Le materie prime critiche sono elementi e minerali (tra cui le 17 terre rare) considerati di vitale importanza per l’economia globale ma caratterizzati da un elevato rischio di fornitura. Grazie a proprietà ottiche, magnetiche e conduttive uniche, sono insostituibili per la produzione di tecnologie come semiconduttori, pannelli solari, turbine eoliche, batterie e per l’industria della difesa in quanto elementi chiave per la realizzazione di radar, super-computer e sistemi di guida missilistica. Dagli anni ‘80, la Cina ha attuato un sistema di pianificazione industriale che le ha conferito un primato mondiale non solo nell’estrazione, ma anche nei processi di raffinazione e nei brevetti. In un sistema internazionale polarizzato, il primato cinese si manifesta come una leva di pressione in grado di minacciare la sicurezza economica, tecnologica e militare dell’Occidente.
Consapevole della sua dipendenza totale dalle importazioni cinesi in questo settore, l’Unione Europea ha compreso la necessità di diversificare i suoi fornitori.
Per tale ragione, l’Europa sta tentando di passare da una logica di puro libero mercato a una visione più strategica del settore per ridurre la dipendenza da Pechino, fissando i nuovi target principali della prossima azione politica europea, dall’estrazione interna al riciclo dei materiali fino a partnership con paesi terzi, nel tentativo di ridefinire la resilienza del Vecchio Continente.
Il dominio della Repubblica Popolare Cinese
Il monopolio di fatto esercitato da Pechino affonda le sue radici su una oggettiva superiorità geologica. Secondo la U.S. Geological Survey, la Cina possiede 44 milioni di tonnellate di riserve di terre rare, circa un terzo del totale mondiale, oltre a una produzione annua nel 2025 di circa 270 mila tonnellate, per la maggior parte provenienti dall’enorme miniera di Bayan Obo nella Mongolia Interna, contro le 51 mila tonnellate statunitensi e su un totale di 390 mila tonnellate globali.
La grande assente è l’Europa che si affida alle importazioni esterne per sopperire alla mancanza di giacimenti rilevanti.
Tuttavia, alla fortuna mineraria è da associare una mirata strategia industriale iniziata dagli anni ‘80 con il Presidente Deng Xiaoping che ha portato la Cina a dominare anche il settore della raffinazione chimica di questi elementi, trasformando un vantaggio geografico in un controllo totale sulla filiera.
La potenza sinica controlla oltre l’85% dei processi chimici globali in questo settore grazie ad alcuni precisi fattori:
- In Cina, ogni anno si laureano circa 4 milioni di giovani in materie STEM (Sciences, Technologies, Engineering and Mathematics) fortemente indirizzati verso le industrie nazionali che garantiscono un continuo ricambio generazionale. Negli Usa invece, i laureati STEM sono circa 800 mila (di cui molti stranieri) mentre l’UE si attesta sui 300 mila laureati.
- Secondo l’ultimo report del WIPO riferito al 2025, la Cina ha registrato un aumento del 5,3% nelle domande di brevetto internazionale in un anno, raggiungendo 73.718 nuovi depositi. Gli Usa invece sono scesi del 3% (quarto anno di discesa) arrivando a 52.617 richieste. La prima nazione europea è la Germania con 16.441 nuovi brevetti.
- A partire dagli anni ‘80 e ‘90, la Repubblica Popolare Cinese ha sostenuto il settore con ingenti incentivi statali che coprivano fino al 40% delle spese sostenute dalle aziende specializzate e una politica di sconti fiscali sulle esportazioni. Insieme a una manodopera a basso costo estandard ambientali e di sicurezza minimi, la strategia cinese fu quella di immettere nel mercato i suoi prodotti a prezzi stracciati (dumping) in modo tale da rendere l’estrazione e la raffinazione antieconomica in tutto il mondo, azzerando la concorrenza, ad esempio,della miniera statunitense Mountain Pass (California), a oggi partecipata da capitali cinesi. L’UE invece deve confrontarsi con rigide normative ambientali e la resistenza delle comunità locali.
- Appurato il valore strategico, all’inizio degli anni ‘90 Pechino classificò le terre rare come risorse minerarie protette e di massima rilevanza per il paese, vietando l’arrivo di capitali esteri nelle imprese e nelle miniere cinesi.
Perciò, il Partito Comunista Cinese ha estromesso i mercati internazionali, centralizzando l’intera filiera nazionale in due mega conglomerati sotto stretto controllo statale: il China Northern Rare Earth Group (per le terre rare leggere) e il China Rare Earth Group (per le terre rare pesanti), i quali adempiono alle richieste del Governo.
Le ritorsioni asimmetriche di Pechino
Dominare i nodi nevralgici della raffinazione e controllare le principali aziende nazionali permette alla Cina di “chiudere i rubinetti” dei rifornimenti globali, colpendo i settori tecnologici e della difesa occidentali in modo tale da preservare o imporre i propri interessi minacciando quelli degli altri.
Questa arma di ricatto geopolitico è ampiamente documentata da alcuni precedenti storici.
Nel 2010, a seguito dell’arresto di un capitano di un peschereccio cinese da parte della guarda costiera giapponese nei pressi delle contese isole Senkaku-Diaoyu (Mar Cinese Orientale), la Cina interruppe le esportazioni di minerali e terre rare verso il Giappone il quale dipendeva da Pechino per il 90% del proprio import. Il blocco favorì il trasferimento in Cina di aziende giapponesi leader nel settore della raffinazione.
Per Usa e Unione Europea invece, il settore automotive (particolarmente attivo) è strettamente connesso alle importazioni di magneti al neodimio, fondamentali sia per i motori elettrici sia per componenti chiave come trasmissioni e sensori.
La Cina controlla circa il 90% del mercato dei magneti.
Nel 2024 ad esempio, le industri cinesi hanno esportato oltre 58 mila tonnellate di magneti di terre rare, di cui oltre il 50% diretti verso Stati Uniti e UE.
A causa delle continue tensioni internazionali tra Occidente e Oriente, il Governo cinese decise di ritardare le consegne di magneti alle aziende occidentali.
L’effetto globale fu immediato: Ford annunciò di aver sospeso per una settimana la produzione di alcuni modelli presso la stabilimento di Chicago mentre anche le giapponesi Nissan e Suzuki fronteggiarono conseguenze rilevanti per la loro produzione.
In Europa invece, l’Associazione Europea dei Fornitori Automobilistici sottolineò le considerevoli conseguenze per le supply chain europee e riconobbe la stretta dipendenza europea dalle importazioni cinesi, auspicando un settore meno dipendente dalla Cina e dalle terre rare.
L’associazione ha inoltre evidenziato che, nel periodo 2021-2026, gli investimenti delle aziende fornitrici cinesi hanno superato quelli dei fornitori europei del 57%.
La risposta dell’Unione Europea: il Critical Raw Materials Act
Con l’obiettivo di limitare l’esposizione dell’intero continente europeo a shock approvvigionativi legati alle risorse minerarie provenienti da Pechino o da altri Stati, nel 2024 è entrato in vigore il Critical Raw Materials Act.
L’Atto categorizza 34 materie prime critiche definite tali attraverso due criteri: elevata importanza economica e rischio di fornitura dovuto alla dipendenza da paesi terzi.
All’interno di questa classe, l’UE ha isolato un sottogruppo di 17 materie prime strategiche, ovvero elementi che registrano una notevole discrepanza tra la domanda futura prevista e l’offerta globale, oltre ad essere indispensabili per tre settori chiave: transizione green, transizione digitale (microchip), settore aerospazio e difesa.
In questa classificazione sono presenti tutte le 17 terre rare: 6 come strategiche (come neodimio e disprosio) e 11 come critiche, ripartite in terre rare leggere (come lantanio e cerio) e pesanti (come ittrio).
Queste materie prime critiche sono principalmente importate da paesi extra-UE e, per alcune di esse, l’Europa dipende quasi esclusivamente da un solo Stato: dalla Turchia per il boro, dal Sudafrica per il platino, dalla Cina per tutte le terre rare pesanti.
Dunque, il regolamento europeo fissa precisi target vincolanti da raggiungere entro il 2030 con lo scopo di favorire una strategia di de-risking e un’autonomia strategica per preservare le catene di approvvigionamento europee per quanto riguarda le 17 materie prime strategiche.
I target stabiliti sono: estrazione, almeno il 10% del consumo annuo dell’UE deve essere estratto all’interno del territorio europeo; lavorazione, almeno il 40% del consumo annuo europeo deve essere lavorato e raffinato all’interno dell’UE; riciclo, almeno il 25% del consumo annuale europeo deve provenire da riciclaggio interno; diversificazione, non più del 65% del consumo annuo europeo di ciascuna materia prima strategica, in qualsiasi fase, può provenire dallo stesso partner.
Per conseguire i suoi obiettivi, l’UE ha approvato numerosi progetti come il piano d’azione RESourceEu, il quale introduce un centro europeo per le materie prime critiche, un approccio coordinato per l’acquisto e lo stoccaggio delle materie prime, oltre a favorire ingenti investimenti come quello da oltre 2 miliardi di euro nel Corridoio di Lobito in Africa.
Grazie a questi sviluppi, l’Unione Europea prevede che la propria dipendenza da un solo fornitore per l’estrazione di terre rare scenderà dal 95% al 42%.
Mentre alcuni progetti investono in tecnologie in grado di sostituire l’uso delle terre rare nella produzioni di magneti ad alte prestazioni, la dipendenza dal gallio potrebbe passare dal 71% al 17%, con una indipendenza totale nelle forniture di germanio entro il 2030.
Tuttavia, emergono anche alcune criticità.
La più allarmante arriva direttamente dalla Corte dei Conti Europea la quale, nella sua Relazione Speciale 04/2026, sottolinea che l’obiettivo di diversificazione delle importazioni non ha ottenuto risultati tangibili e che molti progetti sono ostacolati da strozzature che ne impediscono l’applicazione.
La relazione evidenzia come alcuni dati commerciali della Commissione Europea (che si riflettono sul Critical Raw Materials Act) siano incompleti e privi di una metodologia idonea per stilare gli elenchi dei materiali critici.
La realtà industriale a cui l’UE aspira è fortemente contrastata da problemi di natura burocratica, giuridica e finanziaria, i quali rischiano concretamente di posticipare gli obiettivi fissati al 2030, mentre non sono ancora chiari i vantaggi generati dalle nuove collaborazioni con paesi terzi.
Ad esempio, delle 26 materie prime critiche relative alla transizione energetica, per 10 di essi l’UE dipende ancora al 100% dalle importazioni da paesi terzi, mentre gli altri hanno comunque valori compresi tra 41% e 99%, fatta eccezione per lo stronzio proveniente dalla Spagna.
Inoltre, 10 di esse non sono riciclate affatto, mentre 7 hanno un tasso di riciclaggio compreso tra 1% e 5%.
Pertanto, la Corte raccomanda alla Commissione di valutare attentamente le partnership commerciali europee e di presentare, entro il 2027, nuove linee guida per sbloccare finanziamenti privati e snellire la legislazione sulla circolazione dei rifiuti tecnologici in modo tale da massimizzare il potenziale di riciclaggio europeo.

