L’acqua come elemento vitale e risorsa strategica
Ciò che già esiste. Da sempre
Oro blu. È la definizione che si è affermata negli ultimi anni nell’ambito delle valutazioni sulla rilevanza geopolitica dell’acqua e della conseguente idro-egemonia. L’acqua non è solo un elemento necessario alla sopravvivenza, ma bene che detiene un valore di mercato non trascurabile, tanto da poter essere comparata ad una risorsa strategica. Dunque, acqua non solo come asset di valore inestimabile nei rapporti terrestri e transfrontalieri, ma anche quale vettore di traffici commerciali marittimi per la cui protezione si esplicano le capacità proprie del potere marittimo. L’acqua è un elemento tanto fondamentale sul piano strategico quanto sensibile per ogni leadership. La risorsa idrica si pone dunque quale fattore divisivo capace di produrre conflitti e tensioni di lungo periodo. Una rappresentazione così lineare mostra solo una prospettica parziale del problema, per sua natura più complesso e legato a fattori politici, socio-economici, interni ed esterni su scala transfrontaliera o transnazionale. L’acqua riveste quindi – e lo avrà ancor più in futuro – un ruolo di amplificatore di tensioni.
La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque (Genesi 1, 2).
L’acqua non viene descritta nel momento in cui viene creata: è già presente ed associata all’abisso precedente all’opera ordinatrice dei sei giorni. L’Eden non a caso era attraversato da quattro fiumi, Tigri, Eufrate, Piason e Ghicon, presumibilmente Nilo e Giordano. Se le indicazioni bibliche permettono di individuare nel MO il Paradiso Terrestre, viste le evoluzioni storiche si può essere abbastanza certi che oggi l’Eden troverebbe collocazione geografica su un altro pianeta, considerato che la regione rientra tra le più aride del globo. Il MO è l’esempio più significativo di regione in cui l’aspetto idrologico ha comportato implicazioni strategiche, al netto di dispute ideologiche e geografiche; è evidente che la soluzione della crisi idrica non è condizione sufficiente per la pace ma è sicuramente indispensabile. Come recita il Corano, è dall’acqua che abbiamo creato ogni cosa; il mondo è fatto soprattutto d’acqua, benché il 97 % sia salata, il che significa che, al netto di ghiacciai, calotte polari e falde acquifere superficiali, l’umanità ha a disposizione uno scarso 1 % di acqua dolce necessario per tutte le attività produttive alla base di possibili casus belli, tanto da configurare un corpus caratterizzato da autonomia disciplinare e denominato idropolitica, water diplomacy o idrogeopolitica, da non confondersi con la politica delle acque, caratterizzata da aspetti gestionali tra risorse, esigenze, zone idrologicamente ricche e zone aride o con l’esaltazione morfologica di spiccate disomogeneità o con palesi differenze qualitative. È dunque opportuno prendere atto della vigenza di una branca del diritto pubblico internazionale, quello delle acque interne, che non contiene norme generali ma corollari di principi strutturali della comunità e dell’ordinamento internazionale, norme derivanti da consuetudini utili a dirimere le controversie anche se talvolta in deroga ai principi che normano la coesistenza tra gli Stati sovrani. L’acqua è diventata fattore politico, arma e deterrente nelle questioni relative alla sua gestione, con il diritto internazionale che demanda la prevenzione delle controversie a trattati bilaterali. Un esempio di conflittualità idrica indotta dal fattore geografico è quello del bacino del Tigri-Eufrate, caratterizzato da un’evidente disparità di impiego e sfruttamento turco rispetto a Siria e Iraq; anche la cattiva gestione delle acque da parte di uno Stato può comportare il deterioramento generalizzato dell’intero bacino, basti pensare al sistema del lago Aral, caratterizzato da progressiva recessione delle acque e da crescente inquinamento.
Le origini dell’idropolitica
Tra i padri nobili dell’idropolitica spicca Yves Lacoste con il legame strutturale coltivato tanto sul piano dell’origine metodologica quanto su quello teorico, dove la sua geopolitica critica nasce nel 1972 da una questione idraulica e militare interessante la Guerra del Vietnam. Con Hérodote, Lacoste ha formalizzato lo studio dell’acqua come teatro di rivalità di potere, fino al n. 102 del 2001 intitolato Géopolitique de l’eau, con la teorizzazione delle rivalità tra poteri e attori e dell’acqua quale posta in gioco di potere. Lacoste applica il metodo multiscalare diacronico e sincronico unitamente a rappresentazioni geopolitiche che i leader richiamano per legittimare la competizione per l’accesso alla risorsa. Nell’idro-egemonia rientra anche il concetto dell’acqua virtuale di John Anthony Allan, ovvero il volume d’acqua incorporato nella produzione di beni agricoli e industriali. Se il XIX è stato il secolo del carbone, il XX del petrolio e il XXI del gas e dei dati, il futuro è già dell’acqua.
La strategia più moderna pone il risalto come la risorsa idrica sia oggetto di un processo di weaponization; nelle asimmetrie e nelle guerre ibride del XXI secolo, il controllo delle infrastrutture idriche soddisfa tre logiche distinte: rappresenta un target militare primario, dove il controllo assume valore di strumento coercitivo e dove il possesso delle fonti agisce quale catalizzatore di instabilità interna tendente a frammentare il tessuto sociale. Di fatto, la transizione verso un ordine che garantisca stabilità richiede un’efficiente idro – diplomazia quale istituzionalizzazione di regimi vincolanti per una gestione associata dei bacini confinari. Ma spesso si tratta di percorsi poco agevoli, come la querelle etiope – egiziana per la Gerd sta a dimostrare, con la politica estera del Cairo messa a dura prova già dai disordini interni susseguenti alla rivolta araba del 2011. Attualmente, la politica estera egiziana in merito alla Gerd si è spostata da una postura reattiva ad un approccio strategico e globale, tentando di raggiungere un bilanciamento tra impegno diplomatico e difesa degli interessi nazionali.
Dal punto di vista del diritto internazionale, danni intenzionali alle risorse idriche o loro impiego illegale, possono configurare crimini di guerra perseguibili dalla CPI dell’Aia, escludendo ogni deroga giustificata da necessità militare. Tanto per rimanere nell’attualità, la classificazione dell’abbattimento della diga di Nova Kachovka interessa due livelli distinti ma integrati: quello ricadente nella normazione del Diritto Internazionale Umanitario e quello riguardante la giurisdizione penale. Nel DIU la protezione delle dighe incontrovertibilmente esclude qualsiasi possibilità o forma di attacco (Articolo 56 del I Protocollo Aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra (1977) stabilisce una protezione speciale per “le opere e gli impianti contenenti forze pericolose”, vale a dire dighe, argini e centrali nucleari) a meno che non ricorrano fattispecie esimenti previste tuttavia dalla norma stessa. In Ucraina, il rilascio deliberato delle acque è rientrato nelle classiche manovre di inondazione tattica difensiva con una modifica della morfologia territoriale del fronte tale da non consentire l’impiego di mezzi corazzati pesanti provocando la desertificazione agricola. Il diritto internazionale idrico non è normato da un codice universale con potere sanzionatorio immediato, ma è fondato su una combinazione di convenzioni quadro delle NU, principi del diritto consuetudinario e trattati bilaterali o di bacino, norme che bilanciano il diritto dello Stato a monte di arricchire il proprio territorio senza ledere alcun diritto dello Stato a valle.
Il valore economico delle risorse idriche
Il fatto che l’accesso all’acqua non costituisca un diritto ma un bisogno, ha fatto sì che l’aumento del valore economico delle risorse idriche, abbia condotto alla percezione che l’acqua rappresenti un fattore di instabilità secondo un’ottica securitaria che contribuisce a fomentare conflitti grazie anche all’interconnessione con motivazioni politico-economiche, culturali e religiose, sì da generare due schieramenti filosofici di pensiero, gli idrottimisti e gli idropessimisti presenti anche tra soggetti storicamente uniti da vincoli di amicizia come USA e Canada; il problema riguarderà più probabilmente l’ordine interno dei paesi sottoposti a stress idrico, interessando la sperequazione nell’accesso alle risorse idriche in funzione di un’instabilità per la quale potrebbe rendersi necessario un nuovo disegno dei confini statuali così come definiti in epoca coloniale. Ecco che torna di scena l’idropolitica che si occupa di come disponibilità, gestione e controllo delle risorse idriche influenzino le dinamiche di potere tra Stati e regioni; l’acqua dolce diventa risorsa strategica cruciale per sicurezza nazionale, produzione energetica, sovranità alimentare e stabilità economica.
Guerre per la gestione delle acque
Il legame tra idropolitica e guerra è una delle questioni più interessanti degli studi strategici, posto che la tesi delle Water Wars suggerisce che la scarsità di risorse idriche condurrà a conflitti armati, benché i dati scientifici (da Oregon State University Transboundary Freshwater Dispute Database) mostrino una realtà differente, per cui negli ultimi 70 anni, cooperazione o trattati formali sull’acqua sono stati di gran lunga superiori agli scontri diretti. L‘acqua non agisce quasi mai come causa unica di un conflitto, ma interviene come moltiplicatore militarizzato di minacce, strumento di coercizione, distruzione strategica o bersaglio tattico. Il rapporto tra scontri armati e acqua si articola dunque secondo tre modalità: acqua come innesco, obiettivi strategici interstatali, livelli intrastatali che rasentano la guerra civile. Dirimente spesso la presenza di un idro-egemone, capace di mantenere una più conveniente pace fredda idropolitica, dove la minaccia delle armi controlla la risorsa.
Il passaggio dall’acqua salata, sempre più affine agli scenari bellici, evidenzia il binomio tra chokepoint eintermodalità logistiche che definiscono l’architettura del commercio internazionale. Mentre gli stretti e i canali artificiali traducono la geografia fisica in vulnerabilità, l’intermodalità diventa valvola di sfogo strategica rispetto alle criticità degli stretti. L’interazione tra chokepoint e sistemi intermodali porta alla luce tre elementi: criticità dello spostamento delle merci dalla modalità marittima a quella terrestre; indispensabile sincronizzazione dei flussi; sovranità sulle infrastrutture duali. L’acqua rappresenta dunque strutturalmente l’asse portante del commercio; dato che circa l’80-90% del commercio internazionale si muove sul mare, la via d’acqua è il motore della globalizzazione e l’ambiente ideale per la deflagrazione dei conflitti.
Il contesto bellico ricomprende anche gli eventi che hanno avuto e che hanno a che vedere con attività asimmetriche terroristiche. Il 29 giugno del 2014 Abu Bakr al-Baghdadi, leader dell’ISIS, entrando nella moschea di Mosul e annunciando la nascita dello Stato Islamico ha compiuto sia un kasr al-hudud, l’elusione dei confini territoriali come stabiliti dagli accordi Sykes-Picot, sia un’operazione di idro terrorismo, ovvero la creazione della territorialità islamica così come plasmata da Tigri ed Eufrate, fiumi portatori di un’acqua simbolo di legittimazione politica, posto che la dottrina identifica anche altre modalità di intendere l’uso dell’acqua come arma, ovvero quella tattica, strategica, lucrativa, non-intenzionale, e psicologica. Oltre ad accrescere il supporto locale, le forniture d’acqua hanno costituito anche fonte di finanziamento alimentata da una tassa da pagare sulle forniture idriche, posto che le condizioni di deficit idrico e idroconflitto si manifestano quando i prelievi superano il 20% del totale dell’acqua disponibile. L’idroterrorismo è dunque l’uso intenzionale dell’acqua o delle relative infrastrutture come arma o bersaglio da parte di gruppi terroristici o attori non statali; le sue forme principali si esplicano secondo tre modalità tattiche: acqua come arma di distruzione, inondazioni provocate, privazione, cui aggiungere il cyber-idroterrorismo contro i sistemi Scada che controllano pressione, dosaggio chimico o le paratie degli acquedotti comunali.
Egemonia idrica e stabilità
Attualmente, il concetto di sicurezza si è sganciato dagli esclusivi domini militari per includere dinamiche strutturali. Qui, l’idropolitica si definisce come un fattore determinante per la stabilità; ecco che l’acqua dolce agisce come un moltiplicatore di minacce in grado di esacerbare fragilità preesistenti, accelerando il collasso degli stati deboli e innescando dispute lungo i bacini transfrontalieri.
Secondo le dinamiche realiste, lo stato a monte che detiene una superiorità militare-economica, tende ad imporre un’egemonia idrica che si esplica nell’alterare unilateralmente i flussi a discapito dei confinanti; esempio pratico il bacino del Nilo. La decisione unilaterale etiope di riempire l’invaso della Gerd si pone quale evidente alterazione degli equilibri di potere e securitari nel nord-est africano. Per l’Egitto, egemone storico ma posizionato a valle, la riduzione volumetrica del Nilo rappresenta una minaccia concreta alla sopravvivenza idrica e alimentare, tale da ridefinire i rapporti di forza nel sub Sahara. La stessa subordinazione si può apprezzare nel bacino del Tigri e dell’Eufrate, dove i progetti infrastrutturali di Ankara riducono la sovranità idrica di Siria e Iraq, Stati non a caso messi in crisi dall’insorgenza di attori non statuali. È acqueo anche lo scenario della già citata Grand Ethiopian Renaissance Dam, che coinvolge non solo Etiopia, ma anche Sudan ed Egitto, minacciato da un’azione unilaterale che rende necessaria una rivalutazione degli approcci strategici, visto che la diga etiope contraddistingue una nuova fase in cui il conflitto è passato dalla prevenzione della realizzazione alla gestione dello status quo.
La diplomazia egiziana potrebbe tentare di adire sia i canali multilaterali, Unione Africana e ONU, sia con maggiori difficoltà fori giurisdizionali come la CIG, che necessita del consenso delle parti, per denunciare il mancato rispetto della cooperazione sulle acque transfrontaliere. Una querelle che riguarda l’entrata in vigore del Quadro di Cooperazione del Bacino del Nilo (Accordo di Entebbe del 2010), respinto da Egitto e Sudan. A fronte dello stallo negoziale e dell’azione unilaterale etiope, il Cairo ha nuovamente sollecitato le NU nel 2025, rianimando una dinamica di attrito a oltranza che la Teoria dei Giochi inquadra attraverso il modello del Game of Chicken. Con la diplomazia ormai priva di spunti e considerando che il problema idrico è questione vitale per il Cairo, l’opzione militare rimane sullo sfondo anche da parte etiope, una scelta irrazionale per ogni parte coinvolta. L’Egitto intanto limita l’influenza etiope tra Corno d’Africa e bacino del Nilo grazie al patto di cooperazione militare e di difesa con la Somalia e ricorrendo alle alleanze con Eritrea e Gibuti, ovvero all’interno di un’architettura securitaria regionale in grado di sconsigliare azioni unilaterali etiopi, a prescindere dalla comune appartenenza a Unione Africana e BRICS. In teatro asiatico, a riprova della valenza dei progetti riguardanti gli invasi, la Cina è la principale interessata alla costruzione di dighe sul Mekong, impresa a cui se ne aggiungono altre finanziate da altri governi stranieri co-partecipanti nel sostenere grandi infrastrutture regionali.
L’uso tecnologico dell’acqua
L’acqua è presente anche negli impieghi tecnologici più spinti, come nei data center, infrastrutture computazionali essenziali che alimentano quasi tutte le attività digitali odierne. Il problema è che i data center consumano acqua, e che molti paesi stanno ampliando la presenza di queste installazioni trascurando i rischi idrici, incentivando una tendenza che ha già portato a un aumento della scarsità d’acqua. La rilevanza dell’IA come motore della domanda di data center è in ascesa e si prevede che la necessità d’acqua dell’IA presto supererà altre industrie ad alta intensità idrica, in contesti dove non esistono requisiti normativi uniformi per monitorare e segnalare i consumi idrici e dove la loro impronta rimane inesplorata. È un fatto: lo stress idrico indotto dai data center stimola tensioni politiche; se le economie in via di sviluppo hanno dato priorità all’espansione dei data center per promuovere gli obiettivi di sovranità digitale a beneficio delle imprese transnazionali, le politiche di attrazione degli investimenti nei data center in regioni in difficoltà idrica hanno portato a crescenti tensioni tra le popolazioni colpite dalla scarsità idrica anche in zone economicamente avanzate.
Un futuro fluido
Oro blu, benedizione e motivo di conflitto, via commerciale e delimitazione confinaria, elemento primordiale eppure connesso alla tecnologia futuribile più spinta, l’acqua è elemento ineludibile ed essenziale. Oggetto di disputa giuridica, l’acqua, pur nell’affermazione di nuovi domini tecnicamente più coinvolgenti è sostanzialità da cui non è possibile discostarsi, malgrado non se ne consideri abbastanza la deperibilità. L’onnipresenza acquea è una spada di Damocle e dimostra come gli elementi portanti, in qualche modo, secondo logiche naturali riescono a preservarsi o, quanto meno, a rappresentare i rischi di una loro scomparsa. In fondo, come si diceva una volta, l’acqua la sua strada la trova sempre

