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Gli F-35 sulla Izumo e il futuro del programma Joint Strike Fighter

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L’inizio delle prove in mare degli F-35B sulle unità nipponiche, oltre a ribadire ancora una volta la ferma intenzione da parte di Tokyo di rafforzare le proprie capacità di proiezione militare e deterrenza, rappresenta un importante passo avanti per il programma Joint Strike Fighter. Eppure, mentre il velivolo della Lockheed si diffonde nel Pacifico, a Washington cresce l’opposizione al programma. A breve il Pentagono dovrà fare una scelta: puntare tutto sul caccia o tagliare gli acquisti e pensare a nuove soluzioni per rimpiazzare i suoi apparecchi più datati.

Articolo precedentemente pubblicato nel quindicesimo numero della newsletter “A Stelle e Strisce”. Iscriviti qui

L’espansione del F-35 nell’Indo-Pacifico

Il 3 ottobre, a largo delle coste giapponesi, la DDH Izumo, prima delle due unità cacciatorpediniere portaelicotteri della Forza marittima di autodifesa di Tokyo, ha iniziato i test di appontaggio e decollo con due velivoli F-35B. Per cinque giorni, due Joint Strike Fighter appartenenti al Marine Fighter Attack Squadron della Marine Corps Air Station di Iwakuni, unità che si addestra regolarmente con le forze di autodifesa giapponesi, hanno condotto i primi test sull’unità, stanziata nel Mar Giapponese, a sudovest dell’isola di Shikoku. L’esercitazione condotta dai velivoli americani ha avuto luogo al termine della prima serie di lavori, avviati circa 15 mesi fa, con cui il governo giapponese intende convertire le sue due unità portaelicotteri in vere e proprie portaerei leggere, ovvero unità in grado di far decollare velivoli ad ala fissa. La serie di test condotti a inizio ottobre sulla Izumo – oltre a costituire un evento di proporzioni storiche, dato che l’ultimo decollo di un velivolo ad ala fissa da un’unità navale giapponese era avvenuto nel 1945 – rappresenta un passaggio fondamentale per la traiettoria geopolitica del Paese, in quanto contribuisce a segnalare in maniera limpida, se ancora ce ne fosse bisogno, il massiccio rafforzamento delle capacità di proiezione e di difesa giapponesi negli scorsi anni. 

La serie di lavori a cui è stata sottoposta la Izumo ha riguardato, tra le varie cose, il rafforzamento del ponte per renderlo compatibile al peso del velivolo e al calore emesso dalla sua turbina, la ridefinizione dei cinque spot destinati all’atterraggio e l’installazione di un adeguato sistema di illuminazione per la guida durante l’appontaggio. L’unità, tuttavia, non è ancora pronta per un completo impiego operativo del F-35B: tra circa tre anni, nel 2025, essa dovrà sottoporsi ad un’altra serie di lavori che riguarderanno soprattutto gli hangar interni alla nave, dove vengono sistemati i velivoli quando non si trovano sul ponte, e la prua dell’unità, che dovrebbe essere resa più squadrata – a differenza delle unità italiane e inglesi, poi, per motivi strutturali, le due portaerei giapponesi non monteranno uno ski jump sulla prua, dunque gli aerei dovranno decollare con un carico ridotto rispetto alle unità che possono sfruttare la presenza di questa sorta di trampolino, che facilita il decollo. Per quanto riguarda la DDH Kaga, la “sorella” della Izumo, essa dovrebbe iniziare i lavori di conversione entro la fine di quest’anno. 

La versione Bravo del F-35, a differenza della versione Alfa (versione a decollo convenzionale) e della versione Charlie (versione utilizzabile su portaerei dotate di catapulte per il lancio e di cavi di arresto per l’atterraggio), può decollare anche in spazi molto ristretti e atterrare verticalmente – essa viene definita STOVL, che sta per Short Take-Off and Vertical Landing. Il Giappone ha deciso di acquistare 42 velivoli di questa versione e di utilizzarli, oltre che sulle portaerei Izumo e Kaga, anche a terra, a protezione delle isole più periferiche, dove non è possibile la costruzione di piste sufficientemente lunghe per consentire il decollo dei velivoli convenzionali, tipo la versione A. Tokyo, che acquisterà anche 63 F-35A, è stato l’unico Paese autorizzato, insieme all’Italia, ad assemblare gli F-35 direttamente sul suo territorio. Questa concessione, tra l’altro, non varrà solo per i velivoli destinati al Giappone, ma anche per quelli destinati ad eventuali altri clienti dell’area asiatica, similmente a quanto fa l’Italia, che nella FACO di Cameri produce velivoli anche per altri Paesi europei. 

Al termine dei test della Izumo, il Giappone sarà finalmente incluso nel ristretto gruppo di Paesi attualmente in grado di svolgere operazioni in mare con gli F-35B – oggi questo gruppo è composto da Italia, Regno Unito e Stati Uniti. La capacità di Tokyo di impiegare questi velivoli dalle proprie portaerei migliorerà notevolmente la capacità delle forze giapponesi di operare con le forze di Washington, con cui già conduce esercitazioni congiunte con i propri F-35A, dando nuovo vigore all’alleanza USA-Giappone nell’Indo-Pacifico. Proprio questo teatro, negli ultimi anni, ha visto una presenza sempre maggiore dei moderni velivoli della Lockheed-Martin. Peraltro, oltre ai velivoli britannici e americani imbarcati sulla HMS Queen Elizabeth – impegnata in un lungo viaggio che l’ha portata dalle acque inglesi fino a quelle del Pacifico – questo mare potrebbe presto vedere anche gli F-35B sudcoreani navigare su delle unità portaerei, visto che il governo di Seoul si è impegnato, l’anno scorso, a costruire la sua prima unità portaeromobili e ad equipaggiarla con i velivoli della Lockheed Martin. 

Lo stato del programma F-35

Oltre agli Stati Uniti, oggi sono 14 i Paesi che partecipano, a vario titolo, al programma F-35 Lightning II Joint Strike Fighter. Ad inizio giugno, Lockheed Martin aveva consegnato più di 645 esemplari. In cinque Paesi – Italia, Norvegia, Israele, Regno Unito e Stati Uniti – è attualmente già operativo, mentre in altri dieci – Olanda, Canada, Australia, Norvegia, Svizzera, Corea del Sud, Belgio, Polonia, Danimarca, Singapore – non viene ancora impiegato in operazione. Gli F-35B sono stati acquistati, oltre che dalla marina nipponica, dal US Marine Corps, dalla Royal Air Force, dall’Aeronautica Militare, dalla Marina Militare e dall’Aeronautica di Singapore. A metà luglio – riporta RID – il velivolo aveva registrato 411.000 ore di volo, con circa 253.329 sortite. Il 1° ottobre del 2021, poi, a cinque anni dalla dichiarazione della sua Initial Operational Capability (IOC), l’USAF ha messo a segno un altro grande risultato per il programma, annunciando lo schieramento del primo squadrone di F-35A in Europa. Il 495th Fighter Squadron “Valkyries” sarà dispiegato in maniera permanente nella base di Lakenheath, nel Regno Unito, insieme a reparti della RAF. 

Eppure, nonostante l’aumento del numero dei clienti e il sempre maggior utilizzo del velivolo da parte dei suoi acquirenti, il programma Joint Strike Fighter deve ancora affrontare importanti ostacoli legati alla presenza di numerosi malfunzionamenti e, soprattutto, al costante aumento del costo di ciclo vita del velivolo.

Riguardo i primi, Lockheed riferisce di aver risolto definitivamente, nel 2021, almeno 4 degli 11 malfunzionamenti definiti “critici” per il velivolo. Stupisce, in ogni caso, che in una fase così matura del programma, l’F-35 debba ancora fare i conti con una così grande numero di difetti, che sono invece più comprensibili nelle fasi più “giovane” del programma. Se si tiene conto di tutti i problemi tecnici che ancora affliggono il programma, secondo il Dipartimento della Difesa a gennaio erano circa 871 i difetti di tipo hardware e software ancora da risolvere, un numero sostanzialmente in linea con quello registrato l’anno precedente.

Se la presenza di numerosi malfunzionamenti lascia qualche dubbio in merito all’efficacia del velivolo, la questione dei costi pare ancora più seria. Se infatti oggi il velivolo si acquista ad un prezzo relativamente accettabile – circa 80 milioni di dollari per la versione Alfa, che salgono a circa 110 per la versione Charlie e quasi 120 per la versione Bravo – la sua manutenzione risulta eccessivamente costosa. 

La questione è letteralmente esplosa negli Stati Uniti in seguito alla pubblicazione di un rapporto, da parte del Government Accountability Office (GAO), che forniva una serie di dati alquanto gravi. A fronte di una stima, eseguita nel 2012, che considerava pari a circa 4,1 milioni di dollari il costo annuo per la manutenzione del velivolo, il rapporto riportava una cifra, calcolata nel 2036, pari a 7,8 milioni di dollari l’anno. Questa differenza implica un aumento del costo di tutta la flotta di F-35 pari a 4,3 miliardi di dollari annui, una cifra che equivale al costo di 48 nuovi F-35. Per essere sostenibili rispetto all’attuale previsione di spesa del Pentagono, dunque, questi costi andranno ridotti del 47%. 

La risposta da fornire a questo serio problema verrà elaborata dopo che il Pentagono avrà concluso la presentazione di un rapporto molto dettagliato sulla sostenibilità finanziaria del velivolo nei numeri attualmente previsti – 1.763 F-35A, 353 F-35B, 273 F-35C –, commissionato dal Presidente della Commissione Forze Armate della Camera dei Rappresentanti con il termine di scadenza fissato a marzo 2022, proprio quando, negli USA, si inizierà a discutere sul budget della difesa per l’anno fiscale 2023. 

In seguito alla pubblicazione del primo rapporto del GAO, le proposte di riduzione del numero di velivoli da acquistare, negli Stati Uniti, hanno cominciato a lievitare. Negli scorsi mesi, infatti, si è discusso molto, anche nel Pentagono, di un’eventuale inclusione, nel programma Next Generation Air Dominance – quello che dovrebbe portare alla realizzazione di un sostituto dell’F-22 entro il 2030 – di un nuovo caccia che possa rimpiazzare l’F-16, il principale velivolo americano che l’F-35 avrebbe dovuto sostituire integralmente. Il nuovo caccia, che sarebbe della generazione 4.5, sarebbe comunque dotato di tecnologie avanzate, ma ad un costo molto inferiore a quello di un F-35. 

Una riduzione del numero dei velivoli è stata ventilata anche al comandante dei Marines, il Generale David Berger. Il comandante del Corpo, nell’ambito della radicale ristrutturazione delle sue forze nel senso di un maggiore focus verso il loro tradizionale compito, quello cioè di truppe da sbarco, si è espresso per una sensibile riduzione del numero di velivoli ad ala fissa imbarcati, e ha già deciso di ridurre da 16 a 10 il numero di jet per gruppo di volo.

Il futuro del programma

Al di là delle motivazioni di carattere tecnico e operativo e dei risultati che fornirà il report commissionato dalla Camera dei Rappresentanti, la riduzione del numero di apparecchi di Lockheed-Martin sarà ostacolata da considerazioni di carattere prettamente politico. Coloro che si schierano contro il taglio del volume di caccia da acquisire sottolineano le ricadute che questa decisione avrebbe sul Paese. In effetti, oltre a generare un indotto economico pari a 49 miliardi di dollari l’anno, il programma Joint Strike Fighter, con tutta la sua catena di approvvigionamento, fornisce lavoro a circa 250.000 dipendenti, la maggior parte dei quali si trova in California, Texas e Florida, tre Stati molto forti dal punto di vista politico. Il programma raccoglie sempre maggiore successo all’estero, come dimostrato dalla recente esercitazione a bordo della portaerei giapponese. In casa, tuttavia, il programma incontra ostacoli sempre maggiori. Il budget che il Senato e il Congresso approveranno per l’anno fiscale 2023 potrebbe già fornire un’occasione importante per poter conoscere il reale volume di apparecchi che gli USA intendono effettivamente acquistare, ma le grandi resistenze di natura politica rendono il processo decisionale lungo e complicato. Resta ancora incerto il ruolo che potranno giocare in questa partita i risultati di una seria e ponderata riflessione sulla guerra in Afghanistan. Più di cinquant’anni fa, quando il Presidente Nixon pose fine alla tragica guerra in Vietnam, la cocente sconfitta in Asia diede il via, negli Stati Uniti, ad una serie di programmi militari – tra i quali figuravano i velivoli F-15, F-16, F18, gli elicotteri Apache e Blackhawk, i cingolati Abrams, Bradley e Paladin, oltre alle unità navali classe Nimitz, Perry, Ticonderoga e Los Angeles – che per quarant’anni avrebbero rappresentato i pilastri con cui le forze armate americane affrontarono le successive guerre in Medio Oriente e nei Balcani. Chissà che quanto accaduto dopo il Vietnam non stia per ripetersi ancora.

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