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09/02/2026
Cina e Indo-Pacifico

IMEC: Italia al centro di una nuova rivoluzione copernicana?

di Giulia Mirra

Il Progetto IMEC- India-Middle East- Europe Economic Corridor – nota anche come la ‘via del cotone’- irrompe nello scenario geopolitico globale, ribaltando le simmetrie delle tratte commerciali fin qui tracciate. La ‘via del cotone’ in alternativa alla ‘via della seta’ (One Belt One Road), costringe il colosso cinese a misurarsi con un partenariato tra l’Occidente, il continente indiano e il Medioriente, dai molteplici sviluppi. Due blocchi, due assetti in competizione, ma al tempo stesso in collaborazione, nel ripartirsi quote di influenza sul globo.

Il Progetto IMEC- India-Middle East- Europe Economic Corridor – nota anche come la ‘via del cotone’- irrompe nello scenario geopolitico globale, ribaltando le simmetrie delle tratte commerciali fin qui tracciate. La ‘via del cotone’ in alternativa alla ‘via della seta’ (One Belt One Road), costringe il colosso cinese a misurarsi con un partenariato tra l’Occidente, il continente indiano e il Medioriente, dai molteplici sviluppi. Due blocchi, due assetti in competizione, ma al tempo stesso in collaborazione, nel ripartirsi quote di influenza sul globo. 

Con la firma del Memorandum di IMEC, il 9 settembre del 2023, nel corso del G20 a New Delhi, tra India, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Italia, Germania, Francia, Unione Europea e Stati Uniti si dà avvio a una rivoluzione copernicana nell’ambito delle rotte commerciali. La nuova rotta, o sistema di rotte attese, si pone dunque in stretta correlazione con la “One Belt One Road”. Ma la ‘via del cotone’ non deve leggersi in termini di contrapposizione e di sminuimento dell’azione cinese, ma bensì come interlocutore diretto ai fini di una libera concorrenza e sviluppo che, invece di lasciare un monopolio in capo a pochi, distribuisce e diversifica l’offerta di servizi capace di rafforzarne il substrato globale. Difatti, l’obiettivo sotteso all’intuizione del progetto IMEC non si limita a un assetto puramente commerciale, ma punta a una diversificazione e distribuzione dell’energia pulita capace di rafforzare le telecomunicazioni e di inaugurare una nuova era di connettività internazionale.

Tutto ciò è stato possibile grazie all’attenta opera diplomatica posta in essere dal Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che dal marzo 2023, con la ricucitura delle relazioni internazionali con gli Emirati Arabi Uniti, ha ripristinato rapporti deteriorati a causa di precedenti miopi gestioni di politica internazionale, incapaci di cogliere, invece, le preziose opportunità nascoste. E grazie alle restaurate relazioni è stato possibile fare dell’Italia quel punto di snodo e di incontro di rotte commerciali dall’India a Israele, all’Italia, fino agli Stati Uniti. Un’opera di prezioso lignaggio che ha visto l’Italia parte attiva nella ricucitura delle relazioni internazionali, permettendo così di rimettere in connessione tra di loro i quattro continenti.

Progetto IMEC non solo una rotta commerciale

Concepire l’IMEC solo come un corridoio sarebbe fortemente limitante rispetto alla portata innovativa del progetto. Difatti, questo va configurandosi più come ‘una rete di corridoi’ piuttosto che come un unico corridoio capace di collegare un solo punto a un altro. Un sistema a rete, dunque, che consenta un’indipendenza rispetto al possibile condizionamento operato da parte di uno dei paesi coinvolti, che potrebbe porsi in opposizione e quindi di blocco, in presenza di un solo corridoio. La funzione dell’iniziativa è quella di differenziare per rendersi indipendenti. Il progetto, difatti, non comporterà soltanto un beneficio economico, ma un’indubbia azione di stabilizzazione dell’area. L’importante passaggio per lo stretto di Hormuz, continuamente esposto alle minacce dell’Iran – quale punto nodale del progetto – non solo permetterà a tutti i paesi di trarre beneficio, ma ridurrà anche il rischio di attacco di un punto divenuto tanto fondamentale da non voler essere toccato.

Per far sì che la ‘via del cotone’ possa porsi come vettore globale di sviluppo e modernità, sarà necessario cogliere la portata dei suoi benefici e non limitarla solo a una concezione bieca nella volontà di ‘limitazione dello strapotere della Cina’: dovrà essere intesa come strumento di collaborazione globale capace di moltiplicare i benefici da esso apportati. Perché è indubbio che da una guerra commerciale non possa trarne vantaggio nessuno dei paesi coinvolti. Differentemente, invece, alla portata di benefici diffusi tra questi grazie alla condivisione e all’ampliamento del progetto IMEC. Parlare, difatti, di crescita del commercio indiano, di sviluppo di infrastrutture energetiche nei paesi del Golfo e nella diversificazione degli approvvigionamenti energetici, significa, in primis, disporre di uno sviluppo concorrenziale e concomitante tra tutti i soggetti coinvolti.

Lo sviluppo di vie alternative di produzione e di commercializzazione, da un lato, determinerà il perfezionamento delle esistenti; dall’altro, la spinta competitiva non solo genererà nuove modalità di offerta, ma al tempo stesso forzerà alcune relazioni bloccate su istanze preconcette a cedere in funzione di uno sviluppo globale. Difatti, per comprendere tale assimilazione, si potrebbe rimandare alla nascita della Comunità Europea che, per generare pace, si è servita di un’unione economica tra tutti i paesi per consolidarla. Creare relazioni commerciali forti significa creare un deterrente naturale all’insorgere di conflitti futuri. E la via del cotone, in primis, rappresenterà una buona ragione, anche per l’Europa, per stringere accordi con Stati non ancora pienamente in linea con i suoi principi e valori, ma in grado così di influenzarli.

Trieste hub di interconnessione globale

È necessario, dunque, porre l’accento sull’Italia e su come Trieste giochi un ruolo fondamentale in tale crocevia di opportunità. Nello spirito collaborativo del progetto posto in essere dai paesi partecipanti, importante sarà l’individuazione dei porti. Guardando al porto del Pireo in Grecia – che avrebbe potuto rappresentare la bocca del mediterraneo per le rotte commerciali – con il 67% delle sue quote in mano alla Cina, rappresenta di per sé un paradosso in seno a un progetto di sviluppo di una via alternativa a quella della seta, passando così per un Mediterraneo a netta influenza cinese. Pertanto, Trieste viene a porsi sullo scacchiere internazionale come centrale: quale ‘porto settentrionale’ più vicino ai centri di produzione dell’Europa centrale e quelli dell’Europa centrorientale – senza tralasciare l’importante collegamento tra il Mar Nero e il Mar Baltico. 

Lo snodo di Trieste raccoglie su di sé due missioni portanti: crescita e ripresa dell’Europa orientale e la nascita di un punto di snodo per lo sviluppo commerciale in seno al progetto IMEC, dalla portata rivoluzionaria in ambito internazionale. Per quanto riguarda la prima missione, questa sarà possibile anche grazie alla sinergia con l’InCE (Iniziativa centro-europea), che ha la propria sede a Trieste, punto nodale di interconnessione con l’Europa centrorientale. Trieste, quale finestra sull’Europa centrale grazie a una rete di connettività già sviluppata che la collega all’Europa centrorientale, può, inoltre, ambire a diventare un punto di collegamento con il porto di Odessa in Ucraina, una volta terminato il conflitto. 

Contrapporsi in maniera collaborativa alla Cina non significa limitare le sue possibilità di sviluppo, ma impedire l’occupazione di spazi propriamente ‘mediterranei’ e subire ingerenze esterne sulla base di debolezze degli stessi sistemi democratici. Riportare, dunque, le sfere di influenza, nel rispetto dei confini geografici, impedirà di fare delle debolezze di un paese (come è stato per la Grecia) terra di frontiera per altri. Difatti, l’acquisto di quote del porto del Pireo in Grecia da parte della Cina nasce dalla debolezza dell’Europa, che sotto il dogma dell’austerità, ha impedito a un suo paese – la Grecia – di respirare economicamente costringendola così ad accettare aiuto altrove, la Cina, che in tali buchi di potere riesce a farne occasioni economiche.

L’Italia attore principale di influenza nel Mediterraneo

L’Italia, nel dare un’azione propulsiva all’avvio dello sviluppo del progetto, ha dimostrato lungimiranza e visione nella firma del Memorandum di IMEC, il 9 settembre 2023 a New Delhi, durante il G20, portando il paese fuori da un isolamento internazionale e aprendo a nuove opportunità per le sue imprese, nonché ad espandere le connessioni dei mercati e gli sbocchi commerciali per le nostre eccellenze. Tale percorso è un’occasione unica per l’Italia per riporla al centro dell’area e permetterle di diventare quell’hub sia energetico che di interconnessione infrastrutturale nell’area del Mediterraneo. 

Inoltre, tale opportunità va letta nell’ottica di collegamento tra l’Indo-pacifico e l’Artico: sebbene il Mediterraneo, rappresenti lo 0,8 % delle acque mondiali rimane centrale poiché su di esso transitano il 20% delle merci del commercio globale. Ciò è possibile proprio perché l’area del Mediterraneo rappresenta l’anello di congiunzione tra l’Indopacifico e l’Atlantico – parimenti al Canale di Panama, così come l’Artico – siti per i quali è dimostrato altrettanto forte interesse. Per tale ragione è necessario che il progetto IMEC possa concretizzarsi il prima possibile, in quanto rappresenta un’opportunità fondamentale che vede l’Italia al centro. L’IMEC non è soltanto l’occasione per una rivoluzione copernicana commerciale in seno a un sistema da tempo instauratosi e che vede nella Cina il suo attore principale, ma lo scardinamento di logiche preconcette date per immutabili che tagliano il piano globale marittimo e permettono, in questa parentesi, all’Italia di immettersi come interlocutore di riferimento in grado di cambiare le regole del gioco e aprire a innumerevoli possibilità.

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