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TematicheCina e Indo-PacificoGli interessi dell’Oman nel conflitto yemenita

Gli interessi dell’Oman nel conflitto yemenita

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Lo Yemen dal 2014 è teatro di un sanguinoso conflitto che è nato come civile ma ha ben presto assunto i connotati classici di una proxy war. Nel corso degli anni sono intervenuti in maniera diretta o indiretta numerosi attori regionali e globali, i quali hanno contribuito ad una massiccia militarizzazione del Paese. La situazione che si presenta allo stato attuale non permette di intravedere una facile risoluzione pacifica, tantomeno militare con la vittoria sul campo di una fazione sull’altra. 

Sebbene siano ormai due potenze regionali come Arabia Saudita e Iran (seppur indirettamente) a muovere i fili del conflitto yemenita con gli Stati Uniti attenti osservatori, anche altri attori secondari hanno interessi in gioco. Tra questi si evidenzia il vicino Oman; la guerra alle porte del Sultanato minaccia inevitabilmente l’integrità territoriale e sociale del Paese, ma Mascate guarda anche ai propri interessi strategici al di là del confine che lo separa dallo Yemen. 

Tutto ruota intorno ad al-Mahra

Al-Mahra è un governatorato yemenita nella parte orientale del Paese che comprende tutti i 294 km di confine con l’Oman. La peculiarità di questa regione nel contesto nazionale yemenita è data dal background storico e culturale che ne ha profondamente ostacolato l’integrazione con il resto del Paese. Al-Mahra è infatti più affine al limitrofo governatorato omanita del Dhofar, con il quale costituisce una sorta di ecosistema diviso solo formalmente dal confine tra Yemen e Oman. Infatti, oltre ad alcuni tratti storici e sociali, come la natura prevalentemente tribale della società locale, i due governatorati condividono anche un diffuso dialetto sudarabico, il mehri.

La regione di al-Mahra, insieme all’isola di Socotra, ha costituito nel corso della storia una realtà a sé stante racchiusa nel pluricentenario Sultanato Mahra di Qishn e Socotra, divenuto un protettorato britannico nel 1886 e, successivamente, inserito all’interno del Protettorato di Aden.  La guerriglia scatenata nel corso degli anni Sessanta da due fronti indipendentisti rivali, il Fronte di Liberazione Nazionale di ispirazione marxista e il Fronte per la Liberazione dello Yemen del Sud Occupato (rispettivamente NLF e FLOSY), costrinse i britannici ad abbandonare il territorio nel 1967; contestualmente, l’NFL prese il controllo della regione a scapito del FLOSY e costituì la Repubblica Popolare dello Yemen Meridionale, ribattezzata tre anni dopo  Repubblica Democratica Popolare dello Yemen, un regime marxista sostenuto dall’URSS. I dialoghi per l’unificazione tra lo Yemen del Nord (la Repubblica Araba dello Yemen, riconosciuta nel 1970 dall’Arabia Saudita dopo la fine della guerra fredda araba) e lo Yemen del Sud si aprirono nel corso degli anni Settanta, ma solo nel 1990 si concretizzò l’impopolare annessione. 

All’interno della ramificazione amministrativa yemenita in 21 governatorati, quello di al-Mahra ha goduto di una sorta di autogoverno gestito dalle tribù locali con il consenso del governo centrale di Sana’a per allentare le istanze separatiste della parte orientale del Paese, ovvero ciò che un tempo era lo Yemen del Sud prima dell’artificiosa unificazione. Questo squilibrio cronico nell’integrazione nazionale è quindi frutto del processo storico che ha portato alla nascita dello Yemen contemporaneo e, in seconda analisi, causa ancestrale del conflitto che ha stravolto i fragili equilibri interni dilaniando il Paese. 

Il conflitto nel conflitto

Il complesso quadro bellico che si è configurato a partire dal 2014, ma che affonda le radici nel secolo scorso, offre diversi livelli di analisi. Lo scenario di al-Mahra è infatti solo uno dei teatri del più generale conflitto yemenita. Nei primi anni dallo scoppio della guerra, la regione è stata risparmiata dai combattimenti, in virtù della sua propensione economica, storica e culturale più tendente ad Est che verso Sana’a. Tuttavia, a partire dal 2017 è diventata la cornice di una nuova guerra per procura nel Golfo tra la coalizione a guida saudita (con disimpegno militare graduale degli EAU annunciato nel 2019) e alcune tribù locali incoraggiate dall’Oman, con l’Iran sempre dietro le quinte. 

Nelle intenzioni di Riad è chiara la volontà di sconfiggere i ribelli Houthi per sedare il conflitto sul proprio cortile di casa, sfruttando lo scenario bellico per aumentare la presenza nello Yemen. Al-Mahra rappresenta in quest’ottica una regione strategica per realizzare un corridoio energetico che colleghi l’Arabia Saudita alle coste meridionali della penisola bypassando lo Stretto di Hormuz controllato da Teheran, nemico esistenziale. Inoltre, i sauditi vogliono anche impedire il contrabbando di armi iraniane destinante ai ribelli che transitano via terra e via mare proprio attraverso le regioni orientali dello Yemen. 

L’intervento saudita in al-Mahra è iniziato verso la fine del 2017 con la presa delle principali infrastrutture locali (due porti e l’aeroporto della capitale al-Ghaydah), trasformate in quartier generali per i militari sauditi. Nello stesso anno Riad ha inoltre rimpiazzato il Governatore di al-Mahra con il filo-saudita Rajeh Said Bakrit tramite atto del Presidente Hadi, riconosciuto dalla comunità internazionale e sostenuto dalla coalizione araba. 

La profondità strategica di Mascate in al-Mahra

La prossimità geografica e antropologica con l’Oman rende la regione di al-Mahra la «prima linea di difesa» per la sicurezza nazionale del Sultanato, che nel corso degli ultimi decenni ha proiettato la propria influenza oltreconfine. Mascate ha aperto le porte agli abitanti di al-Mahra attraverso procedure semplificate di concessione della cittadinanza omanita in particolare dopo la stipula nel 1992 di un border agreement con lo Yemen, che ha delimitato permanentemente il confine tra i due Paesi. Inoltre, ha provveduto a rendere la regione economicamente dipendente dai mercati dell’Oman per cibo e carburante, fornendo aiuti umanitari dopo che la guerra raggiunse al-Mahra. In cambio, le tribù locali che governavano de facto il governatorato garantivano a Mascate un delicato equilibrio, quasi totalmente impermeabile alla dottrina jihadista che faticava ad attecchire tra la popolazione locale. L’avvento della proxy war ha però stravolto lo status quo. A trarre vantaggio da questa situazione sono stati i miliziani di Al Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP); per via della loro ostilità verso i ribelli sciiti Houthi, si sono rivelati uno strumento utile alla coalizione araba che, secondo un’inchiesta di The Associated Press del 2018, avrebbe stretto accordi segreti con l’AQAP.

La presenza saudita in al-Mahra è percepita come una minaccia dal Sultanato, poiché potrebbe vedersi estromesso dall’adiacente zona cuscinetto che ha storicamente garantito la sicurezza del suo confine occidentale e la possibilità di sfruttarne le risorse. Mascate ha iniziato a prendere le contromisure per ostacolare le mire saudite, ma i rapporti di forza con Riad e Abu Dhabi (gli EAU continuano ad esercitare una certa influenza indiretta) impongono all’Oman di muoversi con cautela escludendo a priori uno scontro frontale che non sarebbe sostenibile per il Sultanato, anche in virtù del suo tradizionale neutralismo. Mascate ha individuato nelle tribù locali di al-Mahra le pedine attraverso le quali provare a contenere i sauditi per mantenere la propria profondità strategica in Yemen senza esporsi eccessivamente. Il Sultanato supporta logisticamente e finanzia le proteste dei locali che si oppongono all’occupazione saudita. La soluzione migliore per l’Oman è chiaramente la risoluzione pacifica del conflitto, per la quale si è più volte proposto come mediatore, senza un suo intervento diretto. Uno Yemen stabile e sovrano rallenterebbe la strategia di Riad in al-Mahra, rendendo di difficile giustificazione la presenza militare saudita nella regione. Allo stato attuale, però, questa ipotesi sembra ancora troppo lontana. Le redini del gioco geopolitico restano all’Arabia Saudita in virtù dei rapporti di forza, ma ci si interroga se l’Oman continuerà a mantenere questa posizione non-interventista o se abbandonerà la propria comfort zone da “Svizzera del Medio Oriente” per intervenire concretamente a difesa dei propri interessi nazionali in Yemen, anche se ciò significherebbe fornire un assist involontario ai ribelli Houthi.

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