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Nuovo ordine tecnologico: il controllo sulle big tech cinesi e il caso Jack Ma

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La scomparsa per dodici mesi del meteorico fondatore di Alibaba, Jack Ma, è soltanto l’aspetto più evidente e cinematografico di ciò che sta accadendo negli ultimi tempi al settore delle “big tech” cinesi. Una valanga regolatoria ha schiacciato i colossi tecnologici, riportando lo Stato alle redini del mercato. Secondo i vertici del Partito Comunista, la crescita trainata dall’economia digitale va indirizzata in binari ben precisi per evitare che il treno stesso finisca fuori dai binari.

L’ingerenza delle autorità cinesi in ambito digitale non è certo una novità, come certifica l’imponente numero di piattaforme e siti web il cui accesso non è consentito all’interno dei confini nazionali. L’opera di interferenza, soprannominata ironicamente The Great Firewall, prende di mira soprattutto piattaforme straniere e di natura privata. Nonostante questa eccezionale attenzione nei confronti dell’online, nessuno si sognerebbe però di ignorare la spinta fondamentale che il settore tecnologico ha apportato di recente in termini di crescita, occupazione, e prosperità; “prosperità” è la parola chiave che funge da cardine alla nuova filosofia politica lanciata da Xi Jinping, e il governo di Pechino sa bene quanto abbiano contribuito le grandi aziende della tecnologia in questo senso. Per anni, il settore ha goduto di una speciale “noncuranza” da parte del governo centrale, il quale permetteva ai colossi nascenti di agire sul mercato con una libertà mai concessa prima. Lo straordinario debutto di Alibaba sulla borsa newyorchese del 2014 era stato un vero proprio atto simbolico, una bandiera piantata sull’isola del tesoro, un momento di assoluta fiducia in cui il Dragone già raggiungeva gran parte del mercato globale con i suoi prodotti e servizi. Tutto ciò era possibile anche grazie alla taglia raggiunta dai grandi attori cinesi, dimensioni di monopolio che il governo permetteva in modo da garantire ai propri “campioni” una maggiore competitività sul mercato internazionale. Con il passare del tempo, però, mentre l’economia e il prestigio della Cina crescevano a dismisura, le autorità cominciavano a temere la crescita strabordante delle big tech e a riconoscere contemporaneamente l’importanza di una nuova importante risorsa: i dati. Già in Occidente l’attenzione verso i dati degli utenti aveva scosso le grandi piattaforme digitali, che per anni ne avevano disposto come preferivano; i dati non servivano soltanto a scandagliare il mercato e massimizzare i profitti, ma permettevano una maggiore intrusione nella vita privata dei cittadini, nelle loro abitudini e intenzioni, nel loro passato e orientamento politico. In un paese come la Cina, in cui si ritiene che la stabilità politica sia imprescindibile dal controllo capillare dei comportamenti individuali e collettivi, questo tipo di informazioni ha un valore inestimabile: Alibaba, Tencent (Wechat), e altri giganti del settore dovevano essere monitorati perché non impiegassero nel modo sbagliato questa inedita risorsa, ma al tempo stesso potevano essere spremuti come una miniera d’oro da cui estrarre i dati degli utenti ad uso e consumo delle autorità regolatorie.

Jack Ma, capro espiatorio

Da un certo punto di vista, Jack Ma (Mă Yún 马云) sembra svolgere il ruolo di capro espiatorio – o agnello sacrificale – dalla cui esperienza cui tutti gli altri tycoon dovranno desumere il comportamento consono da tenere. Fra i tanti miliardari che nel corso degli anni sono riusciti a crearsi uno spazio di influenza nella rigida architettura del paese totalitario, Jack Ma è senza dubbio quello più in vista e più agli antipodi della dottrina politica del Partito. Avendo più volte criticato l’operato delle banche cinesi, i cui prestiti si incanalano in direzioni prevalentemente politiche indicate dalla Banca Centrale, il fondatore di Alibaba è riuscito a sfidare il governo centrale e ad attrarre investimenti anche da grandi attori giapponesi e americani, imponendo la propria immagine di imprenditore illuminato sia in patria che all’estero in una dimensione che risultava sempre più scomoda alle autorità cinesi, da sempre molto attente al controllo dell’opinione pubblica. L’ascesa di Xi Jinping ha implicato una nuova postura di Pechino nei confronti della politica interna, con l’etica socialista che viene più e più volte ribadita a prescindere dall’evoluzione del mercato. Sebbene Jack Ma non sia stato sempre inviso al Partito, la scelta di sanzionarlo è senz’altro un modo molto cinese di avvertire i suoi omologhi sul rischio di diventare troppo visibili o influenti, secondo il vecchio adagio “ammazza il pollo per spaventare le scimmie” (“杀鸡儆猴”, dal Libro dei mutamenti, o I Ching). Il fatto che la scelta sia ricaduta proprio su Alibaba piuttosto che su un’azienda più piccola, nonostante la sua montagna di azionisti e di servizi correlati, è un segno inequivocabile di tale proponimento.

La sanzione in oggetto si è manifestata nella scelta di sospendere la quotazione di Ant Group (il braccio fintech di Alibaba) sulla borsa di Shanghai, la cui offerta iniziale di 37 miliardi di dollari avrebbe segnato un nuovo incredibile record. Ciò accadeva all’inizio di novembre 2020, nonostante la Commissione Regolatoria avesse già approvato la quotazione, e mentre Jack Ma continuava a lanciare stoccate alle linee guida governative che si susseguivano una dopo l’altra nel corso dei mesi, e che secondo lui rappresentavano un attacco diretto al suo modello di business. Il vettore Ant Group di Alibaba aveva sbancato il botteghino grazie soprattutto alla microfinanza, attività che secondo Ma veniva resa sempre più difficoltosa dalle nuove regole, le quali imponevano un tetto massimo all’attività di micro-prestiti offerta dal gruppo. Dopo la sospensione della quotazione, estemporanea e ordinata a quanto pare dai massimi vertici del Partito, il fondatore di Alibaba è sparito nel nulla, ritirandosi apparentemente a vita privata.

Nel frattempo, anche l’applicazione di pagamento Alipay (forse l’attività più identificativa del gruppo, con 700 milioni di utenti attivi) è ugualmente finita sotto lo scrutinio delle autorità, stavolta per questioni di gestione e raccolta dei dati degli utenti. L’indagine ha coinvolto tutte le principali big tech fornitrici di tali prodotti, come Tencent (WeChat), Baidu, Huawei, Xiaomi, e altre, dimostrando che a destare preoccupazione nel governo è un intero ecosistema giudicato ormai potenzialmente rischioso. Il vero nemico da contrastare è il modello di business che ha permesso a questi giganti di crescere oltre ogni misura, ovvero la capacità di ospitare sotto il proprio ombrello un gran numero di applicazioni data-driven per i più svariati utilizzi, alle quali è possibile accedere rapidamente con un unico profilo utente. Con la sola applicazione di Alibaba si può effettuare un pagamento istantaneo, trasferire denaro, sottoscrivere un programma di microcredito, chattare, chiamare un taxi, indentificarsi per usufruire dei servizi pubblici e acquistare beni di ogni tipo, dai biglietti del treno all’appuntamento dal parrucchiere. La strategia di introdurre “mini programmi” creati da terze parti all’interno di una “super app” contenitore, lanciata inizialmente da Tencent (WeChat) nel 2017, è stata poi adottata via via da tutti gli altri protagonisti del settore, tanto che ognuno di questi ospita attualmente servizi equivalenti e fra loro sovrapponibili. Di base, la gigantesca mole di dati raccolta ogniqualvolta gli utenti accedono a un servizio viene sfruttata per migliorare ed ampliare il proprio raggio d’azione, espandendosi su altri settori e immagazzinando così sempre più dati degli utenti, in un circolo virtuoso che porta inevitabilmente a un regime di monopolio o di concorrenza monopolistica.

Il ritorno del Partito, controllo e cybersecurity

Dopo un lungo letargo di studio e valutazione, il governo di Pechino ha infine fatto ritorno sulla scena per ridimensionare al momento opportuno la crescita mostruosa dei suoi campioni nazionali. In corrispondenza della quotazione di Alibaba sulla borsa di Shanghai, gli organismi di controllo avevano già cominciato a stringere la morsa su diverse attività del business online, specialmente sulle trasmissioni in streaming, spesso utilizzate come canali di promozione e vendita per le festività o il Black Friday cinese (11 novembre): secondo il nuovo regolamento emanato specificatamente per queste attività, le piattaforme dovranno imporre a tutti gli streamer di registrarsi con i propri nomi reali, effettuare una maggiore opera di censura, eccetera. Al di là delle trasmissioni in streaming, però, appare ormai chiaro che la crescita esponenziale degli strumenti di produzione e diffusione di contenuti sviluppati dalle aziende tech (non da ultimo l’aggregazione di notizie e le onnipresenti funzioni social che animano ogni singola piattaforma) rendono ormai impossibile il controllo dei contenuti da parte delle autorità, le quali vedono come unica soluzione il limitare l’espansione delle aziende monopolistiche. Un documento di 22 pagine rilasciato a fine 2020 indica nuove linee guida da seguire in ambito antitrust, e garantisce ai regolatori più discrezionalità nel valutare eventuali trasgressioni delle aziende tecnologiche: per avviare un’indagine basterà infatti provare che una certa attività abbia danneggiato l’interesse dei consumatori, in un qualsiasi modo fra cui la vendita sottocosto e la variazione del prezzo in base al profilo e alle preferenze degli utenti (torna il focus sulla gestione dei dati raccolti). Il peso di certe limitazioni risulta più evidente quando si considera ad esempio che il fatturato di Alibaba nella sua sola veste commerciale – escludendo quindi i servizi finanziari di Ant Group – dipende per il 75% dal vendite retail nella Cina continentale, per circa settanta miliardi di euro (fonte: Statista.com).

Il primo novembre scorso è entrata in vigore anche la nuova legge sulla protezione delle informazioni personali, discussa in agosto dal Comitato Centrale ed evidentemente scaturita dalla questione legata alla raccolta dei dati. Qualche giorno dopo, in occasione dell’ultimo Black Friday cinese, il Ministero dell’informatica (MIIT) ha convocato le big tech per sensibilizzarle ed esortarle a non inondare i propri utenti di messaggi promozionali personalizzati dagli algoritmi in base alle loro preferenze. Già nell’estate del 2021 le manovre del governo avevano cominciato a fare leva sulla parola chiave “cybersecurity”: un crescendo di provvedimenti ha visto le autorità regolatorie dotarsi della capacità di sospendere una quotazione in borsa se l’azienda in questione non supera i requisti di cybersicurezza, un vero colpo di grazia nei confronti del settore privato; lo scrutinio riguarda le aziende che contano almeno un milione di utenti attivi, il che include potenzialmente tutte le aziende cinesi. Nel quattordicesimo piano quinquennale per l’informatizzazione del paese rilasciato lo scorso 27 dicembre, Pechino spinge per una digitalizzazione massiccia e controllata entro il 2025, facendo particolarmente attenzione alle “catene di valore, di industria, e di innovazione”. Un paio di mesi prima, l’attenzione delle agenzie pubbliche si era riversata sulla nozione di “metaverso”, concetto caro a Facebook ma ugualmente solleticato dalle big tech cinesi, con le varie Tencent, Baidu, e Alibaba che hanno già rilasciato diversi marchi assimilabili a tale progetto.

La sfida del nuovo ordine tecnologico

Da un certo punto di vista, la natura pervasiva dei servizi gestiti dalle big tech rappresenta un potenziale straordinario per il governo centrale, come dimostrato ad esempio nel corso dell’epidemia di Covid-19, quando il codice QR di WeChat già in possesso della stragrande maggioranza dei cittadini è stato adattato a pass identificativo nell’operazione di tracciamento del virus. Non c’è dubbio però che l’eccezionale dimensione raggiunta dai colossi tech stia ormai destabilizzando la capacità di controllo del Partito, per il quale non è più auspicabile mantere un mercato interno in regime di monopolio. La grande sfida che la Cina si trova ad affrontare riguarda proprio il capitale privato, con il quale Pechino ha sempre avuto una relazione complicata, e che vuole ora reprimere senza però rinunciare alla spinta creatrice da esso offerta.

Circa un anno dopo la sospensione della quotazione di Alibaba, il fondatore Jack Ma è ripparso a Hong Kong lo scorso ottobre, senza rilasciare particolari dichiarazioni. Nei dodici mesi passati in seguito alla sua scomparsa, l’impero digitale di Alibaba è stato colpito e irretito dalle autorità cinesi in tutti i suoi variegati comparti, andando in primo luogo a minare il rivoluzionario modello di business che condivide con le altre big del settore, e che rappresenta un rischio sistemico per l’economia cinese pur essendone al tempo stesso l’indiscutibile locomotiva.A fine agosto un’altra operazione di crackdown era partita dall’organismo preposto con l’obiettivo di ridimensionare la tendenza online del culto delle celebrità, fenomeno esploso durante l’epidemia di Covid-19. Anche se non sembra avere nulla a che fare con il caso Jack Ma, non bisogna ignorare i risvolti di una tale operazione su una figura meteorica come la sua (un vero e proprio influencer e guru), che si va a sommare alle tante prese di posizione che negli ultimi anni hanno caratterizzato la postura interna di Pechino. Sotto la guida di Xi Jinping, confermata dall’ultimo Plenum del partito comunista, lo stato centrale si fa sempre più leader e garante dello slancio cinese verso un futuro di prosperità e crescita qualitativa. Nell’osseravare gli sviluppi recenti, non si può certo fare riferimento alle vecchie formulazioni maoiste che volevano ossessivamente il partito alle redini di qualsiasi attività sociale e produttiva; tuttavia, quanto sta succedendo in ambito tech e finanziario lascia intendere una chiara direzione intrapresa dalle autorità, fondata sulla convinzione che in un sistema gigantesco e dinamico come quello cinese le varie leggi e linee guida non hanno alcun effetto senza una solida architettura di controllo e tracciamento.

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