La visita in Cina del Primo Ministro slovacco Robert Fico segna un ulteriore distacco di Bratislava dalle posizioni europee sulla guerra in Ucraina. Questa scelta, pur rappresentando una rottura con l’orientamento recente del Paese, si inscrive nella più lunga tradizione strategica che vede la Slovacchia come ponte tra Occidente e Oriente.
Il 2 e 4 settembre 2025, durante le celebrazioni della fine della Seconda Guerra Mondiale a Pechino, il PM slovacco Robert Fico ha incontrato Vladimir Putin e Xi Jinping. Con Mosca, ha ribadito la posizione autonoma della Slovacchia rispetto a UE e NATO sull’Ucraina e la volontà di “standardizzare i rapporti”, soprattutto in ambito energetico. Con Pechino, ha elogiato la Global Governance Initiative e riaffermato il ruolo costruttivo del Paese nei rapporti tra Pechino Bruxelles.
Se i media russi e cinesi hanno accolto positivamente la visita, l’UE ha reagito con freddezza, ricordando che Fico non rappresenta le istituzioni europee. Questa scelta riflette una serie di decisioni, dal 2023, che hanno allontanato Bratislava dalla linea di sostegno all’Ucraina. La posizione slovacca, simile a quella ungherese, emerge in un contesto di declino democratico e vulnerabilità energetica, agendo in controtendenza rispetto agli altri Paesi europei impegnati a ridurre la dipendenza dalle fonti russe.
La parabola “ungherese” della politica estera slovacca
La politica estera di Bratislava, con Fico, ha preso una direzione differente rispetto al recente passato. Difatti, la Slovacchia ha assunto una postura scettica verso l’Ucraina, motivata dal timore che ciò potesse innescare un’escalation militare con la Russia. La sua politica estera si è caratterizzata da continue tensioni con l’UE sulla politica delle sanzioni contro il Cremlino nonché quelle di supporto anche militare al Kyiv, dall’ostilità di aumentare le spese militari in ambito NATO in nome della neutralità e iniziative unilaterali come la visita a sorpresa del 22 dicembre 2024 a Mosca per garantirsi il flusso che attraversa il territorio ucraino. A livello regionale, i rapporti tra Bratislava e Kyiv sono molto tesi caratterizzati da reciproche accuse e minacce continue da parte slovacca di tagliare il flusso energetico all’Ucraina. Anche con la Repubblica Ceca, storico partner della Slovacchia, le relazioni si sono notevolmente raffreddate a causa di divergenze sulla questione ucraina spingendo Bratislava ad un asse con l’Ungheria.
La ridefinizione della politica estera, rinominata dall’esecutivo Four Cardinal Points Strategy (FCPS), si traduce in un progressivo avvicinamento a blocchi alternativi all’Occidente, senza tuttavia mettere in discussione l’appartenenza del Paese a quest’ultimo. Come nel caso ungherese, la Slovacchia vede nell’asse sino-russo un’opportunità strategica da valorizzare piuttosto che una minaccia dalla quale attuare una politica di derisking. Con Pechino, l’1 novembre 2024, Bratislava ha ufficializzato l’istituzione del “Partenariato Strategico” le cui implicazioni sono sia politiche che economiche. Da un lato, la Slovacchia si impegna a supportare la visione cinese della One China Policy, una postura che diverrebbe problematica per una reazione europea comune in caso di una futura invasione cinese di Taiwan. Dall’altro, il Paese beneficia dell’estensione del regime visa-free alla Slovacchia e di nuovi investimenti nel settore delle infrastrutture energetiche verdi, delle batterie e dei veicoli elettrici come il progetto di costruzione di una fabbrica di auto elettriche di Polestar a Košice.
Con Mosca, Bratislava ha cercato di mantenere rapporti positivi specialmente per la tutela della propria sicurezza energetica. Il dossier è delicato considerata le vulnerabilità strutturali della Slovacchia nel settore per motivi esogeni (mancanza di uno sbocco marittimo e di risorse energetiche sul territorio) ed endogeni (incapacità di definire una strategia energetica di lungo periodo, povertà energetica e lock-in nucleare). L’attuale esecutivo ha cercato di mantenere lo status quo energetico del Paese. Oltre alla visita a sorpresa, Bratislava ha incontrato Mosca in altre due circostanze, in modalità diverse. Il 12 gennaio 2025, l’Assemblea Nazionale ha inviato una missione ad hoc alla Duma, la camera bassa del parlamento russo, per discutere con Gazprom un’intesa che garantisse il transito dell’energia russa sul territorio slovacco. Il 9 maggio successivo, in occasione delle celebrazioni per la fine della Seconda guerra mondiale a Mosca, Fico ha ribadito la volontà di mantenere la cooperazione energetica con la Russia, anche a costo di ostacolare le iniziative europee di phase-out.
Mečiar è tornato?
Derubricare la Slovacchia come “pro-Cremlino” è una lettura superficiale della questione. Al contrario, la FCPS si configura come un approccio autonomista che riprende l’idea di collocare Bratislava quale ponte tra Occidente e Oriente, un tratto storicamente radicato nella sua cultura strategica. Rispetto agli altri Paesi centroeuropei, la Slovacchia divenne uno Stato totalmente indipendente solo nel 1993 con la dissoluzione della Cecoslovacchia. Proprio nel processo di state-building emerse il dilemma strategico sul collocamento geopolitico del Paese nel post-Guerra Fredda. Ufficialmente, la Slovacchia si avvicinò alla NATO e all’UE ma in modo ambivalente. Il PM dell’epoca, Vladimir Mečiar, sostenne il processo di integrazione euro-atlantica rivendicando al contempo un certo grado di autonomia nonché vicinanza alle istituzioni post-sovietiche. Di conseguenza, rispetto agli altri Paesi dell’area, il processo di integrazione di Bratislava risultò più lento, mentre l’idea del ponte fu percepita dagli alleati occidentali come segnale di scarso impegno. Solamente con il cambio di governo nel 1998 il Paese accelerò l’integrazione euroatlantica.
Ciononostante, l’impronta dell’hedging mečiarista ha continuato a manifestarsi nel tempo su vari fronti. In primo luogo, i successivi governi hanno dimostrato scarsa volontà di conformare le spese militari alla soglia del 2% stabilita dall’Alleanza Atlantica mentre i precedenti tre governi Fico hanno manifestato un euroscetticismo soft allineandosi con riserva su questioni come quella migratoria. Secondariamente, l’opinione pubblica locale dimostra ambiguità sui temi di sicurezza. Stando all’ultimo sondaggio di Globsec Trends, i cittadini supportano ampiamente l’adesione alla NATO e all’UE. Al contempo, quasi un cittadino su tre vede la Russia come partner strategico e solo il 54% come una minaccia alla propria sicurezza. Inoltre, la FCPS dell’attuale esecutivo non costituisce una dottrina ufficiale di riallineamento della politica estera ma rappresenta piuttosto un atteggiamento di “ambiguità gestita”. Fico evoca l’idea di una Slovacchia come ponte ma in un contesto in cui il Paese è vincolato istituzionalmente a Bruxelles e Washington in una posizione semiperiferica. Perciò, il “ponte” dell’attuale PM è perlopiù settoriale dove la postura di sicurezza rimane occidentale mentre quella economica scivola ad Oriente.
Infine, pur manifestando retoricamente un scetticismo duro nei confronti di Kyiv, il governo non ha mai impedito apertamente alle industrie militari di esportare armi verso l’Ucraina o i suoi alleati né ha mai posto davvero il veto sulle sanzioni UE alla Russia accettandole con riserva. Addirittura, subito dopo la visita in Cina, Fico ha incontrato per la prima volta a Užhorod, nell’Ucraina occidentale, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, promuovendo una “cooperazione pragmatica” che evidenzia la capacità di Bratislava di dialogare con un Paese vicino dai interessi contrastanti. La Slovacchia si conferma così un piccolo Stato europeo che, mediando tra obblighi internazionali e interessi nazionali, adotta un approccio autonomista, volto a rendere il Paese capace di dialogare con tutti.

