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TematicheCina e Indo-PacificoLa Cina a zero emissioni: geopolitica del green

La Cina a zero emissioni: geopolitica del green

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Secondo quanto disposto dall’ultimo piano quinquennale, promulgato proprio all’inizio di marzo 2021, la Cina si impegnerà in una vera e propria rivoluzione “green”: dopo aver raggiunto l’apice delle sue emissioni di gas serra prima del 2030, il paese proseguirà poi su un percorso di decarbonizzazione che lo trasformerà, entro il 2060, in un’economia a zero emissioni. 

Questo ambizioso obiettivo era già stato presentato dal presidente Xi Jinping lo scorso settembre, in occasione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. La Cina è anche il paese che inquina di più, costituendo al momento il 27-28% delle emissioni globali, ovvero quasi il doppio rispetto al secondo classificato, gli Stati Uniti; il fatto che, all’inizio del XXI secolo, le emissioni cinesi ammontavano a solo la metà di quelle americane (che hanno mantenuto nel tempo un output relativamente stabile), è di per sé indice della mostruosa crescita del Dragone. Una volta raggiunto il famigerato apice, la tabella di marcia cinese prevederà un calo delle emissioni pari al 20% entro il 2035, che arriverà fino al 70% nel 2050, scomparendo poi del tutto prima del 2060, quando il fabbisogno energetico nazionale dipenderà sostanzialmente da fonti rinnovabili.

La dichiarazione di un tale obiettivo, in un momento storico in cui le emissioni sono ancora in forte crescita, rappresenta senz’altro una mossa audace da parte di Pechino, e quantomai tempestiva nell’anticipare gli impegni successivi dei suoi più acerrimi rivali. Infatti, mentre l’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi ad opera di Donald Trump aveva significativamente svuotato l’arena geopolitica, l’elezione di Joe Biden minaccia di rimettere in gioco uno sfidante assai scomodo nella corsa all’economia green. Benché la decarbonizzazione sia un traguardo in apparenza comune a tutte le parti in causa – come, d’altra parte, la vittoria sul Covid-19 – il peso mediatico attribuito a queste tematiche la rende di fatto un ulteriore campo di battaglia su cui confrontarsi e, eventualmente, primeggiare sui propri avversari.

Non è un caso che, dopo la promessa cinese, anche il Giappone abbia annunciato un’iniziativa speculare, impegnandosi a raggiungere il traguardo delle zero emissioni entro il 2050, seguito a ruota dalla Corea del Sud. Il Green New Deal europeo rappresenta ugualmente una presa di posizione drastica, specialmente per quanto concerne la relazione dei paesi UE con i propri fornitori di combustibili fossili (la Russia innanzitutto), relazione che verrà ridefinita sulla base di una specifica serie di criteri. Da una parte, la potenziale concorrenza fra Cina e Stati Uniti potrebbe a tutti gli effetti rivelarsi positiva in termini strettamente pratici: i due giganti andrebbero a trascinare nella propria scia paesi più piccoli altrimenti poco interessati alle questioni ecologiche, nonché fornire migliori strumenti alla lotta contro il cambiamento climatico grazie alla loro smisurata capacità di ricerca. Come spesso accade, le azioni di Washington sono fortemente influenzate dalla politica interna, con l’esecutivo che va di volta in volta a rispondere alle priorità dei gruppi sociali che lo hanno sostenuto. Benché questa tendenza abbia raggiunto l’apice con la presidenza Trump, di certo neanche l’attuale amministrazione Democratica può permettersi di ignorare le sollecitazioni del proprio bacino elettorale. Ecco allora che la spinta di Biden si rafforza con il sostegno dei governi locali, come si è visto negli episodi della California – proibite le vendite di auto a benzina dal 2035 – e del boom delle centrali eoliche offshore sulla costa atlantica.

Da questo punto di vista, Pechino può avvalersi di un vantaggio programmatico, andando a pianificare politiche decennali senza doversi preoccupare che eventuali cambi di amministrazione possano inficiare le sue strategie a lungo termine. Per la Cina, in realtà, va considerata non tanto la politica interna, quanto la necessità precauzionale di ridurre l’inquinamento ambientale: conoscendo l’entità del danno che le emissioni causano in primo luogo all’ecosistema cinese, e quindi alla qualità della vita degli abitanti, la classe dirigente non può permettersi di mantenere inalterate certe politiche industriali che condurrebbero inevitabilmente il proprio paese al disastro ambientale. Sdoganato il tabù dell’eco-friendly come sinonimo di freno economico, la Cina guarda ora alla decarbonizzazione come un’opportunità insostituibile per lo sviluppo tecnologico e la coesione sociale.

Nel prendere di petto la questione climatica, Pechino ha recentemente schierato tra le proprie fila anche la banca centrale, estendendo la posta in gioco al settore della “green finance”. Benché il campo d’azione del nuovo player non sia ancora stato spiegato in dettaglio, si possono presupporre degli incentivi fiscali per chi investe nella riduzione delle emissioni, oppure prestiti a condizioni favorevoli per progetti di transizione ecologica. In ogni caso, si tratta questo di un segnale, in primis, che anche per istanze innovative e mai affrontate prima, il timone resta saldamente nelle mani della banca centrale – e quindi del governo; non a caso, i rischi legati al cambiamento climatico sono stati integrati nel nuovo quadro di politica macroprudenziale per la stabilità finanziaria, che include perfino l’istituzione di zone speciali per testare i progetti di green finance, quasi un richiamo alle zone economiche speciali di denghiana memoria.

Punti deboli della strategia cinese

Nonostante già in passato la Cina abbia dimostrato straordinarie capacità di aderire agli obiettivi prefissati, molti dubbi permangono circa la reale possibilità di abbandonare il carbon fossile. Al paese asiatico viene attribuita circa la metà del consumo globale di carbone, e molti indizi suggeriscono che questa tendenza non subirà sostanziali cambiamenti, almeno per il momento: l’instabilità geopolitica che continua ad affliggere il Medio Oriente, per esempio, suggerisce una sempre minore dipendenza dal petrolio (che entra in Cina per il 45% dai paesi del Golfo), e un necessario affidamento sul carbone; Pechino non potrà altresì negare l’utilizzo del carbone alle polverose province della Cina interna, le più colpite dalla paralisi epidemica del 2020, che tradizionalmente dipendono dal fossile per alimentare la propria economia e mantenersi al passo con le dinamiche città costiere. Sull’economia cinese pesa in modo determinante la sua inclinazione energivora, e benché una forte componente agricola caratterizzi ancora vaste aree del paese, le emissioni nazionali in relazione al Prodotto interno lordo sono fra le più alte al mondo (per ogni mille dollari di PIL, la Cina emette circa una tonnellata di anidride carbonica, contro una media globale di 0,4 tonnellate). Pur trovandosi già in cima alle classifiche sia per la produzione che per il consumo di pannelli solari e turbine eoliche, dunque, il Dragone dovrà verosimilmente affrontare una sfida molto complessa nella lotta all’inquinamento.

A proposito della questione ecologica, anche il ruolo giocato dalle Nuove Vie della Seta (il mega progetto commerciale e infrastrutturale patrocinato da Xi Jinping) è stato ugualmente criticato da più parti: nelle diffuse dotazioni di centrali a carbone distribuite lungo tutto l’arco OBOR, dal Pakistan all’Africa subsahariana, molti vedono una progettualità ipocrita degli investimenti cinesi, che potrebbe anche risolversi con lo scaricare su consumatori esterni la vorace fame di carbone di una Cina sempre più green. In seconda battuta, altri dubbi etici sorgono attorno alla progressiva pratica della deforestazione nei paesi tropicali, con ingenti prestiti immessi dagli istituti di credito cinesi nel commercio dei beni ad essa legati (carta, gomma, olio di palma, soia). Questo genere di investimenti esteri, riconducibili direttamente all’apparato finanziario di Pechino, mal si conciliano con l’ambiziosa leadership nella lotta al cambiamento climatico. Ancora una volta, le aziende destinatarie dei prestiti non appesantiscono l’impronta della Cina in termini di inquinamento, poiché operano perlopiù verso paesi in via di sviluppo; non a caso, il sistema bancario cinese, oltre ad essere diventato da qualche tempo il più grande del mondo in termini di patrimonio, svolge anche il ruolo di primo creditore nel quadro finanziario delle varie economie emergenti.

Punti forti della strategia cinese

Non vale neanche la pena provare a calcolare il costo totale di questa impresa titanica (si parla di trilioni di dollari) ma, oltre che ad avere l’effettiva capacità di affrontare questa spesa, la Repubblica Popolare guadagnerebbe a lungo termine su una vasta gamma di aspetti, andando a tutti gli effetti a stimolare la propria economia tramite creazione di lavoro e progetti di ricerca, oltre a registrare un notevole risparmio dovuto alle migliori condizioni di vita e alla riduzione di disastri naturali (in primis le devastanti inondazioni del Fiume Azzurro). Il beneficio economico riguarda anche il lato prettamente commerciale: come primo produttore al mondo di batterie, il Dragone può fungere da fornitore ai tanti altri paesi che inseguono il traguardo delle zero emissioni; la Cina è anche il principale mercato mondiale per le auto elettriche, nonché una esuberante fucina di nuovi prodotti hi-tech. Ultimo, ma non meno importante, va tenuto in assoluta considerazione il guadagno politico, ovvero il vantaggio strategico di presentarsi agli occhi del mondo come fonte d’ispirazione nella lotta al cambiamento climatico.

Nonostante al livello pratico sia l’Unione Europea ad affrontare con maggior continuità il problema ecologico, e a imporsi dunque come standard-setter della diplomazia del green, la comunicazione placida e distaccata dei meccanismi comunitari risulta a conti fatti meno efficace delle roboanti dichiarazioni cinesi, che la superano nell’atto di catturare l’attenzione del grande pubblico e di lanciare un messaggio prettamente politico. Pechino è la star indiscussa del ventunesimo secolo e, cavalcando l’onda della sua fragorosa popolarità, si appresta a proporsi come baluardo a difesa del pianeta morente. Gli Stati Uniti dovranno forse approfittare del vantaggio sul breve termine per inseguire una magra vittoria d’immagine: la Cina, infatti, non ha ancora raggiunto l’apice delle proprie emissioni, che sono legate a doppio filo alla crescita economica; non a caso, nell’ultimo piano quinquennale non viene indicato un obiettivo di crescita preciso, segno che Pechino deve ancora temporeggiare con i proclami in modo da supportare per qualche anno ancora la sua spaventosa crescita ad alti livelli di inquinamento. Ecco allora che, dopo essere stati ufficialmente reintegrati nell’Accordo di Parigi, gli Stati Uniti del presidente Joe Biden hanno annunciato durante il Climate Summit dello scorso aprile di voler dimezzare le emissioni di gas ad effetto serra entro il 2030, all’insegna di una strategia più orientata sul breve termine e con un impatto più manifesto sull’opinione pubblica. Tuttavia, il vantaggio iniziale potrebbe presto dissiparsi: benché i paesi occidentali abbiano posto maggiore attenzione nel tempo alla questione climatica, il loro attuale investimento è insufficiente per reggere il passo degli obiettivi cinesi; i mille miliardi di euro stanziati per l’EU Green Deal lasciano fuori molti settori, come la ricerca e lo sviluppo, mentre l’impegno americano risente ancora dell’uscita dall’Accordo di Parigi, con numerosi gruppi sociali che ritengono svantaggiose le politiche di decarbonizzazione.

Conclusioni

Prefiggendosi l’obiettivo delle zero emissioni entro il 2060, Xi Jinping si prepara ad alzare la posta in palio e ad affrontare le potenze occidentali sul loro stesso piano, indirizzando la Repubblica Popolare Cinese verso una supremazia al tempo stesso tecnologica e diplomatica. La sfida per Pechino comincia in salita, vista la sua attuale dipendenza dai combustibili fossili, sia sul piano energetico, che su quello strettamente commerciale; tuttavia, un cambio di rotta porterebbe al paese asiatico anche sostanziali benefici, soprattutto in prospettiva occupazionale, nel campo degli investimenti ad alto contenuto tecnologico, e per il benessere stesso dei propri cittadini. In termini di politica interna, l’obiettivo del 2060 potrebbe in qualche modo rivelarsi utile al Partito per affrontare con più tranquillità l’altra grande pietra miliare di questo secolo, ovvero la realizzazione di una società “socialista” moderna, prospera, e armoniosa entro il 2049: con un obiettivo ancora più ambizioso fissato per il 2060, quello precedente viene in qualche modo ridimensionato e inserito in un più ampio progetto di sviluppo nazionale. 

Le mosse del Dragone negli ultimi anni hanno lasciato intuire una futura leadership cinese modellata sul multilateralismo e sulla legittimazione delle istituzioni sovranazionali, leadership che i fatti recenti sembrano confermare in modo definitivo; anche se la sconfitta di Trump alle elezioni del 2020 ha in qualche modo rallentato il precipitare degli eventi, un cambiamento d’inerzia nelle dinamiche della geopolitica del green sembra ormai piuttosto inverosimile.

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