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06/07/2026
Europa, Interviste, Relazioni Internazionali

Gli studenti stanno cambiando la Serbia? Il Rettore, Prof. Vladan Đokić sul nuovo attore politico emergente

di Goran Lošić

Dalla tragedia di Novi Sad alla nascita di un nuovo attore politico: il Rettore dell’Università di Belgrado, Vladan Đokić, racconta come il movimento studentesco stia trasformando la Serbia, tra richieste di democrazia, lotta alla corruzione e difesa delle istituzioni.

Intervista realizzata e tradotta dal serbo da Goran Lošić

  1. Come spiegherebbe al pubblico italiano che cosa rende le proteste studentesche in Serbia diverse dalle precedenti ondate di protesta degli ultimi trent’anni?

La forza principale di queste proteste è il movimento studentesco, che nel tempo ha ottenuto un ampio sostegno da parte della società. La causa che ha dato origine alle proteste è stata la morte di 16 persone a Novi Sad, dove il crollo della pensilina della stazione ferroviaria, causato da negligenze e corruzione, ha provocato una tragedia per la quale nessuno è stato ancora condannato. L’arroganza dimostrata dalle autorità ha ulteriormente esasperato i cittadini, spingendoli a unirsi agli studenti.

Nel frattempo, i cittadini si sono organizzati in assemblee locali e, con il sostegno degli attivisti sul territorio, hanno portato nuova energia sulla scena politica serba. Le richieste degli studenti non mirano a rovesciare, bensì a ricostruire le istituzioni democratiche del Paese, che hanno ormai perso ogni credibilità in un contesto caratterizzato da una deriva autoritaria.

La vera novità di questa mobilitazione è che, per la prima volta, il principale motore della protesta non sono i partiti di opposizione, come era avvenuto nelle precedenti ondate di proteste degli ultimi trent’anni. I partiti tradizionali sono oggi percepiti come inefficaci, divisi e privi di una chiara visione politica, mentre il movimento studentesco ha dimostrato di saper unire sensibilità e idee diverse attorno a un obiettivo comune: costruire una società migliore.

  1. Si tratta soprattutto di un movimento sociale, morale o politico?

Questo movimento affonda le sue radici nelle diverse mobilitazioni civiche degli anni precedenti: nelle proteste contro la corruzione, la violenza e nella lotta per la libertà dei media. Nel corso dell’ultimo anno e mezzo, il movimento studentesco è riuscito ad articolare con chiarezza i propri obiettivi e a trasformarsi da una protesta prevalentemente morale in un vero e proprio movimento sociale.

Con l’acuirsi delle tensioni tra il governo e i suoi oppositori, e di fronte alla sostanziale mancanza di volontà da parte delle autorità di accogliere le richieste iniziali degli studenti, il movimento ha progressivamente assunto anche una dimensione politica. Un anno fa gli studenti hanno infatti chiesto le elezioni parlamentari anticipate.

Poiché sono stati proprio gli studenti a guidare le proteste e a costruire un obiettivo comune insieme ai cittadini, il movimento è diventato una forza politica di grande rilievo. Per questo si può affermare che il movimento studentesco si è evoluto: da movimento sociale è diventato anche un movimento politico.

  1. In che misura gli studenti rappresentano oggi la voce della loro generazione e in che misura esprimono un più ampio malcontento sociale?

Il movimento studentesco è nato inizialmente attraverso l’organizzazione dei plenumi nelle facoltà e successivamente con le occupazioni universitarie, come risposta alle violenze esercitate dalle autorità contro i partecipanti a proteste pacifiche. Agli studenti si è unita l’intera comunità accademica: professori, presidi e, nel mio caso, come rettore della più grande università della Serbia, anche la mia adesione.

È importante ricordare che a queste proteste hanno preceduto mesi di mobilitazioni da parte degli insegnanti, degli agricoltori e degli avvocati, creando una sorta di sinergia tra diversi gruppi sociali insoddisfatti e gli studenti. Le autorità hanno ulteriormente alimentato la protesta prendendo di mira gli studenti e definendoli terroristi, agenti stranieri e traditori.

La particolarità di queste proteste è l’uso del processo decisionale democratico diretto attraverso i plenumi nelle facoltà, dove ogni studente può esprimere la propria opinione, mentre le decisioni finali vengono prese a maggioranza, secondo un modello che richiama la democrazia diretta dell’antica Grecia. In questo modo gli studenti hanno dimostrato di essere in grado di definire le questioni nazionali più importanti, al di là delle differenze ideologiche.

Questo, finora, non è stato possibile né per il governo né per l’opposizione. La nuova qualità di questa organizzazione è l’assenza di una leadership tradizionale e la capacità di prendere decisioni in modo collettivo.

  1. Come vede il ruolo e le responsabilità dell’Università di Belgrado durante un periodo di forti tensioni sociali e politiche?

L’Università è un luogo di confronto tra idee e posizioni diverse e, in questo senso, è stato naturale che essa si assumesse il compito di proteggere i propri membri accademici, che rappresentano il futuro della Serbia. Sottolineo che le proteste studentesche sono state pacifiche e accompagnate da richieste molto concrete, legate allo stato di diritto, alla lotta alla corruzione e al rafforzamento delle istituzioni. L’Università stessa è una delle istituzioni più importanti del nostro Paese.

Sono orgoglioso dei miei colleghi e delle mie colleghe, degli studenti e dei loro docenti che hanno difeso le libertà democratiche e accademiche. Le autorità hanno notato la forza del movimento studentesco e da qui derivano le violenze e le forti pressioni a cui l’Università è stata sottoposta. Nonostante tutti gli attacchi quotidiani, possiamo affermare con certezza di aver preservato la reputazione e la fiducia nell’Università.

  1. Dove vede il confine tra autonomia universitaria e impegno politico degli studenti?

Il compito di ogni intellettuale è quello di riflettere criticamente sulla società in cui vive. Purtroppo, in Serbia, le autorità interpretano questo atteggiamento come un attacco allo Stato. Da qui derivano licenziamenti di colleghi, campagne dei media di delegittimazione e l’etichettatura degli studenti come fascisti.

Le autorità hanno persino tentato di creare istituzioni studentesche parallele, con l’intento di simulare l’esistenza di un ampio numero di studenti contrari alle proteste. L’intervento della polizia nell’edificio del Rettorato, con motivazioni poco chiare se non quella di dimostrare forza e creare una sorta di crisi degli ostaggi, ha ulteriormente aumentato le tensioni.

In una società in cui i diritti umani vengono violati e le istituzioni indebolite, ogni forma di critica viene percepita dal potere come una minaccia allo Stato. Per questo motivo, il mio ruolo di rettore lo interpreto come una difesa dell’autonomia universitaria e del diritto alla libertà di pensiero ed espressione. La ricerca scientifica non può esistere senza queste condizioni.

Ho voluto proteggere studenti e colleghi dalla violenza a cui sono stati esposti, anche a costo di essere personalmente bersagliato e costantemente insultato nei media controllati dal governo.

  1. Tra gli studenti vede il potenziale per la nascita di una nuova élite politica in Serbia?

Questo movimento è anti-elitario e anti-leaderistico, e non ha come obiettivo la sostituzione di un leader con un altro. Solo quando verranno indette le elezioni sarà possibile rendere noti i candidati della cosiddetta “lista studentesca”, che ha già partecipato con successo alle elezioni locali in diverse città e municipalità della Serbia, dimostrandosi l’alternativa più seria alla coalizione al potere.

Non vi è dubbio che il movimento studentesco sarà uno dei principali portatori del cambiamento democratico. L’obiettivo di questo movimento non è soltanto il cambio del governo, ma un processo molto più lungo di ricostruzione delle istituzioni democratiche. È comunque certo che alcuni studenti sceglieranno di impegnarsi in politica in futuro.

  1. Cosa dovrebbe comprendere meglio l’opinione pubblica europea sulla Serbia e sui suoi studenti?

La Serbia è parte dell’Europa, e gli studenti ne rappresentano la componente più preziosa e il futuro. La loro lotta è una lotta per una società più giusta, per la democrazia, contro la corruzione, la criminalità, l’autoritarismo, la repressione dei media e la violazione dei diritti umani. Sono convinto che questi siano valori che ogni cittadino dell’Unione Europea può comprendere. Non vogliamo che i giovani lascino la Serbia, ma che, costruendo una società più giusta e responsabile, possano vedere il loro futuro qui. Non sarà un percorso semplice, ma credo sia l’unico corretto.

La Serbia, nel passato, ha affrontato molte sfide: ricordo le guerre e la dissoluzione dell’ex Jugoslavia, la guerra in Kosovo e i bombardamenti avvenuti senza l’approvazione delle Nazioni Unite. Oggi siamo in una situazione di stallo, ed è tempo di andare avanti. I cittadini vedono proprio nel movimento studentesco la forza che può farci progredire.

  1. Qual è il rapporto del movimento studentesco con l’Unione Europea?

Durante le proteste dello scorso anno, gli studenti hanno più volte presentato le loro richieste alle istituzioni dell’UE. Per giorni hanno pedalato fino a Strasburgo e hanno marciato fino a Bruxelles. In un viaggio lungo quasi 2.000 chilometri hanno voluto attirare l’attenzione delle istituzioni europee sulla crisi politica in Serbia e rendere omaggio alle vittime di Novi Sad. Allo stesso modo hanno attraversato tutta la Serbia, portando direttamente ai cittadini le proprie idee. Sono state immagini molto toccanti.

D’altra parte, l’UE o alcuni suoi Stati membri, per diversi interessi, sono stati talvolta disposti a chiudere un occhio sulle violazioni dei diritti umani, sulle violenze contro studenti e cittadini e sulla repressione dei media da parte delle autorità serbe. Un’ambivalenza simile dell’UE si è vista anche durante le proteste dei cittadini contro l’estrazione del litio. Tuttavia, è chiaro che le richieste degli studenti sono pienamente in linea con i valori dell’UE, come hanno sottolineato anche i più alti funzionari europei. La loro lotta è una lotta autentica per i valori europei, e spetta ora all’UE decidere se sostenerla.

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