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03/07/2026
Europa, Geoeconomia ed Innovazione, Italia ed Europa

L’Europa ha bisogno di una riforma dei mercati finanziari

di Lorenzo Rossi

Il 15 luglio la Commissione presenterà una relazione per lanciare una riforma del sistema bancario e finanziario europeo. Il mercato dei capitali, nonostante decenni di integrazione economica, rimane frammentato e sottosviluppato rispetto a quello di altre economie, in primis quella statunitense. Tale limite è alla radice del sottodimensionamento di banche e imprese europee. L’abbattimento delle barriere si pone, dunque, come un imperativo per stimolare la crescita e ridurre il ricorso a capitali esteri.

Il mercato unico europeo, pur essendo formalmente compiuto da oltre trent’anni, resta frammentato proprio nei settori dove l’integrazione produrrebbe i maggiori benefici in termini di crescita, quelli bancario e finanziario. Non si tratta di barriere fisiche o daziarie, bensì formali, che si annidano in tre ambiti normativi che la stessa Commissione individua come i più critici: la vigilanza, la tassazione e le normative in materia di insolvenza, ostacoli descritti come profondamente radicati in usanze e tradizioni giuridiche nazionali, e perciò difficili da scalfire. A ciò si aggiungono le divergenze nel diritto societario e nel trattamento fiscale di dividendi e plusvalenze. È proprio questa somma di barriere a frenare la crescita delle banche e delle imprese europee, pesando sulla competitività dell’Unione nel suo complesso. 

Una zavorra che pesa su integrazione e competitività

La frammentazione del mercato è una delle principali cause che frenano la competitività dell’economia europea. Il dibattito era stato lanciato dopo l’inizio delle tensioni commerciali con gli USA e ripreso durante il lancio del piano One Europe, One Market lo scorso marzo: l’integrazione economica dei Paesi dell’Unione Europea è, infatti, lontana dal potersi dire completa. 

La presenza di barriere formali non-tariffarie colpisce non solo il settore manifatturiero, ma in misura ancora più rilevante il settore dei servizi, che comprende anche il mercato dei capitali. Il Regional Economic Outlook 2024 del Fondo Monetario Internazionale (FMI), sottolinea come i “dazi invisibili” nel settore terziario ammonterebbero al 110%

Le conseguenze sul piano economico e dell’integrazione sono notevoli. Le banche europee, impossibilitate a operare in modo omogeneo nei ventisette mercati nazionali, restano sottodimensionate rispetto ai colossi statunitensi, mentre le imprese, in particolare le startup e le PMI innovative, che costituiscono la base del tessuto produttivo continentale, continuano a dipendere dal credito bancario tradizionale in assenza di un mercato dei capitali sufficientemente sviluppato. Il paradosso più evidente riguarda il risparmio privato: circa 10.000 miliardi di euro di risparmi nell’UE sono detenuti sotto forma di depositi bancari invece di essere investiti nei mercati dei capitali. Si tratta di una sproporzione strutturale: soltanto il 30% dei risparmi europei viene effettivamente investito nei mercati dei capitali, contro il 70% che resta immobilizzato nei conti correnti, una situazione diametralmente opposta a quella statunitense. A ciò si aggiunge un’emorragia di capitali verso l’estero: ogni anno circa 300 miliardi di euro di risparmi europei vengono investiti in mercati al di fuori dell’UE, segno della mancanza di canali di investimento produttivo competitivi sul mercato interno. 

Un mercato dei capitali integrato e competitivo rimane una delle chiavi di volta dell’Autonomia Strategica Europea (ASE) nel dominio economico. Secondo le stime di Mario Draghi nell’omonimo Rapporto sulla Competitività del 2024, l’Unione Europea avrà bisogno di investimenti pari a 800 miliardi di euro all’anno, cifra che sale a 1.400 miliardi secondo uno studio commissionato dalla Federazione Bancaria Europea. Tali esigenze si spiegano con la necessità di dare slancio a settori chiave come transizione energetica, difesa e altri settori strategici. 

Semplificazione, non deregolamentazione

Come si è visto, la frammentazione del mercato dei capitali è un grosso limite per la competitività europea: tuttavia, non è la regolamentazione eccessiva a frenare le banche, ma la presenza di normative talvolta disomogenee tra gli Stati membri, che impedisce di fatto a un istituto di operare allo stesso modo nei vari mercati nazionali. Per far fronte a questo problema, le istituzioni non puntano però sulla deregulation in senso stretto, bensì sulla “semplificazione senza deregolamentazione”. In poche parole, anziché deregolamentare e attenuare i requisiti patrimoniali, l’Unione Europea punta ad armonizzare le normative nazionali.

La relazione che la Commissione presenterà il 15 luglio va letta proprio in questa cornice: getta le basi per una riforma più ampia del settore bancario attesa per il 2027, indicando come priorità il completamento del mercato unico bancario, l’adozione di standard uniformi e la semplificazione delle normative, lasciando invariati i livelli di capitale e liquidità richiesti agli istituti. È la conferma, sul piano concreto, che la strada intrapresa da Bruxelles non è quella di un’Europa più lassista, ma di un’Europa più integrata.

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