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28/03/2026
Cina e Indo-Pacifico

La diga di Motuo e la geopolitica dell’acqua: tensioni strategiche tra India e Cina nella regione dell’Himalaya

di Giacomo Riccio

Il governo della Repubblica Popolare Cinese, a partire dagli anni ‘90 con l’inizio dei lavori di costruzione della Diga delle Tre Gole, ha elaborato un programma di sviluppo energetico volto a sfruttare a pieno le risorse idriche del Paese.Questa strategia ha fatto sì che le capacità idroelettriche della Cina crescessero vertiginosamente nel corso degli anni successivi, attestandosi a 319 GW complessivi nel 2015. La produzione energetica cinese si è andata diversificando nell’ultimo decennio, con lo sviluppo del settore fotovoltaico ed eolico. Nonostante ciò, la gestione delle risorse idriche, in particolare nelle aree transfrontaliere nella regione dell’Himalaya, continua a rappresentare uno dei principali interessi per la repubblica Popolare Cinese e una delle principali cause di tensione strategica con la Repubblica dell’India, culminata in un primo conflitto armato nel 1962. La disputa nasce da una profonda asimmetria nel controllo geografico dei bacini idrici: i principali sistemi fluviali dell’India settentrionale, primo fra tutti il bacino del Gange-Brahmaputra, hanno infatti origine nell’altopiano del Tibet, territorio sottoposto alla sovranità cinese. Tale configurazione garantisce a Pechino una posizione di vantaggio strategico sull’India con delle implicazioni rilevanti in termini di sicurezza idrica e di pianificazione infrastrutturale, ma anche sul piano dell’equilibrio geopolitico della regione e nei rapporti economici bilaterali tra i due Paesi.

Il governo della Repubblica Popolare Cinese, a partire dagli anni ‘90  con l’inizio dei lavori di costruzione della Diga delle Tre Gole, ha elaborato un programma di sviluppo energetico volto a sfruttare a pieno le risorse idriche del Paese.

Questa strategia ha fatto sì che le capacità idroelettriche della Cina crescessero vertiginosamente nel corso degli anni successivi, attestandosi a 319 GW complessivi nel 2015. 

La produzione energetica cinese si è andata diversificando nell’ultimo decennio, con lo sviluppo del settore fotovoltaico ed eolico. Nonostante ciò, la gestione delle risorse idriche, in particolare nelle aree transfrontaliere nella regione dell’Himalaya, continua a rappresentare uno dei principali interessi per la repubblica Popolare Cinese e una delle principali cause di tensione strategica con la Repubblica dell’India, culminata in un primo conflitto armato nel 1962. 

La disputa nasce da una profonda asimmetria nel controllo geografico dei bacini idrici: i principali sistemi fluviali dell’India settentrionale, primo fra tutti il bacino del Gange-Brahmaputra, hanno infatti origine nell’altopiano del Tibet, territorio sottoposto alla sovranità cinese. 

Tale configurazione garantisce a Pechino una posizione di vantaggio strategico sull’India con delle implicazioni rilevanti in termini di sicurezza idrica e di pianificazione infrastrutturale, ma anche sul piano dell’equilibrio geopolitico della regione e nei rapporti economici bilaterali tra i due Paesi. 

Il 19 luglio 2025 il premier cinese Li Qiang ha inaugurato, lungo il corso del fiume Yarlung Zangbo, l’inizio dei lavori di costruzione della diga di Motuo, destinata a diventare la più grande centrale idroelettrica del mondo. Il progetto, noto come Motuo Hydropower Plant, sorgerà a circa 5.000 metri di altitudine, nel cuore dell’Himalaya tibetano, una delle aree più fragili e strategicamente rilevanti del pianeta.

Con un investimento stimato di 167 miliardi di dollari – circa 1.200 miliardi di yuan – la diga di Motuo rappresenta un’opera senza precedenti nella storia dell’ingegneria idroelettrica. Il costo risulta essere quattro volte superiore a quello della diga delle Tre Gole e corrisponderà a circa il 3,5% della spesa del bilancio pubblico della Repubblica Popolare Cinese, Paese che nel 2024 ha registrato un PIL di 18.800 miliardi di dollari.

Il completamento dei lavori è stimato per il 2033 e, una volta entrata in funzione, la diga di Motuo è destinata a superare anche dal punto di vista di produzione energetica l’attuale primato detenuto sempre dalla Diga delle Tre Gole. Quest’ultima, inaugurata nel 2003 sul fiume Yangtze, con una capacità di  22,5 GW risulta infatti essere ad oggi la centrale idroelettrica più potente al mondo. Al secondo posto nella classifica figura un altro colosso cinese, la diga di Baihetan sul fiume Jinsha, parzialmente operativa dal 2021, con una capacità complessiva di 16 GW.

L’ambizione del nuovo progetto tibetano è di portata ben maggiore: la diga di Motuo punta infatti a raggiungere una capacità installata di circa 60 GW, appena 1,4 GW in meno rispetto alla portata complessiva dell’intera flotta nucleare francese e circa il triplo della potenza delle Tre Gole.

Conseguenze Ambientali e Dispute Territoriali

Secondo quanto sostenuto dal governo di Pechino il progetto si inserisce all’interno di una strategia di transizione energetica e di rafforzamento della produzione di fonti rinnovabili, ma l’inizio dei lavori ha inevitabilmente riacceso polemiche e timori di diversa natura.

Sul piano ambientale e sociale, il precedente delle Tre Gole funge da monito: se da un lato la diga ha fornito energia rinnovabile a oltre 80 milioni di abitazioni nel 2020, dall’altro ha comportato lo sfollamento forzato di circa 1,3 milioni di persone, la distruzione di siti archeologici e di interi paesaggi naturali. Secondo numerosi esperti, inoltre, l’opera avrebbe contribuito ad aumentare il rischio di frane e terremoti nell’area.

Nel caso di Motuo, le preoccupazioni sono amplificate dalla collocazione geografica in cui la diga sorgerà. Il fiume Yarlung Zangbo, infatti, dopo aver attraversato la regione del Tibet, entra in India con il nome di Brahmaputra, uno dei corsi d’acqua che, insieme al Gange, garantisce il sostentamento a circa 625 milioni di persone, tra indiani e bengalesi.

Le storiche dispute territoriali tra Cina e India risultano dunque sempre più aggravate da tensioni legate principalmente al controllo di aree strategicamente rilevanti a causa della presenza di risorse naturali, prima fra tutte l’acqua. 

I principali fiumi dell’India, il Brahmaputra e l’Indo, hanno entrambi origine nell’Altopiano del Tibet, e scorrono all’interno delle aree frontaliere contese con la Cina. 

Nonostante le rassicurazioni da parte di Pechino, nel corso degli anni la Cina ha proceduto alla costruzione di diverse dighe lungo il tratto del Brahmaputra soggetto alla propria sovranità, sollevando molti timori da parte indiana riguardo ad una possibile futura deviazione del corso d’acqua, oltre che per le possibili ricadute ambientali. 

Le aspirazioni al controllo delle riserve idriche del Brahmaputra si legano al fatto che la Cina, con una popolazione pari al 20% del totale di quella globale, detiene il controllo di solo il 7% delle riserve d’acqua dolce, mentre una volta superato il confine ed entrato in India si stima che il bacino vada a costituire circa il 44% del potenziale idroelettrico del Paese. 

Il corso d’acqua rappresenta dunque una risorsa vitale per milioni di persone, sia cinesi che indiane, e la costruzione della diga rischierà di inasprire ulteriormente le tensioni geopolitiche tra Cina e India, già segnate da dispute territoriali e rivalità strategiche, in particolare nella regione dell’Himalaya.

L’Affermazione Di Cina e India Sul Piano Regionale ed Internazionale

Il riconoscimento da parte cinese della legittimità del confine himalayano condiviso con l’India rimane un elemento di profonda tensione tra i due Stati, inasprito dall’incredibile sviluppo infrastrutturale che la Cina ha intrapreso nell’area. 

La questione transfrontaliera, tuttavia, si colloca all’interno di una dinamica di rivalità più ampia, legata alla volontà di entrambi gli Stati di affermare la propria posizione, economica, politica e militare all’interno della regione. Gli scontri lungo il confine verificatesi negli ultimi anni non hanno fatto altro che alimentare una corsa agli armamenti in previsione di un possibile conflitto che, tuttavia, sia Xi Jinping che Narendra Modi hanno sempre dichiarato di volere scongiurare. Nonostante però questa volontà comune di evitare lo scoppio di un nuovo conflitto armato, gli interessi nazionali di Nuova Delhi e Pechino hanno iniziato a divergere, soprattutto nell’ultimo decennio circa, in seguito all’elezione dei rispettivi presidenti in carica. Xi Jinping ha infatti iniziato a promuovere una politica estera più assertiva e aggressiva, generando timori da parte indiana, mentre l’India di Narendra Modi, godendo dello status di economia in rapida ascesa, ha potuto intessere partnership strategiche con diverse potenze globali, trasformandosi in un attore affidabile all’interno dei mercati internazionali.

Il 21 ottobre del 2024 il governo indiano ha annunciato attraverso un comunicato del proprio Ministro degli Esteri Subrahmanyam Jaishankar di aver raggiunto un accordo con la Repubblica Popolare Cinese riguardo il riconoscimento delle rispettive zone di pattugliamento nelle aree di confine contese dell’Himalaya occidentale di Depsang e Demchok. Il 22 ottobre Pechino ha confermato la veridicità di questa dichiarazione, comunicando a sua volta che l’accordo avrebbe permesso la risoluzione delle tensioni che nel 2020 erano sfociate in uno scontro nella Valle di Galwan. Questo confronto aveva provocato la morte di venti soldati indiani e di un numero non accertato di soldati cinesi, registrando un secondo picco nel 2022 quando le truppe cinesi avevano oltrepassato illegittimamente il confine indiano nei pressi di Tawang nell’Arunachal Pradesh. 

Secondo gli osservatori, attraverso questo accordo l’India ha voluto dimostrare alle grandi potenze occidentali, e in particolare agli Stati Uniti, di essere disposta ad aprirsi ad un certo grado di collaborazione con la Cina, soprattutto all’interno dei vertici internazionali, e di essere anche parallelamente in grado di assumere il ruolo di potenza regionale nell’area dotata della capacità di fornire un contenimento all’espansione cinese.

Pechino monitora attentamente i rapporti di cooperazione che si sono sviluppati tra l’India e gli Stati Uniti, in quanto considera Washington la vera minaccia alla propria espansione economica e strategica nella regione, ma anche a livello globale. All’interno di questa visione, dunque, l’India è vista dalla prospettiva cinese come un attore dotato di libertà decisionale limitata, in quanto subordinata alle dinamiche di competizione più ampie esistenti tra la Repubblica Popolare Cinese e gli Stati Uniti.

La stipula di questa intesa tra Cina ed India, inoltre, nonostante non sia ancora in grado di garantire l’instaurazione di una alleanza solida tra i due Paesi, costituisce un importante passo in avanti nella gestione dei rapporti bilaterali. Grazie ad essa, infatti, il 28 gennaio del 2025 Cina e India hanno ripristinato le tratte aeree tra i due Stati, interrotte anch’esse nel 2020 per ragioni giustificate dalla diffusione dell’epidemia di Covid-19, ma legate inevitabilmente all’emergere di nuove tensioni.

Sotto il punto di vista economico, i flussi degli investimenti diretti tra i due Stati, dopo aver registrato un picco record di 705,25 milioni di dollari nel 2015, hanno anch’essi sperimentato un andamento piuttosto altalenante negli ultimi anni, legato proprio al riaccendersi delle questioni transfrontaliere nel 2020. Nel 2019, appena un anno prima degli incidenti lungo il confine, gli Investimenti Diretti Esteri cinesi verso l’India si erano attestati a un valore di 534,60 milioni dollari, per poi scendere a 205,19 milioni dollari l’anno successivo e risollevarsi lievemente nel 2021 fino a raggiungere i 279,46 milioni di dollari.

Questa diminuzione degli IDE è stata causata dalla decisione indiana di adottare una nuova politica nei confronti dei Paesi confinanti, legata proprio allo scoppio di queste nuove tensioni lungo il confine himalayano.

Tuttavia, al fine di evitare che questa decisione gli si potesse ritorcere contro, già a partire dalla metà del 2022 il governo di Narendra Modi ha scelto di iniziare a valutare singolarmente ogni proposta di investimento ricevuta, arrivando al 29 giugno del 2022 ad accettare 80 dei 382 progetti legati a Investimenti Diretti Esteri provenienti dalla Repubblica Popolare Cinese.

In ogni caso, la conclusione dell’accordo tra la Repubblica Popolare Cinese e la Repubblica dell’India ha costituito solo un fattore iniziale di miglioramento delle relazioni bilaterali tra i due Paesi che lascia ancora una serie di questioni irrisolte: il patto regola infatti il riconoscimento della legittimità delle aree di pattugliamento reciproco da parte dei rispettivi eserciti, senza tuttavia includere le zone di Galwan e Pangong Tso. In secondo luogo, la natura asimmetrica delle relazioni tra i due Stati, sul piano militare ma in particolare su quello economico, dato che la Cina esporta in India beni per un valore otto volte superiore rispetto alle esportazioni indiane, continua a essere un fattore di tensione molto rilevante che evidenzia come l’India risulti essere l’attore sfavorito e penalizzato all’interno di questo rapporto.

Il Futuro dei Rapporti Sino-Indiani

Il rapporto bilaterale costituitosi tra i due Stati più popolosi del mondo si configura dunque come strutturalmente ambivalente: cooperativo e competitivo al tempo stesso.

Da un lato, India e Cina condividono intensi legami commerciali e una convergente volontà di rafforzare il proprio peso decisionale all’interno delle istituzioni internazionali, promuovendo un ordine globale meno centrato sull’Occidente e più favorevole alle potenze emergenti. Il pragmatismo economico, ad esempio, ha consentito ai due Paesi di mantenere sempre un certo grado di comunicazione, anche nei periodi di maggiore tensione.

Dall’altro, li divide una competizione multilivello: il contenzioso sui confini himalayani, il controllo delle risorse idriche strategiche, il consolidamento della propria influenza nell’Indo-Pacifico e l’ambizione di essere riconosciuti come potenza egemone in Asia. 

In questo processo di crescita ed affermazione la Cina appare strutturalmente avvantaggiata per capacità economica, proiezione infrastrutturale e presenza strategica, grazie anche ad iniziative tese ad estendere le proprie relazioni commerciali come la Belt and Road Initiative e la “strategia del filo di perle”.

Ne deriva un equilibrio instabile, in cui cooperazione economica e rivalità geopolitica coesistono senza annullarsi, venendo stemperate grazie ad un approccio teso al pragmatismo da parte di entrambi i governi.

I futuri sviluppi della questione transfrontaliera e dei paralleli legami economici tra Cina e India dipenderanno inevitabilmente anche dal ruolo che verrà attribuito alla politica infrastrutturale cinese all’interno del quindicesimo piano quinquennale, approvato a marzo 2026, che definirà l’orientamento economico della Repubblica Popolare Cinese fino al 2030.

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