L’ascesa di Sanae Takaichi segna un momento storico per il Giappone: prima donna a guidare il governo, eredita un Paese alle prese con difficoltà economiche, tensioni geopolitiche e un sistema politico in cerca di nuova stabilità.
Il 21 ottobre il Giappone ha inaugurato il suo nuovo governo. Con la vittoria di Sane Takaichi alla votazione della Dieta nazionale, preceduta dalla sua affermazione come presidente del Partito Liberal Democratico, o Jimintō, Tokyo vede ad oggi il primo governo guidato da una donna nelle vesti di primo ministro. Ad attendere la nuova premier giapponese, molte sfide: dall’emergenza demografica all’indebolimento dello yen e l’alta inflazione, dalla questione dei dazi imposti dagli Stati Uniti fino ai complessi rapporti regionali e internazionali.
La carriera politica
In politica dal 1993, dopo un’esperienza negli Stati Uniti come borsista per la deputata Pat Schroeder e come presentatrice televisiva in Giappone, si candida come indipendente ed è eletta alla Camera dei consiglieri. Entra poi nel Partito Liberale e, due anni dopo, nel New Frontier Party, nato dalla fusione di vari piccoli partiti. Nel 1996 passa al Partito Liberal Democratico (PLD), suscitando critiche da parte del suo precedente partito per essere entrata nel Jimintō subito dopo l’elezione con voti contrari proprio al PLD. Una volta al suo interno, aderisce alla corrente Seiwa Seisaku Kenkyūkai, allora guidata da Shinzo Abe, e alla Nippon Kaigi, associazione ultranazionalista alla quale appartengono molti ministri ed ex primi ministri.
Considerata delfina di Abe, Takaichi ha ricoperto molteplici incarichi ministeriali: Ministro di Stato per la Politica Scientifica e Tecnologica, per l’Innovazione, per le Politiche Giovanili e la Parità di Genere, e per la Sicurezza Alimentare. L’ultimo ruolo, prima dell’investitura alla premiership, è stato quello di Ministro di Stato per la Sicurezza Economica. Per quanto riguarda il partito, nel 2012 ha guidato il Consiglio per la Ricerca sugli Affari Politici, responsabile della formulazione delle politiche partitiche.
Forte della sua esperienza politica, Takaichi partecipa nel 2021 all’elezione per la presidenza del Jimintō, sfidando l’allora primo ministro Suga, ma viene sconfitta al primo turno da Fumio Kishida, nonostante il sostegno di Abe. Si ricandida nel 2024, dopo le dimissioni del governo Kishida causate da scandali interni e legami con la Chiesa dell’Unificazione, ma è battuta da Shigeru Ishiba. Date deboli riforme economiche e travolto da accuse di corruzione, il gabinetto Ishiba si dimette dopo le elezioni del luglio 2025, che vedono il PLD perdere la maggioranza in entrambe le camere della Dieta; ciò permette a Takaichi di aggiudicarsi la presidenza del partito e diventare primo ministro.
Conservatrice d’acciaio
L’affermazione di Takaichi è sintomo dell’attuale stato della politica giapponese e, specialmente, del PLD. La costante perdita di consensi, data l’incapacità dei governi d’espressione liberaldemocratica, dominanti il panorama politico dagli anni Cinquanta, di affrontare direttamente il carovita e le questioni economiche, come anche l’ascesa del partito ultranazionalista Sanseito, ha probabilmente portato molti membri del Jiminto a vedere in Takaichi una candidata forte e capace di riportare stabilità all’interno del partito. Sebbene siano considerate all’estrema destra dello spettro politico del partito, le idee di Takaichi sono state verosimilmente apprezzate da gran parte dei deputati del PLD, consci sia di una necessaria risposta esterna verso un panorama internazionale sempre più frammentato e volatile, sia di un contesto interno dettato da uno spostamento di voti dal Jiminto verso altre formazioni, in particolare verso la creatura populista di Sohei Kamiya, fondatore, per l’appunto, del Sanseito.
Per quanto riguarda la politica interna e le questioni sociali, Takaichi si è detta contraria a una possibile riforma in senso matrilineare per la famiglia imperiale, mantenendo l’attuale (e discussa, a fronte della situazione odierna) primogenitura maschile formulata durante la Restaurazione Meiji. Si è opposta alla legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso, sottolineando come, malgrado ciò, “non vi dovrebbero essere discriminazioni contro l’orientamento sessuale e l’identità di genere”. Ancora, ha definito nel 2024 “distruttiva” la riforma riguardo all’uso di cognomi diversi tra i coniugi, mentre, tra il 2018 e il 2023, supportò pene e multe più severe nei confronti dei media o di azioni che potessero criticare il governo o danneggiare la bandiera giapponese. È inoltre favorevole a politiche più rigide sull’immigrazione che regolino meglio l’acquisto di beni e proprietà da parte di cittadini stranieri e le modalità con cui il governo valuta lo status di rifugiato. Maggiori libertà invece per l’economia, attraverso una cosiddetta “Sanaenomics” avente politiche fiscali flessibili per una crescita “sostenibile e inclusiva”, politiche monetarie espansive e un maggiore ruolo degli investimenti come traino per l’economia nazionale. In tal modo, Takaichi parrebbe riadattare la cosiddetta Abenomics al complesso scenario che il Giappone si trova oggi ad affrontare.
Scenario a cui fanno però da sfondo le sue molteplici posizioni di politica estera, come anche certe controversie di carattere storico che ancora animano le relazioni tra Tokyo e i suoi vicini. Come Abe e molti altri membri del PLD, Takaichi si è detta favorevole alla revisione dell’articolo 9 della Costituzione giapponese, mutando le Forze di autodifesa in un vero e proprio esercito nazionale. Ha ricordato, sia prima che dopo divenire premier, le varie dispute territoriali sulle isole Senkaku/Diaoyu, Curili e Dokdo/Takeshima e ha più volte visitato il santuario Yasukuni. Visite spesso accompagnate da critiche da parte di Cina, Corea del Sud e Corea del Nord, che evidenziano il suo revisionismo sul passato imperialista giapponese. Già nel 2013 consigliò ad Abe di riconsiderare le scuse offerte da Tokyo per le azioni belliche e di espansione regionale, i cui crimini di guerra sono stati, per Takaichi, “esagerati”.
Sfide di un nuovo Giappone
Come già detto, Takaichi è il segno di un tentativo da parte del Partito Liberal Democratico di rimanere centrale all’interno del panorama politico conservatore nazionale, sconvolto dall’ondata populista a cui il paese per molto tempo era stato descritto come immune. Il primo compito di Takaichi sarà quello di riacquisire i voti persi, andando a riposizionare il partito verso posizioni ancor più conservatrici a danno delle correnti moderate. Una mossa che ha però già dato effetti negativi, terminando la lunga alleanza tra PLD e Komeito, organizzazione politica vicina alla scuola buddista Soka Gakkai, e costringendo Takaichi a ricercare il supporto del Partito dell’Innovazione del Giappone come appoggio esterno al suo governo. Pertanto, riconquistare la fiducia di cittadini ed elettori sarà tema chiave per le prossime azioni nel campo delle politiche domestiche, in particolar modo sugli alti costi della spesa sanitaria causati dal calo demografico e dall’inflazione.
Per la politica estera, Takaichi prosegue nel solco di Abe, promuovendo un maggior ruolo del Giappone a livello internazionale e affrontando con decisione le sfide regionali, dal nucleare nordcoreano alle tensioni tra Stati Uniti e Cina. Riguardo quest’ultima, e in particolare su Taiwan, la premier ha recentemente dichiarato che, in caso di invasione cinese, il Giappone dovrebbe intervenire a protezione dell’isola, segnalando così il superamento della postura finora cauta di Tokyo sul tema e allineandosi più strettamente agli Stati Uniti con un approccio risoluto nei confronti di Pechino. Immediata la reazione cinese, con la sospensione delle importazioni di prodotti ittici giapponesi, la cancellazione di numerosi voli turistici verso Tokyo e l’intensificazione dei pattugliamenti della marina nelle acque attorno alle Senkaku/Diaoyu. Sviluppi che stanno trasformando l’attuale fase in una delle crisi più rilevanti tra i due Paesi, con segnali di ulteriore peggioramento.
Di segno opposto il rapporto con Washington: Takaichi ha promosso una cooperazione più attiva tra i due Paesi, in particolare sulle terre rare e investimenti nei settori dell’energia e dell’IA, come peraltro ben definito nello United States-Japan Framework firmato a fine ottobre e considerati terreni di sfida su cui la Repubblica Popolare Cinese sta investendo.
In ottica regionale, oltre a prevedere un aumento della spesa militare fino al 2% del PIL, la premier riprenderà verosimilmente la strategia del Free and Open Indo-Pacific (FOIP), volta a stabilizzare l’ordine e la libertà marittime, migliorando al contempo la cooperazione con i partner del Dialogo quadrilaterale di sicurezza (QUAD) e con la Corea del Sud, soprattutto sotto il profilo della sicurezza collettiva derivante dall’accordo di Camp David del 2023. Sul fronte europeo, invece, la premier prosegue nel rafforzamento dei legami con la NATO. Già a settembre, alcuni caccia F-15 giapponesi, con personale al seguito, hanno visitato basi militari negli Stati Uniti, in Canada, in Germania e nel Regno Unito. Ancora circoscritti invece i contatti tra il Kantei e la Commissione Europea, al di là di iniziali ma positive dichiarazioni su cooperazione e sicurezza economica. Situazione analoga per l’Italia, anche se è lecito attendersi novità nel dialogo tra i due paesi verso il 2026, in occasione dei 160 anni dall’instaurazione delle relazioni diplomatiche tra Roma e Tokyo.
Nel suo complesso, Takaichi sta operando attraverso la cornice dello “Strong Japan” ideato da Abe, costruendo maggiore interoperabilità con gli alleati nell’ambito della sicurezza regionale e adottando approcci più assertivi qualora gli avvenimenti o gli interessi nazionali lo richiedano.
Infine, sul lato economico e, più in particolare, riguardo alle catene di approvvigionamento, Takaichi, nel suo primo discorso tenutosi a ottobre, ha tracciato una linea di governo mirante all’autosufficienza nazionale: meno dipendenza dall’estero, più controllo sulle risorse, sui dati e sulle infrastrutture. L’idea sarebbe quella di realizzare un modello di “democrazia industriale sovrana”, che mantenga al contempo proficui rapporti strategici non solo con gli Stati Uniti ma anche con la Corea del Sud, Taiwan e i paesi membri dell’APEC, come testimoniato dalla partecipazione della premier giapponese all’annuale vertice della Cooperazione Economica Asia-Pacifico.
Compiti tutt’altro che semplici attendono la nuova inquilina del Kantei. Starà a lei decidere se portare avanti le sue promesse più radicali – già in parte ammorbidite durante le presidenziali di partito – oppure scegliere la via di un maggiore pragmatismo. I futuri dibattiti parlamentari previsti per il 2026 chiariranno quanto di ciò che la nuova premier propone sarà non solo un successo, ma quantomeno realizzabile. Una cosa, però, sembra certa: il Giappone sta navigando in acque burrascose. Resta da vedere se Sanae Takaichi saprà guidare il Paese verso lidi più stabili e sicuri.

