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Il rafforzamento dell’asse geopolitico tra Cina ed Iran, tra interconnettività e sicurezza

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Nonostante Cina ed Iran abbiano siglato una partnership strategica nel 2016, negli ultimi mesi Teheran e Pechino hanno deciso di rafforzare ulteriormente le loro relazioni politico-diplomatiche e la cooperazione in ambito economico e securitario, siglando nel luglio 2020 un nuovo accordo, al momento ancora sotto forma di bozza, che dovrà essere ratificato nei mesi a venire.

Articolo già pubblicato su Europa Atlantica.

Questo asse geopolitico sino-iraniano desta profonde preoccupazioni tra le petromonarchie arabe del Golfo e negli Stati Uniti, in quanto rafforzerebbe il ruolo dell’Iran nella regione, permettendo altresì alla Cina di implementare ulteriormente il progetto della Belt and Road Initiative.

Sul piano economico, la Cina sembra intenzionata a concretizzare gli impegni finanziari assunti nel 2016, investendo 280 miliardi di dollari per sviluppare il settore energetico iraniano (petrolio, gas naturale, industria petrolchimica) e altri 120 miliardi di dollari per infrastrutture di trasporto ed in ambito manifatturiero. La Cina in cambio otterrà prodotti petroliferi a prezzi scontati e forniture di gas naturale per i prossimi 25 anni, e il coinvolgimento iraniano nel progetto della “moderna via della seta”.

A differenza delle petromonarchie arabe, sin dall’inizio l’Iran viene espressamente incluso nel progetto cinese della BRI, come sbocco commerciale e logistico (assieme alla Turchia) del corridoio economico ferroviario-terrestre Cina-Asia Centrale-Asia Occidentale. Infatti, l’Iran beneficia di una posizione di centralità geografica strategica per i progetti cinesi, in quanto hub logistico alternativo rispetto al corridoio transcaspico (Cina-Asia Centrale-Caucaso-Turchia-Europa) e connotato dalla stessa natura intermodale, ovvero dalla combinazione di linee ferroviarie e stradali con il trasporto marittimo.

Con l’obiettivo di implementare una strategia di diversificazione delle rotte commerciali in ambito BRI, la Cina sta finanziando la modernizzazione della linea ferroviaria tra la capitale Teheran e Mashad: la Exim Bank ha concesso un prestito di 1,5 miliardi di dollari alle autorità iraniane per l’elettrificazione della linea. Questo collegamento ferroviario risulta importante non soltanto per la mobilità nazionale ma in quanto tassello fondamentale del progetto ferroviario chiamato la “Nuova Via della Seta” che unisce Urumqi (nello Xinjiang cinese) a Teheran, attraversando le repubbliche centroasiatiche, corridoio che consente il trasporto delle merci in due settimane, anziché i 45-50 giorni necessari per il trasporto via mare.

Parallelamente a questo tradizionale corridoio geoeconomico-infrastrutturale est-ovest, l’Iran può anche offrire i propri porti per lo sviluppo di un corridoio di trasporto intermodale nord-sud, perfettamente rispondente e funzionale ai principi di interconnettività sui quali si basa la BRI.

In quest’ottica, il porto iraniano di Chabahar è oggetto da tempo di una serrata competizione geopolitica tra Cina ed India, in quanto strategicamente posizionato nel Golfo dell’Oman e permette alle navi container, petroliere o navi metaniere di bypassare lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale nella regione, vulnerabile a causa della latente conflittualità tra i maggiori attori regionali (Iran vs Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti). Sin dal 2016 l’India è impegnata nello sviluppo del porto di Chabahar, in modo che possa fungere da hub di transito nel corridoio internazionale di trasporto nord-sud (INSTC), concepito per connettere i porti dislocati nelle coste dell’Oceano Indiano e nel Golfo Persico con il Mar Caspio (attraverso una rete ferroviaria), per poi estendersi alla Federazione Russa sino a raggiungere l’Europa.

Tuttavia, di fronte ai ritardi dell’India nell’implementazione del progetto, l’Iran ha deciso di muoversi autonomamente, considerando sia la rilevanza strategica che il tema dell’interconnettività assume in un mondo globalizzato e sia la necessità di trovare delle forme di cooperazione economica che le consentano di ridurre l’impatto negativo delle sanzioni statunitensi: Teheran ha completato la linea ferroviaria che collega il porto di Chabahar con la città di  Zahedan, al confine afgano, ed ha espressamente invitato Cina e Pakistan a partecipare nella realizzazione dei progetti di sviluppo di Chabahar.

Inoltre, a maggio 2019 il ministro degli esteri iraniano ha formulato un’intrigante proposta per la Cina nell’ambito degli obiettivi propri della BRI, ovvero di connettere (attraverso strade e linee ferroviarie) il porto di Chabahar con quello pachistano di Gwadar, tassello fondamentale del Corridoio Economico Cina-Pakistan – progetto di punta in ambito BRI – per promuovere il commercio e lo sviluppo economico della regione. Nella visione cinese, il porto di Gwadar dovrebbe diventare un hub logistico tra il Mar Arabico e l’Oceano Indiano, dal quale far partire un corridoio economico (ed energetico, attraverso la realizzazione di gasdotti ed oleodotti) terrestri sino alle province occidentali cinese, riducendo la dipendenza dalle rotte marittime e soprattutto evitando il transito nello stretto di Malacca, altro chokepoint economico-energetico vulnerabile alle tensioni geopolitiche sino-statunitensi.

La dimensione energetica è destinata ad avere un peso rilevante nel nuovo accordo sino-iraniano,  dato che Teheran detiene le secondi maggiori riserve di gas naturale al mondo e le quarte maggiori di petrolio: anche in questo caso, una strategica convergenza di interessi spinge i due partner a collaborare, in quanto la Cina vedrebbe rafforzata la propria sicurezza energetica, diversificando ulteriormente i fornitori, mentre l’Iran beneficerebbe degli investimenti cinesi per modernizzare il comparto energetico destinando le proprie esportazioni ad un economia con una domanda di petrolio e gas naturale molto elevata.

A seguito delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, la Cina ha drasticamente ridotto le proprie importazioni petrolifere dall’Iran (nazione che immetteva giornalmente sui mercati internazionali 2,5/2,7 milioni di barili di petrolio), aumentando quelle provenienti dall’Arabia Saudita (maggiore esportatore mondiale e secondo esportatore di petrolio verso la Cina dopo la Russia), con l’obiettivo di ridurre i motivi di attrito geopolitico con Washington: per le stesse ragioni, le compagnie petrolifere cinesi Sinopec e China National Petroleum Company hanno ritirato la loro partecipazione dal progetto per lo sviluppo della fase 11 dell’enorme giacimento gassifero di South Pars (il più esteso giacimento di gas naturale al mondo, condiviso con il Qatar che chiama la sua sezione North Dome) e del giacimento petrolifero di Yadavaran.

La rinnovata partnership sino-iraniana potrebbe spingere la Cina a rifocalizzare la propria attenzione sul settore energetico persiano, nel caso in cui le sanzioni americane venissero ammorbidite in futuro, riducendo la sbilanciata dipendenza dalle importazioni saudite e in generale dalle petromonarchie del Golfo. Un altro rilevante tema di discussione tra Teheran e Pechino riguarda un potenziale accesso cinese nel porto di Jask posizionato – come Chabahar – oltre lo stretto di Hormuz. Teheran intende perseguire l’ambizioso progetto di creare entro il 2021 un terminal petrolifero d’esportazione (con un investimento previsto di 1,8 miliardi di dollari) che permetterebbe di bypassare il transito attraverso Hormuz, evitando perdite economiche nell’ipotesi di una forzata chiusura dello stretto a causa dell’instabilità geopolitica dell’area. Secondo i piani iraniani, un oleodotto di circa mille km, con una capacità nominale di trasporto stimata in 1 milione di barili di petrolio al giorno dovrebbe trasportare l’oro nero dal terminal petrolifero di Goreh (nella provincia sudoccidentale di Bushehr): il porto di Jask avrà una capacità iniziale di stoccaggio di circa 20 milioni di barili.

In ambito securitario, l’accordo sino-iraniano prevede una cooperazione militare sostanzialmente improntata alla protezione delle rotte marittime commerciali ed energetiche e al mantenimento di un pacifico status quo nello stretto di Hormuz (una finalità condivisa con le nazioni esportatrici del Golfo e con i mercati consumo asiatici ed europei). La sicurezza delle Sea Lines of Communication impone un crescente coinvolgimento cinese nella regione, aspetto che preoccupa notevolmente le nazioni riunite nel Consiglio di Cooperazione del Golfo e gli Stati Uniti, nonostante Pechino abbia partecipato negli anni a numerose iniziative multilaterali contro la pirateria e per la sicurezza marittima nel Mare Arabico, ed abbia siglato nel 2016 un accordo di cooperazione militare con l’Arabia Saudita.

Tra il 27 e il 29 dicembre 2019 – prima che esplodesse la crisi tra Iran e Stati Uniti legata alla morte del Generale Soleimani – Iran, Cina e Russia hanno svolto esercitazioni militari navali congiunte (operazione chiamata “cintura di sicurezza marittima”) nell’Oceano Indiano e nel Golfo dell’Oman.

Questa operazione non sembra configurarsi come una sfida aperta al ruolo di security provider tradizionalmente svolto da Washington ma riflette la graduale mutazione dell’architettura di sicurezza della regione, con una connotazione multipolare ed il coinvolgimento di altri attori esterni all’area.

In attesa dell’effettiva ratifica dell’accordo, si rileva come il rafforzamento della partnership convenga ad entrambe le nazioni: per l’Iran, gli investimenti cinesi faciliteranno la realizzazione delle zone di libero scambio e commercio (Maku – Iran nordoccidentale -, Abadan – a sud, confine con Iraq – e Quesham, un’isola nel Golfo Persico), potendo contare su un partner di rilevo in ambito securitario e sul piano internazionale. Per la Cina, il coinvolgimento di Teheran consentirà un ulteriore sviluppo del progetto BRI e di rafforzare la propria sicurezza energetica: tuttavia, la sfida principale per Pechino sarà quella di affermarsi come partner equidistante tra Iran ed Arabia Saudita, cercando di conciliare il perseguimento dei propri interessi strategici con quelli delle due nazioni mediorientali in accesa competizione.

Fabio Indeo,
Membro del Comitato Esecutivo di OACC

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