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Dal 2004, il Centro Studi Geopolitica.info contribuisce allo studio delle Relazioni Internazionali e al dibattito sulla politica estera dell'Italia

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07/03/2025
Difesa, Italia

L’Italia rifletta bene prima di aumentare le spese militari

di Matteo Mazziotti di Celso

Il nostro Paese è chiamato a fare scelte importanti su un tema che non conosce perché per troppi anni non ha voluto occuparsene. Senza un dibattito serio e ordinato sulla nostra sicurezza, rischiamo di prendere troppo frettolosamente decisioni sbagliate che vincoleranno per molti anni l’Italia e le sue Forze armate.  


Il nostro Paese è chiamato a fare scelte importanti su un tema che non conosce perché per troppi anni non ha voluto occuparsene. Senza un dibattito serio e ordinato sulla nostra sicurezza, rischiamo di prendere troppo frettolosamente decisioni sbagliate che vincoleranno per molti anni l’Italia e le sue Forze armate.  

L’Italia si trova in un momento molto delicato. La nostra società ha realizzato troppo velocemente che alcuni dei principali assunti in base ai quali essa aveva organizzato l’impianto della propria sicurezza esterna sono del tutto infondati. Il primo di questi assunti considerava la sicurezza dell’Italia un obiettivo il cui raggiungimento non avrebbe mai richiesto l’utilizzo della forza militare. La sicurezza era economica, climatica, culturale, certamente non militare. Lo strumento erano le sanzioni o il famigerato ‘soft power.’ Il secondo assunto riteneva che, nel malaugurato e improbabile caso in cui si fosse reso necessario impiegare la forza militare per garantire la propria sicurezza, questo non sarebbe stato un problema, perché se ne sarebbero occupati gli Stati Uniti. Di colpo, il nostro Paese ha realizzato non solo che l’uso della forza militare può essere uno strumento necessario per garantire la nostra sicurezza, ma che a questo strumento non è possibile rinunciare, perché la garanzia americana sul Vecchio continente non è scontata. 

La realizzazione di quanto appena descritto oggi impone decisioni importanti ai nostri decisori politici. Si noti che sono decisioni che vanno prese in ogni caso, dato che anche la scelta di non far niente equivarrebbe comunque a una decisione. Affinché i nostri leader facciano scelte corrette, tuttavia, è importante che le loro decisioni siano frutto di un dibattito ordinato, serio, fondato su analisi rigorose. Attualmente, tuttavia, immaginare in Italia un dibattito di questo tipo è veramente difficile. La velocità e l’intensità con cui la nostra società si è trovata a dover fare i conti con temi di cui non era nemmeno a conoscenza fino a qualche anno fa rende alquanto difficile strutturare un dibattito ordinato. Trovatisi a dover assumere una collocazione riguardo il tema, i partiti politici si sono posizionati in maniera schizofrenica, rincorrendo gli umori di un’opinione pubblica totalmente a digiuno di questi temi, e soffocata da un baccano mediatico frastornante cui prende parte un folto numero di nuovi ‘esperti’ di difesa.  

La verità è che la nostra società non é pronta a un dibattito di questo tipo. Per troppi anni questo Paese non si occupato in maniera seria di questioni militari. Non lo ha fatto il mondo della ricerca (think tank e università) – con alcune pregevoli eccezioni –, il quale ha smesso seriamente di occuparsi di questi temi quando è finita la Guerra fredda. E non lo ha fatto la politica, che si è disinteressata delle nostre Forze armate, se non quando ci si accorgeva che queste potevano essere utili per svolgere a basso costo qualche mansione ingrata, come coprire le buche delle strade, raccogliere qualche sacco della spazzatura, o sorvegliare l’accesso della metropolitana

Eppure, è proprio questa comunità di inesperti che è oggi chiamata a prendere le scelte più importanti. Data la competenza di chi deve decidere, il rischio che si sbagli è grande. È ancora più grande se si considera che molte delle scelte che si devono prendere avranno conseguenze di lungo periodo. La decisione – costosissima – di avviare la produzione di un nuovo carro vincola infatti il nostro strumento militare – e l’azienda che lo produce – non per quattro, ma potenzialmente per quarant’anni. Il rischio di sbagliare è grande e le conseguenze potenzialmente devastanti. 

Per mettere ordine in questo dibattito e consentire ai nostri decisori di prendere scelte perlomeno basate su una riflessione seria, occorre fare chiarezza su alcuni concetti fondamentali su cui si deve basare la discussione sul nuovo impianto di sicurezza da dare al nostro Paese. 

La minaccia

Il primo elemento da definire è la minaccia. Stabilire con precisione quale sia la minaccia che incombe sull’Italia è cruciale perché è da questa definizione che deriva la definizione dei requisiti della nostra politica militare. Da cosa dobbiamo difenderci? Dall’invasione della Russia? Dal terrorismo? Dall’instabilità dei nostri vicini? Da tutte queste minacce assieme? E in quale ordine? Si tratta di domande cruciali, alle quali tuttavia non siamo in grado di fornire una risposta chiara. A giugno 2022, in piena guerra russo-ucraina, il Ministero della Difesa ha pubblicato la Strategia di Difesa e Sicurezza per il Mediterraneo, un documento in cui si dichiarava che l’area “di prioritario interesse strategico nazionale” era il Mediterraneo Allargato. Quali sono le implicazioni di questa affermazione? Bisogna dunque dedurre che le nostre Forze armate devono essere strutturate primariamente per operare in quest’area? Se fosse così, i requisiti da soddisfare per rendere il nostro strumento militare efficace in questo contesto sarebbero probabilmente diversi da quelli necessari a renderlo efficace in un contesto come quello che caratterizza l’Europa orientale. D’altronde, le nostre Forze armate non possono fare tutto, benché molti ritengano il contrario

Una volta definita la minaccia, poi, occorre definire le modalità con le quali si intende farvi fronte. Se decidiamo che il pericolo principale per la nostra sicurezza è un’invasione militare da parte della Russia – cosa su cui è lecito sollevare più di qualche dubbio – qual è il modo in cui l’Italia intende farvi fronte? Tale scelta solleva interrogativi molto complessi, perché impone chiaramente considerazioni riguardanti le relazioni tra l’Italia e i suoi alleati. Tuttavia, la complessità della questione non giustifica la presa di decisioni affrettate o stabilite in base a giudizi non ben ponderati e frutto di un dibattito condotto con serietà. 

Entrambi gli elementi discussi, cioè la definizione dello spettro delle minaccia e delle modalità che l’Italia intende adottare per farvi fronte, sono cruciali per definire una politica militare efficace. Non si capisce come l’Italia possa sviluppare una politica militare che ci consenta di soddisfare le nostre esigenze di sicurezza, se non si ha un’idea chiara di quali siano queste esigenze. La politica militare è strutturata in funzione degli obiettivi indicati dal livello politico. Se questi obiettivi non sono indicati con chiarezza, ogni euro messo nel bilancio della difesa rischia di essere sprecato. Tali obiettivi dovrebbero essere ben delineati in un documento pubblico, una Strategia di Sicurezza Nazionale. Elaborare questo documento è certamente uno sforzo complesso, perché richiederebbe un importante consenso politico, cosa estremamente rara nel nostro Paese. Tuttavia, rinunciare a questo esercizio significa complicare ulteriormente il processo di definizione degli obiettivi della politica militare. 

La politica militare

Una volta definito chi è il nemico e come va affrontato, allora bisogna verificare se la nostra politica militare è adeguata a soddisfare i requisiti delineati dal livello politico. Volendo semplificare, la politica militare si può considerare come composta da tre elementi: il bilancio, l’organizzazione delle forze, e l’impiego delle forze. Oggi il dibattito è totalmente spostato sul tema del bilancio – inevitabilmente, dato che può sembrare un elemento relativamente semplice da analizzare. Molti fanno notare che la spesa militare italiana è insufficiente e ritengono che bisognerebbe innalzare il livello del nostro bilancio. Come spiegato, questa scelta è condivisibile solamente se derivante da due processi: un processo di riflessione strategica che indichi come priorità primaria per l’Italia una minaccia che le nostre Forze armate devono saper affrontare, ma per i quali esse non possiedono attualmente le capacità necessarie per farlo con efficacia; un processo di analisi della politica militare che indichi nella ristrettezza delle risorse il più importante limite allo sviluppo di queste capacità. Sul primo processo si è già discusso: l’Italia non ha definito con chiarezza né quali sono le minacce alla sua sicurezza né quali sono le modalità per farvi fronte. Ad oggi, infatti, in Italia l’aumento del bilancio è considerato urgente soprattutto perché inadeguato a soddisfare le pressanti richieste della NATO, e non per altri motivi. 

Venendo al secondo processo, quello dell’analisi dei deficit della politica militare, non è affatto detto che questi si risolvano con un aumento delle spese. Molto spesso, l’efficacia è inibita da problemi che rientrano nelle categorie dell’organizzazione e dell’impiego delle forze. In primo luogo, dando per scontato che l’Italia ritenga seriamente di dover affrontare una minaccia che impone lo sviluppo di capacità militari che consentono alle nostre Forze armate di condurre con efficacia attività di combattimento – assunto alquanto discutibile –, sia esso in un contesto di guerra o meno, molte delle modifiche che soddisfarebbero questo requisito non richiedono necessariamente aumenti di spesa miliardari. Tra queste rientrano senza dubbio iniziative volte a svecchiare il personale in servizio, che oggi ha raggiunto un’età media eccessiva, superiore a 40 anni; a realizzare poligoni che consentano di impiegare in maniera realistica tutti i sistemi d’arma delle nostre Forze armate – ci sono regioni in cui determinati sistemi d’arma non possono essere impiegati –; soprattutto, a farla finita di impiegare i nostri militari per svolgere le più ingrate mansioni di pubblica sicurezza, attività deprofessionalizzanti, tipiche di Paesi sottosviluppati, che incidono gravemente sull’addestramento al combattimento, sviliscono i nostri militari e quindi riducono l’efficacia dello strumento militare. 

In secondo luogo, l’aumento delle spese incrementerebbe l’efficacia in combattimento delle nostre Forze armate – assumendo, ancora una volta, che questo sia un obiettivo reale – solo se questo incremento fosse prioritariamente assegnato a riequilibrare lo sbilanciamento della spesa italiana, e non solamente a finanziare l’industria militare. L’Italia, siccome spende poco, spende male. La spesa militare italiana è infatti sbilanciata in maniera gravissima a favore del personale e degli investimenti, penalizzando l’esercizio. L’incremento della spesa, dunque, deve essere diretto primariamente a rivitalizzare l’addestramento delle nostre unità. Senza fondi sufficienti, i nostri mezzi restano in magazzino a prendere polvere, mentre i soldati giocano a carte.

Le relazioni civili-militari

Il terzo fondamentale elemento da definire con chiarezza nel dibattito è il modello di relazioni civili-militari che si vuole dare al nostro Paese. La capacità delle Forze armate di soddisfare gli obiettivi identificati dalla politica e derivanti dall’analisi della minaccia dipende in primo luogo dalla natura del rapporto esistente tra le Forze armate e la società. Se si cambiano i requisiti che si richiedono ai nostri militari, occorre cambiare anche il rapporto esistente tra i nostri militari e la società di cui essi fanno parte. L’Italia può aumentare il bilancio quanto vuole, ma se gli italiani con cambiano atteggiamento nei confronti delle Forze armate, difficilmente questo bilancio si tradurrà in maggiore efficacia. Anzi, con ogni probabilità non sarà un bilancio sostenibile nel tempo.

Le Forze armate restano un’organizzazione poco rilevante nella nostra società: lontana dai cittadini, troppo poco conosciuta – specialmente nelle regioni settentrionali, meno in quelle meridionali –, raramente oggetto di studio. La maggior parte degli italiani sostiene le Forze armate, ma non sembra avere grande voglia di arruolarsi – se non per motivi economici – né ha un’idea chiara di cosa esse siano e di cosa esse abbiano bisogno. La ricerca scientifica – in America, perché in Italia si è smesso di farla – ha dimostrato con chiarezza che un incremento della conoscenza delle Forze armate giova ad esse sotto molteplici aspetti, dal reclutamento alla fiducia, fino al supporto per le spese militari. Non si può pensare di rafforzare il nostro strumento militare se non si rafforzano anche i suoi legami con la società. E non si può pensare di attirare più reclute semplicemente offrendole più denaro: il mestiere del militare richiede sacrifici che possono essere accettati solamente se chi li affronta è mosso da una motivazione molto più grande che il semplice interesse economico, altra ipotesi ampiamente verificata dalla ricerca scientifica. 

Per sanare questo rapporto occorre agire tramite iniziative che avvicinino la nostra società alle Forze armate. Occorre investire sulla ricerca, attività cruciale che consente agli italiani di conoscere meglio i propri militari e ai militari di conoscere meglio i propri difetti. Occorre favorire iniziative volte a promuovere un maggiore contatto tra popolazione e Forze armate. Un contatto che non deve mascherare la reale natura dei nostri militari, nascondendone la vera funzione – che non è solo condurre operazioni di combattimento, ma anche prepararsi a condurle – ma che li mostri per quello che sono, ovvero dei professionisti specializzati nell’esercizio della violenza organizzata. Occorre anche valutare la possibilità di consentire ai cittadini italiani di vivere un’esperienza militare di breve durata senza che venga compromesso il loro futuro, immaginando soluzioni che offrano un incentivo anche ai giovani degli strati sociali più agiati la possibilità di offrire il proprio servizio per un breve periodo, come d’altronde avviene in numerosi Paesi. In questo senso, la riforma della riserva può essere un utile strumento. 

Definire con chiarezza la minaccia e le modalità tramite i quali si intende farvi fronte, impostare una politica militare aderente agli obiettivi derivanti da queste definizioni, e soprattutto ragionare sulla creazione di un modello di relazioni civili-militari che renda sostenibile questa politica. Queste sono le basi da cui deve partire il dibattito che deve inspirare i nostri leader nelle scelte che devono prendere in questo delicato periodo. Altrimenti rischiamo di prendere scelte sbagliate, o ancora peggio imposte dall’esterno, che finiscono per ridurre, invece che aumentare, il livello di sicurezza del nostro Paese.