Quello che accade in Sudan riguarda un’area geografica chiave per le dinamiche di sicurezza del Mar Rosso, del Golfo e del Corno d’Africa, eppure l’attenzione dei media internazionali è orientata verso altre crisi regionali. A oltre tre anni dall’inizio del conflitto, la guerra tra SAF e RSF ha smesso di essere soltanto una crisi interna. Il sostegno militare esterno determina l’andamento sul terreno e la frattura tra Riyadh e Abu Dhabi ha svuotato ogni iniziativa di mediazione. Interrompere questa dinamica richiede di spostare il controllo del processo di pace fuori dal Quad, per rendere più costoso il sostegno ai belligeranti e fare di una transizione a guida civile l’unica soluzione riconosciuta a livello internazionale.
Le difficoltà della diplomazia internazionale emergono chiaramente dagli sviluppi di settembre.
L’11 settembre il Consiglio di Sicurezza ha prorogato di un mese le sanzioni previste dalla risoluzione 1591/2005, in attesa di negoziare un ampliamento dell’embargo. L’esito resta incerto, tra l’opposizione di Cina e Russia, il richiamo di Khartoum al diritto all’autodifesa previsto dalla Carta ONU e le violazioni sistematiche degli Emirati, che finanziano indirettamente le RSF. Pochi giorni dopo, a margine dell’Assemblea Generale, Stati Uniti e Unione Africana hanno riunito per la prima volta Quad e Quintet per coordinare le iniziative di pace, mentre Washington negava il visto ad Al-Burhan, per il suo rifiuto di un cessate il fuoco.
Sul campo di battaglia, la guerra sta iniziando a uscire dai confini sudanesi, come dimostrano i droni delle SAF in Ciad a fine agosto e l’avanzata delle RSF nella regione del Nilo Blu, verso il confine etiope. Questi episodi sono indicatori della traiettoria di questa guerra, che risulta essere sempre meno un conflitto civile scaturito dalla mancata risoluzione della crisi politica dopo la transizione e sempre più una guerra per procura tra potenze regionali.
Il fallimento degli sforzi di mediazione
Gli sforzi di mediazione internazionale sono stati molteplici, a partire dalla Dichiarazione di Jeddah di Maggio 2023, garantita da Stati Uniti e Arabia Saudita. In seguito al fallimento di questa iniziativa, diversi sforzi regionali sono stati portati avanti dall’Unione Africana e dall’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo, ma anche questi si sono rivelati fallimentari, a volte anche dopo poche ore l’annuncio della tregua. Lo sforzo più strutturato è arrivato quando il Quad, a settembre 2025, ha proposto una Roadmap per una tregua umanitaria, un cessate il fuoco permanente e una transizione di nove mesi verso un governo a guida civile e l’interruzione immediata del sostegno militare esterno. Ma anche in questo caso, l’assenza di un enforcement credibile e un cambiamento sugli incentivi non hanno portato a nessuna pace.
Una delle principali cause del fallimento dell’iniziativa diplomatica del Quad è da ricercare nella frattura tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi, che perseguono strategie differenti nella regione da almeno dieci anni. Ma è solo dal 2025 che, per i sauditi, la strategia emiratina è diventata inconciliabile con la loro; quando i secessionisti meridionali in Yemen, sostenuti da Abu Dhabi, hanno preso il controllo di un’area di confine con l’Arabia Saudita. Negli stessi giorni, Israele, che con l’ EAU ha firmato gli accordi di Abramo, riconosceva il Somaliland. Il timore di Riyadh è che la strategia di influenza emiratina, di contenimento dell’Iran e in contrasto con l’islam politico, finisca per rafforzare Tel Aviv nella regione, a discapito dell’unità araba e della stessa leadership saudita, che non riconosce lo Stato di Israele e non ha aderito agli Accordi di Abramo, nonostante il comune interesse per la stabilità regionale e l’ostilità verso l’Iran. L’obiettivo saudita è di recuperare la propria influenza nel Corno d’Africa e di ridurre il margine di azione degli Emirati. Per farlo, l’Arabia Saudita deve stringere alleanze di sicurezza e di sostegno ai governi arabi e africani contro le pulsioni separatiste interne.
Gli Emirati invece perseguono la cosiddetta straits diplomacy, dato che la loro economia fortemente legata alla logistica portuale necessita il controllo degli hub commerciali critici lungo il Mar Rosso, il Golfo di Aden in Yemen e l’Oceano Indiano. Il modo più efficace ed economico per presidiare queste coste è allearsi con forze separatiste o amministrazioni locali autonome. Finanziare attori non statali, come le RSF, è uno strumento geopolitico flessibile, perché permette agli Emirati di proiettare la propria forza riducendo al minimo il rischio di perdite umane tra i propri cittadini e mantenendo una forma di plausible deniability.
È così che il flusso di armi verso i belligeranti non si è interrotto, ma si è spostato su rotte che attraversano paesi terzi, come conseguenza di un embargo che, non riuscendo a colpire le rotte di rifornimento reali, spinge entrambe le parti a far sconfinare la guerra per proteggere o interrompere quelle rotte.
Rendere la guerra più costosa della pace
A pagare il prezzo di questa guerra, come di tutte le guerre, è la popolazione civile, che si trova davanti a un processo di dissoluzione delle infrastrutture statali di base e allo scoppio di carestie ed epidemie. A proiettarsi fuori dai confini sudanesi non sono solo le rotte di rifornimento e alcuni attacchi, ma anche gli sfollati, che sono circa 14 milioni di persone. Le RSF controllano il cosiddetto “triangolo del Sahara”, un angolo strategico al confine tra Sudan, Libia ed Egitto, fondamentale per il controllo di traffici di contrabbando e delle rotte migratorie. Per L’Europa non si tratta più solo di una questione umanitaria, ma di prepararsi a un possibile aumento della pressione migratoria, a cui si deve aggiungere l’aumento dei costi energetici, a causa dell’insicurezza delle rotte del Mar Rosso e del Corno d’Africa, snodo per il trasporto di idrocarburi e per i cavi sottomarini che collegano l’Europa con l’Asia.
Per questo, è necessario spostare il controllo del processo di pace fuori dal Quad, dal momento in cui alcuni dei suoi componenti (Egitto e Arabia Suadita da un lato e EAU dall’altro) sono coinvolti nel conflitto.
Per farlo, si può ricorrere a due strumenti che non dipendono dalla trasparenza di tutti gli attori coinvolti. Il primo è il tracciamento indipendente delle forniture, per mettere fine alla capacità di attori esterni di alimentare la guerra, utilizzando le SAF e le RSF come proxy. Gli Stati Uniti dovrebbero spingere in questa direzione, imponendo sanzioni che aumentino notevolmente il costo del supporto alle RSF per gli Emirati. Ma è un passo difficile per gli americani, che vedono nei propri buoni rapporti con gli Emirati un elemento essenziale della loro strategia in Medio Oriente, tra Gaza, l’Iran e gli Accordi di Abramo.
Il secondo sono sanzioni secondarie unilaterali imposte dall’Unione Europea contro le entità terze che facilitano materialmente i trasferimenti di armi, per far sì che per Abu Dhabi il costo di violare l’embargo sia più alto del beneficio che ne trae.
Anche l’Unione Africana dovrebbe allinearsi con lo sforzo internazionale, estendendo il mandato dei suoi inviati per il Corno d’Africa anche al Sudan.
Oltre a tutti questi sforzi internazionali, l’aspetto più urgente è supportare un processo politico sudanese che sia inclusivo e credibile, che incoraggi un dialogo politico inter-sudanese che coinvolga un’ampia base civile e non sia controllato dalle due parti in guerra, pur includendo elementi delle due fazioni nel processo. Le possibili soluzioni per il Sudan più durature non possono che arrivare dal coinvolgimento della popolazione civile sudanese, che può lavorare per articolare un’agenda condivisa per la pace, attraverso il dialogo e la creazione del consenso.
Senza un’azione internazionale unita che spinga per una transizione democratica, i Paesi che alimentano la guerra continueranno a credere che la vittoria di una parte o la divisione del paese sia l’unico outcome possibile e che questo risultato debba essere formato dai loro interessi nazionali. È importante che l’Unione Europea, gli Stati Uniti e l’UA interrompano questa strategia e questi calcoli, rendendo la transizione democratica l’unica soluzione riconoscibile a livello internazionale.


