Dopo la fine della Guerra Fredda si era ipotizzata la fine della competizione tra grandi potenze.
Tuttavia, dal 2022, il sistema internazionale ha registrato una crescente instabilità segnata dalla guerra in Ucraina, dall’assertività cinese su Taiwan e dalla perdita di fiducia nel modello di ordine liberale promosso dall’Occidente. In questo nuovo contesto, la crescente cooperazione tra Russia e Cina si è configurata come una delle dinamiche più significative del periodo. Essa riflette un tentativo di ristrutturare l’ordine mondiale in chiave multipolare, sfidando l’egemonia geopolitica, economica e normativa degli Stati Uniti e dei loro alleati. Sebbene non formalizzata in un’alleanza militare, la convergenza strategica tra Mosca e Pechino ha assunto una valenza sistemica.
L’elaborato intende analizzare la natura di tale intesa, le sue ripercussioni regionali e globali e i possibili sviluppi futuri, tenendo conto del ruolo degli attori non occidentali, sempre più centrali nel plasmare un nuovo equilibrio internazionale.
- Le radici dell’asse russo-cinese
L’attuale consolidamento del legame tra Russia e Cina non è il risultato di una contingenza recente, ma rappresenta l’esito di un processo storico più ampio che ha preso forma dei primi anni Duemila, in parallelo con l’evoluzione del sistema internazionale post-Guerra Fredda.
Entrambe le potenze hanno progressivamente ridefinito i propri interessi strategici e la propria identità geopolitica in un contesto dominato dall’egemonia statunitense e dall’espansione delle istituzioni occidentali.
Negli anni Novanta, le relazioni bilaterali russo-cinesi erano ancora segnate da diffidenze reciproche e da una storica rivalità, eredità della frattura ideologica tra Mosca e Pechino durante la Guerra Fredda. Tuttavia, la necessità di stabilizzare le frontiere comuni e di evitare nuovi attriti territoriali costituì la base per una progressiva distensione.
Nel 2001, la firma del Trattato di buon vicinato, amicizia e cooperazione segnò un momento di svolta: l’accordo formalizzava la volontà di entrambe le parti di promuovere un partenariato basato sulla non ingerenza, il rispetto della sovranità e la cooperazione in ambito economico, militare e tecnologico.[1]
Detto Trattato rappresentò il primo passo di una strategia pragmatica volta a creare un equilibrio regionale favorevole a ridurre la pressione americana in Asia. Già nei primi anni del XXI Secolo, Russia e Cina si trovarono accomunate da una serie di convergenze fondamentali: la critica all’unilateralismo statunitense, la volontà di limitare l’espansione della NATO e delle rivoluzioni colorate nello spazio post-sovietico e la necessità di rafforzare la propria influenza nell’Asia Centrale, area tradizionalmente percepita da entrambe come zona di interesse strategico.
Già nel 2008, l’analista Bobo Lo definì la relazione tra Mosca e Pechino un’alleanza di convenienza più che di convinzione. Secondo Lo, la cooperazione tra i due Paesi si fondava su un pragmatismo realistico, non su un’autentica fiducia reciproca o su un’identità ideologica comune. Russia e Cina apparivano più come partner occasionali, che come alleati strategici: collaboravano dove gli interessi convergevano, ma manteneva distanze significative su questioni cruciali come la leadership regionale, l’export di armamenti o la competizione per l’influenza in Asia Centrale.
Detto asse di convenienza si consolidò negli anni successivi in modo progressivo, spinto da fattori esterni e interni. Sul piano internazionale, la percezione condivisa di una minaccia sistemica derivante dall’unipolarismo americano agì come forza di coesione. Sul piano interno, sia Mosca che Pechino trovarono vantaggi reciproci: la Russia vedeva nella Cina un mercato emergente per le proprie risorse energetiche e un alleato diplomatico utile a contenere l’isolamento occidentale; la Cina, dal canto suo, individuava nella Russia un fornitore strategico di energia e materie prime e un partner politico con cui costruire un contrappeso all’influenza statunitense in Asia.
Il rafforzamento dell’asse si inserì anche nel più ampio quadro della ricomposizione geopolitica eurasiatica. La creazione dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO, 2001) fornì una cornice istituzionale per la cooperazione in materia di sicurezza, contrasto al terrorismo e sviluppo economico regionale: Mosca e Pechino iniziarono a proiettare la propria influenza congiunta sui Paesi dell’Asia Centrale, promuovendo una visione di stabilità autoritaria e di sovranità non interferente, alternativa e antitetica rispetto ai modelli liberali occidentali.
Nel corso del primo decennio del 2000, le relazioni russo-cinesi si consolidarono secondo un modello di cooperazione selettiva e funzionale. Le due potenze, infatti, si mostrarono capaci di coordinarsi su questioni di interesse comune, come la gestione dei confini, la lotta al terrorismo e l’opposizione all’egemonia americana, ma restarono comunque lontane da un’integrazione economica e strategica pienamente simmetrica.
L’evoluzione di detto rapporto può essere letta come una progressiva convergenza di interessi, ma non di valori: mentre la Cina si muoveva con una strategia di lungo periodo, orientata alla crescita economica e alla penetrazione globale per il mezzo di strumenti economico-diplomatici, la Russia tendeva a privilegiare approcci più reattivi e militari, volti a preservare il proprio status di grande potenza.
- Russia e Cina: convergenze strategiche
La differenza di visione precedentemente analizzata sarebbe diventata evidente soprattutto dopo il 2014, quando la crisi ucraina e l’annessione della Crimea da parte della Federazione Russa avrebbero trasformato la cooperazione Mosca-Pechino da scelta strategica a necessità geopolitica. L’imposizione di sanzioni economiche statunitensi ed europee costrinse la Russia a riorientare la propria politica estera ed economica verso l’Asia, inaugurando una nuova fase di avvicinamento strutturale alla Cina, ecco perché si parla di un partenariato di necessità, fondato su interdipendenze crescenti, ma intrinsecamente sbilanciate.
La leadership di Vladimir Putin cercò di diversificare i partner commerciali e finanziari, individuando nella Cina un interlocutore privilegiato, in grado di offrire liquidità, investimenti infrastrutturali e accesso a tecnologie civili e militari.
Il vertice del 4 febbraio 2022 tra Vladimir Putin e Xi Jinping, avvenuto poche settimane prima dell’invasione russa dell’Ucraina, ha rappresentato una svolta nelle relazioni russo-cinesi. La dichiarazione congiunta sulla “partnership senza limiti” ha espresso un’inedita intesa strategica tra due potenze storicamente diffidenti, ma oggi accomunate da obiettivi comuni: (i) contrastare l’unilateralismo statunitense, (ii) difendere la sovranità internazionale e (iii) promuovere un ordine mondiale alternativo.
Entrambe le potenze condividono la visione secondo cui l’egemonia americana rappresenta un ostacolo alla propria sicurezza e prosperità. Per la Russia, l’espansione della NATO rappresenta una minaccia esistenziale; per la Cina, il sostegno statunitense a Taiwan costituisce una linea invalicabile. L’opposizione alle rivoluzioni è un ulteriore elemento di coesione, poiché queste sono considerate strumenti di influenza occidentale. Il sistema internazionale liberale è percepito come un meccanismo ideologico che giustifica l’intervento occidentale negli affari interni degli Stati.
Dal punto di vista economico, la Cina ha aumentato drasticamente le importazioni di gas e petrolio russo, sostituendo i mercati occidentali, beneficiando dei prezzi scontati e compensando -in parte- le sanzioni occidentali. La costruzione del gasdotto “Forza della Siberia” ha rafforzato ulteriormente la dipendenza energetica cinese da Mosca; non a caso, nel 2023 gli scambi bilaterali hanno superato i 240 miliardi di dollari, con un incremento del 34% rispetto al 2021.
Oltre al gas naturale liquefatto e al petrolio, la Russia ha esportato grano, metalli rari e armi in cambio di tecnologia, microelettronica e componenti industriali.
Un punto centrale è stato lo sviluppo del sistema CIPS (China Interbank Payment System), un’alternativa allo SWIFT, in cui Mosca ha iniziato a operare attivamente. Entrambi i Paesi mirano a ridurre la dipendenza dal dollaro attraverso accordi bilaterali in yuan e rubli. Nel 2024, circa il 70% degli scambi commerciali bilaterali è stato condotto in monete locali.
In ambito militare, le esercitazioni congiunte “Vostok”, “Zapata”, “Sibu/interaction” e “Northern/Joint Sea” hanno coinvolto unità navali, aeree e terrestri in scenari di guerra ibrida e controllo marittimo, dimostrano una crescente interoperabilità, seppur in assenza di un sistema integrato di difesa.
Il teatro dell’Asia-Pacifico è diventato un banco di prova per la proiezione di forza navale sino-russa, soprattutto nel Mar del Giappone e nello Stretto di Bering.
Inoltre, Pechino ha iniziato a fornire supporto logistico indiretto all’industria bellica, aggirando alcune restrizioni internazionali tramite triangolazioni con società controllate o registrate in Paesi terzi come l’Iran, il Kazakistan o la Malesia.
Una dimensione meno visibile, ma cruciale, è la convergenza tecnologica. La Cina ha fornito alla Russia tecnologie dual use, soprattutto nell’ambito dell’intelligenza artificiale, del riconoscimento facciale e del monitoraggio digitale. Entrambi i paesi hanno promosso modelli di sovranità digitale e censura algoritmica, esportandoli in paesi africani e medio-orientali attraverso iniziative come la “Digital Silk Road”.
In campo cibernetico, la cooperazione si è intensificata in materia di intelligence e sicurezza delle infrastrutture. Sono state documentate operazioni congiunte di spionaggio e disinformazione, soprattutto nei confronti di elezioni europee e campagne NATO, secondo i report del CSIS e del Consiglio del Nord Atlantico.
Russia e Cina hanno sviluppato una diplomazia parallela che fa leva su formati alternativi come l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) e il Forum “Belt and Road”, usati per promuovere una visione del mondo basata sul principio della non ingerenza, del rispetto della sovranità e della multipolarità.
Una narrativa comune emerge sistematicamente nei discorsi ufficiali e nei media statali: il declino dell’Occidente, la crisi morale delle democrazie liberali e il diritto delle potenze emergenti a ridefinire le regole globali.
La guerra in Ucraina ha rappresentato un punto di svolta e l’inizio di una nuova era geopolitica: sebbene non abbia mai formalmente riconosciuto l’annessione russa dei territori ucraini, la Cina ha mantenuto una posizione ambigua, ufficialmente neutrale, non condannando l’aggressione russa e criticando le sanzioni occidentali, rilanciando una retorica pacifista non neutrale, promuovendo una narrazione alternativa fondata sul rispetto della sicurezza russa e sulla condanna dell’espansionismo NATO.
Parallelamente, la questione di Taiwan è tornata centrale, con continui sorvoli aerei e manovre militari cinesi, accompagnate da dichiarazioni aggressive riguardo un possibile “riassorbimento” dell’isola entro il 2030. Le visite ufficiali statunitensi a Taipei nel 2022 e nel 2023 hanno provocato reazioni aggressive da parte di Pechino, tali per cui le simulazioni di un’invasione rappresentano segnali tangibili di una possibile escalation. Le modalità di pressione includono anche guerre ibride: disinformazione, cyberattacchi e uso politico delle forniture energetiche sono strumenti ormai comuni nei rapporti tra potenze.
La sinergia russo-cinese si manifesta anche nella diplomazia internazionali, poiché entrambi i Paesi hanno bloccato le risoluzioni ONU critiche nei loro confronti e hanno rafforzato le relazioni con regimi autoritari in Africa, Medio Oriente e Asia centrale, cercando consensi alternativi al G7 e all’Unione Europea.
- La dimensione euroasiatica: l’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai e i BRICS+
Appare opportuno prestare attenzione ai due strumenti importanti in questo quadro: l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) e il gruppo dei BRICS, ampliato nel 2024 al formato BRICS+. Entrambi rappresentarono tentativi di costruire un ordine alternativo, basato sulla sovranità statale, sul rifiuto delle ingerenze e sulla contestazione del primato occidentale.
Fondata nel 2001, la SCO nasce come meccanismo di cooperazione regionale in materia di sicurezza e contrasto al terrorismo, ma si è progressivamente trasformata in un forum politico di ampio respiro. I membri fondatori, la Russia e la Cina, ne hanno fatto il principale strumento di coordinamento strategico nel cuore dell’Eurasia, estendendo l’influenza dell’organizzazione anche a paesi chiave, come l’India, il Pakistan e l’Iran.
Attraverso la SCO, Pechino e Mosca hanno promosso una visione di stabilità regionale centrata su regimi autoritari cooperativi, resistenti a modelli democratici e interventisti.
La retorica della lotta al terrorismo e del mantenimento dell’ordine è servita a giustificare operazioni di controllo politico interno e di contenimento delle influenze occidentali. In questo contesto, la Cina ha assunto un ruolo sempre più di motore economico dell’organizzazione, mentre la Russia ha mantenuto il primato della dimensione militare.
Oltre alla SCO, la cooperazione si è sviluppata nell’ambito dei BRICS, forum economico e politico che riunisce Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica e che, con l’allargamento del 2024, ha visto l’ingresso di Iran, Egitto, Etiopia e Argentina. Il gruppo si è quindi trasformato in una piattaforma rappresentativa del Sud Globale. Pechino e Mosca utilizzano i BRICS+ come veicolo per promuovere un’agenda di riforma della governance globale, volta a ridurre l’influenza delle istituzioni finanziarie occidentali come FMI e Banca Mondiale.
L’iniziativa più significativa è stata la creazione della Nuova Banca di Sviluppo (NDB), con sede a Shanghai, che offre linee di credito in valute locali, rappresentando un’alternativa al dollaro e ai circuiti finanziari tradizionali. Isolata dal sistema SWIFT, la Russia ha sostenuto con forza la “dedollarizzazione” dei BRICS come strumento di emancipazione economica, aspetto peculiare questo perché la leadership effettiva all’interno del gruppo spetta a Pechino.
Viene qui in risalto il sostegno di entrambe le potenze alla multipolarità regolata, dove la sovranità nazionale e la stabilità interna prevalgono nettamente su diritti umani ed ingerenza esterna. Il modello si è diffuso in molte regioni del Sud Globale, percepito anch’esso come un’alternativa al paradigma liberale occidentale.
Nonostante ciò, le divergenze restano ancora rilevanti: Mosca mira ad un ordine multipolare di equilibrio tra grandi potenze, mentre Pechino punta a una multipolarità gerarchica, dove la Cina si vede al centro di una rete di interdipendenze economiche globali.
Nel lungo periodo, dette differenze potrebbero generare tensioni intense all’interno dell’asse stesso.
- La risposta occidentale
L’Occidente ha adottato una strategia di contenimento e di rafforzamento delle alleanze.
La NATO ha reagito rafforzando la propria presenza in Europa orientale, ma anche aumentando la cooperazione con partner dell’Indo-Pacifico, come Giappone, Corea del Sud e Australia. Non solo, Con il nuovo Concetto Strategico del 2022, la stessa ha incluso per la prima volta la Cina tra le sfide sistemiche. L’adesione della Finlandia e della Svezia ha ampliato la difesa euro-atlantica, mentre gli Stati Uniti hanno rilanciato il ruolo delle alleanze indo-pacifiche come il QUAD (India, Australi, Giappone, USA) e l’AUKUS (Australia, UK, USA).
Parallelamente, l’Unione europea avviato una strategia per l’autonomia strategica, cercando di contenere contemporaneamente la dipendenza energetica dalla Russia e quella tecnologica dalla Cina. Tuttavia, le divergenze interne tra membri europei rallentano la formulazione di una politica estera coerente, soprattutto nei confronti di Pechino.
Un altro elemento sempre più importante del nuovo quadro geopolitico è il posizionamento dei paesi del Sud Globale: l’attivismo dei BRICS+, allargati nel 2024 con l’ingresso di Iran, Egitto, Etiopia e Argentina. Questi Stati spingono per un sistema più multipolare, criticando l’ordine basato sulle regole, promosso dall’Occidente, considerato ipocrita e selettivo.
Ad ogni modo, la coesione interna è debole: le posizioni su Russia e Cina variano e non esiste ancora un’agenza geopolitica unificata.
L’India resta un attore ambiguo e paradigmatico: membro dei BRICS e partner strategico degli Stati Uniti d’America, il Paese ha condannato con cautela l’invasione dell’Ucraina, mantenendo al contempo rapporti privilegiati con Mosca sul piano energetico e militare. Si tratta di una postura emblematica nel riflettere un approccio opportunistico -ma razionale-, in linea con la tradizione non allineata di New Delhi, dimostrando la fluidità delle alleanze nel mondo post-bipolare.
In Africa, Asia e America Latina numerosi Stati si sono rifiutati di aderire alle sanzioni occidentali contro Mosca, segnalando la crescente perdita di influenza del blocco euro-atlantico.
Il concetto di “neutralità strategica” si sta affermando come posizione diffusa tra gli attori emergenti.
- Il nuovo equilibrio globale: verso una multipolarità instabile
Il sistema internazionale attuale è entrato in una fase di transizione strutturale in cui la configurazione unipolare, dominata dagli Stati Uniti dopo la fine della Guerra Fredda, si è progressivamente disgregata. Al suo posto sta emergendo sempre più una forma di multipolarità fluida e instabile, caratterizzata dalla frammentazione dei centri di potere, dalla competizione tra modelli di governance e dalla crisi delle istituzioni multilaterali che avevano sorretto l’ordine liberale del XX secolo.
Questa nuova fase non rappresenta di certo il ritorno ad un equilibrio bipolare sul modello della Guerra Fredda, ma l’avvento di un sistema asimmetrico e competitivo, in cui più attori (Stati Uniti, Cina, Russia, India, Unione europea) si confrontano in plurimi spazi: economico, tecnologico informativo e militare. In detto contesto, l’asse russo-cinese agisce come uno dei principali poli aggreganti di queste pluralità, ma non come il suo fulcro esclusivo.
L’egemonia americana post-1991 costruita sulla globalizzazione e sull’espansione delle istituzioni occidentali, ha iniziato a vacillare con le crisi finanziarie del 2008 e con il progressivo declino della fiducia nel modello liberale. La pandemia COVID-19, la guerra in Ucraina e le tensioni nel Mar Cinese Meridionale hanno ulteriormente eroso la credibilità delle istituzioni internazionali e messo in discussione la capacità dell’Occidente nel mantenere una leadership globale coesa.
Parallelamente, attori non occidentali hanno rafforzato la propria influenza, come analizzato, proponendo visioni alternative basate sulla sovranità assoluta, sulla non ingerenza e sul pluralismo dei modelli politici.
Le relazioni internazionali attuali sono definite da una stabilità competitiva, in cui la deterrenza e le interdipendenze economiche evitano il conflitto diretto, ma non eliminano la tensione costante tra le grandi potenze.
Questa forma si manifesta attraverso guerre ibride e conflitti per procura, andando a sostituire le classiche dinamiche della guerra. Gli stessi spazi di conflitto si sono moltiplicati: dal cyberspazio all’Artico, dalle rotte marittime all’orbita terrestra bassa, fino alle infrastrutture digitali e ai mercati delle materie prime. In tutto ciò, Cina e Russia cooperano tatticamente per ridurre il vantaggio occidentale, ma perseguono obiettivi distinti e non sempre compatibili.
Organizzazioni internazionali come l’ONU, l’OMC e il G20 sono paralizzate da veti incrociati e da divisioni politiche, facendo emergere istituzioni parallele come la SCO, i BRICS+ o la Nuova Banca di Sviluppo, che offrono piattaforme alternative, non complementari, contribuendo alla frammentazione dell’ordine globale.
Alla luce di ciò, appare di tutta evidenza che la competizione non si gioca più esclusivamente su terreno militare, ma sul controllo delle catene di valore, delle tecnologie strategiche e delle risorse energetiche. Le sanzioni contro la Russia, la guerra dei semiconduttori tra Stati Uniti e Cina hanno accelerato una deglobalizzazione selettiva. Il mondo non si sta deglobalizzando nel senso tradizionale, ma si sta regionalizzando: si formano blocchi economici con regole, valute e infrastrutture separate.
- Scenari futuri: stabilità competitiva o conflitto?
Il sistema internazionale appare oggi dominato da una stabilità competitiva: l’uso della forza è contenuto, ma il confronto strategico è continuo. Le istituzioni multilaterali risultano indebolite, incapaci di gestire le crisi più gravi. L’ONU è paralizzata dal veto russo e cinese, mentre il G20 è frammentato da interessi divergenti, aspetti che portano al rischio di frammentazione dell’ordine.
Le catene del valore globale stanno subendo una deglobalizzazione selettiva. Le sanzioni contro Mosca, la guerra dei microchip tra USA e Cina e la corsa all’autosufficienza energetica e tecnologica stanno ridefinendo la geoeconomia mondiale.
Nonostante ciò, non è detto che il sistema sia destinato al conflitto aperto: la deterrenza nucleare, le interdipendenze commerciali e i costi potenziali di una guerra aperta costituiscono forti freni.
Alcuni analisti parlano di stabilità competitiva: un equilibrio precario, ma sostenibile, simile alla Guerra Fredda, ma con più attori e maggiore indipendenza economica. Molto dipenderà da come Stati Uniti d’America, Cina e Russia gestiranno le crisi regionali senza superare le linee rosse.
Più probabili sembrano le guerre per procura, escalation ibride e competizioni in spazi grigi: dal cyberspazio all’Artico, dallo spazio extra-atmosferico alle reti sottomarine.
Di fatto, l’alleanza tra Russia e Cina non rappresenta soltanto una cooperazione tattica, ma la manifestazione di un mondo che si sta ridefinendo in chiave post-occidentale. Capire le relazioni internazionali oggi significa saper leggere un contesto fluido, multipolare e competitivo, laddove la distinzione tra alleati e rivali non sempre si rivela essere netta, in cui il potere si esprime anche attraverso narrazioni, tecnologie e mercati.
In questo quadro, l’Occidente deve ripensare la propria posizione, senza affidarsi a vecchie categorie bipolari, ma sapendo negoziare nuovi equilibri con potenze che non condividono gli stessi valori, ma con cui dovrà inevitabilmente coesistere.
In conclusione, tra il 2022 e il 2025, il mondo ha assistito alla fine del momento unipolare e all’emergere di un ordine frammentato, in cui l’asse Mosca-Pechino si presenta come forza propulsiva di un’alternativa al dominio occidentale. Questo allineamento non è privo di contraddizioni, ma rappresenta una sfida strategica di lungo periodo per gli Stati Uniti e i loro alleati.

