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01/04/2026
Cina e Indo-Pacifico

La Global Security Initiative: potenziale alternativa all’Occidente o normativa retorica?

di Alessio Marta

Nel 2022 il leader cinese Xi Jinping ha lanciato la Global Security Initiative, strategia che si pone l’obiettivo di rimodellare la concezione di sicurezza globale. Tuttavia essa può consistere in un’alternativa all’ordine occidentale o rimanere mera architettura diplomatica?

Nel 2022 il leader cinese Xi Jinping ha lanciato la Global Security Initiative, strategia che si pone l’obiettivo di rimodellare la concezione di sicurezza globale. Tuttavia essa può consistere in un’alternativa all’ordine occidentale o rimanere mera architettura diplomatica?

Nel corso degli anni, a causa anche della rilevante competizione con gli Stati Uniti, la Cina ha definito in maniera progressiva una propria interpretazione dell’ordine internazionale. La Repubblica Popolare, in seguito all’approvazione della Global Development Initiative nel 2021 e la Global Civilization Initiative nel 2023, ha infatti formalizzato nel 2023 la Global Security Initiative (GSI) mediante un Concept Paper pubblicato dal Ministero degli Affari Esteri cinese.

La GSI assume una prospettiva più fluida, volta al raggiungimento di una “sicurezza indivisibile”, contrapponendosi alla rigidità di alleanze che Pechino ha definito “mentalità da Guerra Fredda”. Ciononostante, andando oltre le definizione concettuale, occorre interrogarsi sulla portata operativa del progetto e sulla possibilità di ottenere risvolti concreti in ambito di difesa globale.

La GSI come lessico della sicurezza globale

Come già anticipato, la presentazione della GSI si inserisce solo come parte di un complesso più ampio di iniziative normative. La Global Security Initiative diviene complementare alla Global Development Initiative (GDI) e alla Global Civilization Initiative (GCI), tre prospettive programmatiche che rispecchiano la volontà dell’esecutivo cinese di promuovere un’alternativa alla global governance. Tali proposte sono spesso introdotte unitamente nei tavoli di confronto o workshops diplomatici sostenuti dalla Repubblica Popolare, mostrando in tal modo il tentativo di Pechino di costituire un’impalcatura ideologica che congiunga stabilitàcrescita economica e networking culturale.

Tale volontà da parte della Cina viene alla luce, in particolare, nel Concept Paper della GSI, promulgato nel febbraio del 2023, il quale tratteggia dettagliatamente i punti chiave dell’iniziativa cinese per la global security. Il testo pone l’attenzione particolarmente su alcuni principi fondamentali, tra i quali indipendenza statale, la preminenza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite nella gestione della sicurezza e l’indispensabilità di mitigare le diatribe internazionali mediante negoziati e cooperazione multilivello. Contemporaneamente, l’iniziativa insiste sulla necessità di adottare una sicurezza “comune, comprensiva, cooperativa e sostenibile”, evidenziando il bisogno di tenere conto delle “legittime preoccupazioni di sicurezza di tutti i paesi”.

In questo senso, la proposta si configura non solo come mero strumento diplomatico, ma anche come la possibilità di plasmare la terminologia stessa della sicurezza internazionale. Seppure molti paesi del Sud globale guardino con interesse a quella che potrebbe concretizzarsi in un’alternativa al sistema delle alleanze militari, per i governi occidentali la Global Security Initiative rappresenta un mezzo che potrebbe permettere a Pechino di espandere la propria influenza nello scenario globale.

I punti cardine della GSI: sovranità e sicurezza inscindibili

La Cina, secondo il documento ufficiale, pone l’attenzione su alcuni temi ricorrenti: rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale, non ingerenza negli affari interni, soluzione pacifica delle controversie, contrasto a sanzioni unilaterali e opposizione a “blocchi di sicurezza esclusivi”. 

La concezione di “sicurezza indivisibile” si ricollega direttamente a un presupposto già esistente nel dibattito post-Guerra Fredda, ma viene reindirizzato soprattutto a iniziative come AUKUS o al Quadrilateral Security Dialogue nello scenario Indo-Pacifico. Tali alleanze infatti si contraddistinguono per la loro esclusività e potrebbero mettere in discussione la stabilità territoriale e incentivare approcci conflittuali tra blocchi .In questo contesto, l’adozione della GSI si rispecchia anche come risposta analitica alla percezione cinese di un eventuale accerchiamento regionale.

Il pilastro della “sicurezza indivisibile

La presenza di tale concetto, che è uno dei punti chiave affrontato nell’elaborazione della strategia, si rintraccia già nei documenti dell’Organization for Security and Co-operation in Europe e viene utilizzato da Pechino per affermare il principio per cui uno Stato non può costruire la propria sicurezza a svantaggio di quella di altri stati

L’approccio portato avanti dalla Cina è, dunque, volto alla cooperazione e alla multilateralità in materia di soluzione delle controversie internazionali. “La sicurezza di un paese non dovrebbe essere perseguita a spese di altri paesi” è quanto dichiarato nel Concept Paper della Global Security Initiative nel 2023.

Mezzo di diplomazia o alternativa di sistema?

È importante menzionare la progressiva inclusione della GSO negli accordi intergovernativi sottoscritti dalla Cina con i Paesi del Sud globale. Molteplici dichiarazioni congiunte con paesi africani, mediorientali e latinoamericani comprendono evidenti richiami al supporto dell’iniziativa. È quanto accaduto, ad esempio, con le dichiarazioni congiunte Cina-Pakistan nelle quali si è affermato un pieno sostegno ai pilastri della GSI. Allo stesso modo, anche l’Egitto ha sostenuto il bisogno di favorire una strategia multilaterale in conformità con i principi della Global Security Initiative.  La diretta conseguenza è che la GSI diviene uno strumento di diplomazia flessibile, capace di adattarsi ad aree geografiche diversificate

Tuttavia, l’impatto innovativo dell’iniziativa è limitato dalla mancanza di un’istituzionalizzazione ben pianificata e sistemi di controllo adeguati. Pechino, più che provvedere a un framework di sicurezza alternativo, sembrerebbe proporre una terminologia normativa volta a consolidare il pilastro della sovranità statale scoraggiando interventi congiunti considerati come occidentali.

La GSI all’atto pratico: mediazione o strategia competitiva?

Come banco di prova, la Global Security Initiative necessita di misurare la sua applicazione pratica per non mancare di credibilità. Pechino ha indicato la propria mediazione tra Arabia Saudita e Iran del marzo 2023, conclusasi con un riavvicinamento diplomatico tra i due paesi, come prova effettiva dell’approccio cinese alla sicurezza comune. Allo stesso modo, durante il conflitto russo-ucraino, la Repubblica Popolare ha presentato China’s Position on the Political Settlement of the Ukraine Crisis, documento articolato in dodici punti nel quale si afferma l’urgenza di raggiungere un ceasefire imminente e una ripresa del dialogo tra i due paesi.

Ad ogni modo, tali episodi non hanno condotto alla formazione di un’architettura istituzionale direttamente collegata alla GSI, ma hanno finito solamente per accrescere la reputazione internazionale di Pechino. Il progetto cinese rischierebbe, dunque, di operare soprattutto come piattaforma teorica, piuttosto che come quadro istituzionale garante di sicurezza collettiva

Oltre la dimensione teorica, l’impianto diplomatico della GSI

Oltre al quadro teorico, la GSI pare configurarsi in una linea d’azione negoziale più vasta che ha la finalità di incentivare l’influenza cinese nel quadro della sicurezza locale e nel sistema di sicurezza condivisa. In questa direzione, Pechino starebbe gradualmente portando avanti tali obiettivi stringendo numerosi accordi di collaborazione con i paesi del Sud globale, soprattutto in ambito militare e securitario. In particolare, tramite percorsi di addestramento delle forze di polizia, cooperazione interistituzionale di difesa e alleanze strategiche finalizzate a contrastare il terrorismo e la criminalità internazionale. Tale impostazione rispecchia l’aspirazione cinese di imprimere la sua presenza nella direzione della sicurezza collettiva globale, proponendosi come attore protagonista foriero di equilibrio e dialogo multilaterale.

Tra aspirazione globale e incertezza strategica

Una delle componenti più dibattute della GSI si rintraccia proprio nella vaghezza delle sue disposizioni. L’imprecisione dei suoi fondamenti permetterebbe, infatti, a Pechino di non vincolarsi a nessun tipo di impegno riuscendo, in tal senso, a proporsi come sostenitore di equilibrio, specialmente nei confronti dei paesi del Sud globale. Analogamente, il porre l’accento su sovranità e non ingerenza consolida ulteriormente la posizione cinese su tematiche ritenute core interests, come Taiwan o la gestione delle dinamiche interne.

La GSI si configura quindi come mezzo di confronto normativo: piuttosto che rimpiazzare gli impianti normativi nell’immediato, si pone l’obiettivo di rideterminare la terminologia della sicurezza multilaterale mettendo in evidenza principi quali progresso, stabilità e rispetto vicendevole

Rimane tuttavia un interrogativo fondamentale: riuscirà la GSI a evolvere in un quadro normativo definito, supportato da molteplici stati e provvisto di mezzi operativi funzionali, oppure rimarrà un’iniziativa ancorata alla retorica diplomatica cinese? Alcuni segnali, come i contenuti del Concept Paper e la mediazione cinese nella ripresa dei rapporti tra Iran e Arabia Saudita, sembrano percepirsi come un intento di trasformare i principi teorici in prassi diplomatica. Di conseguenza, in uno scenario internazionale caratterizzato sempre di più da crescenti polarizzazioni, la GSI è sicuramente portavoce del piano d’azione strategico di Pechino, ma la sua efficacia dipenderà soprattutto dalla trasformazione dei concetti in prassi e dalla possibilità degli attori statali a riconoscerne la validità

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