A pochissimi giorni dallo sventato attentato a Butler, in Pennsylvania, Donald Trump ha candidato come suo vice per il ticket alla Casa Bianca J.D. Vance, ufficializzandolo alla convention repubblicana nel Milwaukee
Il senatore dell’Ohio, classe ’84, ex marine e marito di un’avvocatessa originaria dell’India, padre di tre figli, si è fatto portavoce di quella che, con fare un po’ paternalistico, viene spesso definita l’America “profonda”, quella parte di Stato che lui stesso rivendica con orgoglio nel libro che lo ha reso famoso, “Hillbilly Elegy” (edito in Italia da Garzanti col titolo “Elegia Americana”). Nel suo discorso, che ricalca il sentiero politico e sociale tracciato proprio nel libro, si mettono in evidenza gli elementi di un’appartenenza culturale per noi europei di difficile comprensione, ma che hanno un profondissimo radicamento negli Stati Uniti. Fa leva su un sentimento di appartenenza, anzitutto locale, che sfugge anche alle nostre consuete categorie politiche.
La Hillbilly Highway, richiamata anche nel discorso di stanotte, è infatti quell’autostrada coincidente con quei flussi migratori interni che portavano i membri della classe operaia della regione degli Appalachi (compreso il Kentucky, da dove proviene Vance) verso gli Stati vicini più industrializzati, potendo così realizzare il sogno americano di un lavoro stabile e di un benessere garantito, anche per i ceti di partenza meno abbienti. Quella che attraversa il libro e che viene evocata dal senatore dell’Ohio, è una geografia interna, che sfugge ai nostri occhi, fatta di forte identità regionale, di un senso di legame famigliare e alle origini scozzesi e irlandesi orgogliosamente richiamate nel testo, di un american dream che sembra essere svanito negli ultimi 30 anni e che ha visto protagonista inconsapevole proprio la generazione di Vance.
La questione economica e della deindustrializzazione, che ha progressivamente colpito proprio la Rust-Belt (una volta Steel-Belt, divenuta arrugginita con la deindustrializzazione), risulta infatti cruciale nella proposta politica del designato vice-Trump. È con la crisi della produzione industriale che infatti il tessuto urbano di quel pezzo di America si trasforma, innescando al contempo una crisi sociale che permea tutto il suo libro e il discorso di stanotte. Nel libro, quest’aspetto è reso evidentissimo dalla descrizione di paesaggi urbani desolati e che trasudano disperazione, non più vitali per via della crisi economica, della delocalizzazione e dell’impoverimento del comparto industriale che in Elegia Americana viene rappresentato dalla Armco. La crisi industriale e urbana, quasi senza soluzione di continuità, si ripercuote su quella sociale e famigliare, tanto che non casualmente anche ieri notte ha rivolto un saluto alle mamme single come la sua, richiamandosi altresì all’enorme tema della diffusione delle droghe e dell’alcolismo, di cui era vittima anche sua madre.
Il tema della crisi industriale emerge quasi come un grido disperato per un’America che non esiste più, fatta di una forte identità nazionale che collima con quella industriale e artigianale. Si evince dalle sue parole, sia scritte sia dette pubblicamente, un senso di smarrimento e di vera e propria nostalgia per i fulcri dell’impianto economico e sociale americano oramai perduti: ed è su questi sentimenti che gioca le sue carte, per far leva su un possibile rilancio americano, scontrandosi apertamente con l’attuale amministrazione democratica.
Si scaglia infatti contro Joe Biden, proponendo un parallelismo tra la sua vita personale e quella del politico “di professione”, simbolo a suo dire di una classe politica rea di aver smantellato il sogno americano, l’industria automobilistica e l’artigianato USA. “Joe Biden è un politico a Washington da più tempo di quanto io sia vivo. Trentanove anni. Kamala Harris non è molto più indietro”. E ancora: “quando ero all’ultimo anno di liceo, lo stesso Joe Biden sostenne la disastrosa invasione dell’Iraq”.

Le questioni di politica estera emergono quasi esclusivamente nel loro inevitabile legame con l’economia interna e sulle conseguenze in termini di capacità di spesa dei taxpayers americani e d’inflazione: proprio alla convention repubblicana ha ribadito che “molte delle persone con cui sono cresciuto non possono permettersi di pagare di più per la spesa, di più per la benzina, di più per l’affitto”. Alcuni giornali rimarcato le invettive contro la Cina: il senatore si è sì scagliato contro il colosso asiatico, ma in un più ampio discorso che riguardava anzitutto le politiche economiche delle precedenti amministrazioni, che ne hanno favorito la classe media proprio a discapito di quella statunitense.
L’altro grande tema che emerge, cruciale nell’attuale dibattito americano, tanto da indurre alcuni Stati a minare l’unità nazionale evocando maggiori poteri decentralizzati, è quello dell’immigrazione irregolare. Vance ha sottolineato a questo proposito quanto l’immigrazione abbia non solo avuto effetti in termini di concorrenza sleale ma anche sull’identità multiculturale americana, minata dal venir meno della rule of law quale garanzia della convivenza pacifica e delle possibilità per tutti. In particolare, ha voluto toccare le corde sensibili della sicurezza riferendosi agli effetti degli accordi NAFTA di libero scambio col Messico, che, a suo dire, avrebbero favorito l’ingresso di clandestini dal Sud America.
Trump ha deciso non casualmente di investire il giovane politico di un ruolo che strategicamente appare ancor più rilevante dopo il fallito attentato. Si configura, infatti, un assetto interno al Partito Repubblicano più solidamente nelle mani del tycoon rispetto al passato, riuscendo anche a compattare sotto l’egida del GOP quelle frange che hanno visto in Trump, anche durante la sua presidenza, un sostanziale outsider della politica americana. Con Vance, i riferimenti politici si rendono ancor più manifesti: tutto il suo discorso è stato imperniato attorno ai temi-chiave di Trump, anzitutto quel Make America Great Again che è ormai il marchio di fabbrica del magnate e poi sul tentativo di ripristinare il benessere americano, fatto di forza lavoro e tessuto industriale.
Nella prospettiva di un nuovo quadriennio targato Trump-Vance, dunque, il focus è tutto sul recupero della capacità di acquisto dei cittadini statunitensi, di un rinnovato senso d’identità nazionale – che proprio sull’immigrazione regolare si è basato – sul ritorno al tema dell’interesse nazionale e sul ridimensionamento dell’impegno bellico all’estero. Non è un caso che la questione militare, l’impegno nell’Alleanza Atlantica, gli scenari geopolitici che vedono impegnati gli Usa – anzitutto nel supporto all’Ucraina e poi, con più reticenze, al fianco di Israele – non abbiano di fatto trovato spazio nel discorso alla convention. Non vi è dubbio, però, che quest’aspetto, unitamente all’incontro tra Trump e Orbán volto a definire un quadro di avvicinamento tra Zelensky e Putin, induce a riflettere sulle conseguenze di un’eventuale elezione del duo repubblicano sullo scenario internazionale, mentre l’UE è alle prese proprio in queste ore con la definizione degli assetti interni e le relative turbolenze politiche.

