 18,6 miliardi di euro nel programma GCAP-Tempest: una mossa per assicurarsi la Design Authority e i codici sorgente, scongiurando un “effetto F-35”. Con un know-how che resta sul territorio nazionale e la piena libertà di modifica, viene così neutralizzato lo spettro della scatola nera straniera.
In questo “Neoatlantismo Bis”, l’Italia opera a geometria variabile: esce dal ruolo di semplice cliente sia in Europa che negli Stati Uniti, assumendo posizioni di partnership paritaria nella cornice NATO. Il GCAP ne è l’esempio cardine, affiancato dai progetti OCCAR come le fregate FREMM, i Pattugliatori Polivalenti d’Altura (PPA) e il programma ESSOR, di cui Roma è primary partner. Ma è oltreoceano che l’Italia imposta nuovi precedenti storici: il caso Flight School Next, targato Leonardo (e non solo tramite la sussidiaria DRS) e Boeing. L’accordo per l’addestramento dei piloti statunitensi con l’AW119T italiano ribalta gli storici rapporti “principale-agente” tra USA e UE, affermando l’eccellenza industriale nazionale direttamente sul suolo americano.
In questo intreccio di programmi industriali e dottrine emergenti, il concetto di difesa sta smettendo di coincidere con la sola protezione dei confini geografici. Seguendo la scia della visione di Enrico Mattei, che vedeva nell’energia un bene pubblico essenziale per la sovranità, la sicurezza nazionale si sposta oggi sulla tutela delle infrastrutture critiche, dei flussi energetici, logistici e dei dati: le vere arterie della sopravvivenza collettiva. Il confine fisico cede il passo alla “frontiera di proiezione”, dove la difesa dei valori e degli asset nazionali avviene a migliaia di chilometri da casa. In quest’ottica, il passaggio del comando del JFC Naples all’Italia non è un semplice cambio di mostrine, ma il riconoscimento di Roma come perno decisionale per la stabilità del Mediterraneo Allargato. È qui che la postura militare si salda a quella politica: il Piano Mattei non è un’alternativa alla difesa, ma il suo completamento diplomatico, mirato a stabilizzare il vicinato africano attraverso partenariati energetici che fungano da deterrente strutturale all’instabilità e ai flussi migratori incontrollati.

