Tra i fattori che orientano l’esito dei conflitti contemporanei, l’hardware militare ha perso il suo primato, cedendo il posto al controllo dello spettro elettromagnetico (EMS), ossia il dominio invisibile attraverso cui transitano comunicazioni, decisioni e percezioni. La capacità di interferire con tale flusso di informazioni permette di paralizzare i nodi di comando e controllo (C2) e aggiudicarsi la superiorità informativa. Questo, e non più la concentrazione di massa e potenza di fuoco, sembra ormai essere determinante per il successo di una campagna ibrida.
La Cina, che ambisce a controllare le comunicazioni cruciali in tempo di pace e di guerra, individua nello spazio extra-atmosferico un dominio strategico per vincere la “guerra informatizzata”. In particolare, i sistemi di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR) e di allerta preventiva, installati sui satelliti, svolgono un ruolo cruciale a monte della cosiddetta “electronic kill chain”, fornendo l’intelligence necessaria a coordinare attacchi su più livelli.
Analizzare la concezione informatizzata della guerra professata da Pechino, volgendo uno sguardo alle capacità counterspace di cui si è dotata e all’infrastruttura dual-use che sta dispiegando nell’orbita terrestre bassa (low-Earth orbit, LEO), consente di valutare il peso specifico del vantaggio asimmetrico che l’integrazione tra cyber, EMS e spazio offre alla Cina nella competizione sino-americana.
Una guerra invisibile e senza limiti
Il report “Future Operating Environment 2040” della U.S. Space Force, nel delineare scenari bellici futuri con Pechino, formula il concetto di “guerra a spettro illimitato” come prodotto di una competizione costante in cui le continue e ambigue interferenze elettromagnetiche e cibernetiche nello spazio circumterrestre dissolvono il confine tra guerra e pace. Il risultato è uno stato di tensione che si protrae indefinitamente, alimentato da una minaccia difficile da identificare.
Quest’approccio integrato riecheggia il concetto di guerra nello spazio cyber-elettromagnetico, introdotto dal documento “Science of Military Strategy 2020” della National Defense University, in cui il dominio cibernetico e quello elettromagnetico confluiscono in un unico teatro operativo, preparando il terreno per il controllo dell’informazione, dello spazio aereo, delle rotte marittime e dell’intero campo di battaglia.
Si tratta di un modello di guerra ibrida “con caratteristiche cinesi” che, lungi dal ricercare la battaglia campale per annientare le forze nemiche, sposta il mirino in direzione delle infrastrutture di rete (terrestri, aeree e spaziali) dell’avversario, combinando operazioni cyber, EMS, intelligence spaziale e manipolazione informativa in un’offensiva multi-dominio che colpisce simultaneamente la dimensione tecnologica e quella cognitiva. In altre parole, si rifugge dall’attrito che lo scontro diretto comporta, perché l’obiettivo è disorientare il comando nemico e disgregare la sua catena decisionale, per spezzarne la capacità di «percepire, comunicare e rispondere efficacemente».
L’arsenale counterspace
Stuart Pettis, un colonnello in congedo della U.S. Air Force, individua nel counterspace la capacità di negare all’avversario l’accesso allo spazio attraverso misure offensive e difensive. La Cina sta affinando tali capacità in direzione coercitiva più che dissuasiva, in quanto vede nella space warfare il mezzo per raggiungere la superiorità spaziale, che non solo consoliderebbe la propria libertà operativa, ma limiterebbe quella della controparte attraverso la neutralizzazione o degradazione dei suoi asset orbitali.
Le counterspace weapons differiscono tra di loro per il tipo di danno che arrecano al dispositivo colpito, il grado di reversibilità degli effetti, la sofisticatezza della tecnologia necessaria e il livello di difficoltà di attribuzione. Un report del Center for Strategic and International Studies le analizza nel dettaglio.
Le armi cinetiche fisiche, come missili antisatellite ad ascesa diretta (DA-ASAT) e sistemi ASAT co-orbitali, distruggono direttamente il bersaglio, arrecano danni irreversibili e, talvolta, possono causare perdite umane se dirette contro stazioni di terra con personale o satelliti presidiati. Oltre all’elevato potenziale distruttivo, la produzione di detriti orbitali e la possibilità di rilevare la fonte dell’attacco giustificano l’onerosità del loro impiego e l’interesse crescente per alternative non cinetiche. Nessun paese ha mai condotto un attacco cinetico contro il satellite di un altro paese, proprio per il rischio di escalation incontrollata che queste armi comportano, ma Stati Uniti, Russia, Cina e India hanno testato missili DA-ASAT contro propri satelliti.
Le armi non-cinetiche fisiche sono in grado di produrre effetti fisici su satelliti o stazioni di terra senza ricorrere al contatto diretto, e comprendono:
- i laser ad alta potenza, che possono accecare temporaneamente o permanentemente i sensori di un satellite;
- le armi a microonde ad alta potenza (High-Power Microwave, HPM), le quali, attraverso l’emissione di potenti impulsi elettromagnetici, possono mettere fuori uso o persino danneggiare irreversibilmente i circuiti elettronici dei target;
Queste ultime offrono un vantaggio asimmetrico in termini di costi sostenuti, che si manifesta nella capacità di neutralizzare costellazioni satellitari da miliardi di dollari a un costo marginale irrisorio. Inoltre, il loro impiego garantisce all’attaccante un grado di plausible deniability, in quanto, non lasciando tracce riconducibili alla fonte, creano un contesto di deliberata ambiguità. La Cina sta investendo molto in queste tecnologie militari: un team di ricercatori del centro di ricerca Northwest Institute of Nuclear Technology ha di recente progettato quello che è stato descritto come il pulsed power driver per armi HPM più compatto al mondo, noto come TPG1000Cs. Il sistema, lungo circa 4 metri e del peso di 5 tonnellate, è in grado di erogare impulsi da 20 gigawatt per un massimo di un minuto, una potenza di gran lunga superiore alla soglia stimata di circa 1 gigawatt necessaria per compromettere satelliti in LEO.
Le ragioni della proliferazione delle counterspace weapons elettroniche sono da ricercare nel loro basso costo di mercato, che le rende alla portata non solo degli stati, ma anche di attori non statali. Esse agiscono sullo spettro elettromagnetico attraverso cui i sistemi spaziali trasmettono e ricevono dati.
- Il jamming genera rumore nella stessa banda di frequenza radio del segnale bersaglio, in modo da ostruire le comunicazioni nemiche. Il jamming in uplink disturba i comandi inviati da terra al satellite, mentre quello in downlink interferisce con il segnale che il satellite trasmette agli utenti sulla Terra.
- Lo spoofing, invece, inganna il sistema inducendolo a scambiare un segnale falso per quello autentico, iniettando informazioni contraffatte nel flusso di dati o impartendo comandi non autorizzati al satellite.
Il primo tipo si maschera da interferenza naturale, mentre il secondo si mimetizza tra gli errori comunicativi di routine. L’erosione della fiducia dei comandanti nei sistemi C2, scaturita da questo contesto di ambiguità, paralizza i meccanismi decisionali, traducendosi in un ritardo della risposta rispetto all’avversario.
I cyberattacchi sferrati contro sistemi spaziali prendono di mira i dati e producono effetti che possono variare dalla semplice perdita di dati, tramite intercettazione o corruzione, fino alla neutralizzazione permanente del satellite, quando l’hacker è in grado di usurpare il controllo dei sistemi C2. Quest’ultimo scenario è la forma di attacco cibernetico con un potenziale distruttivo maggiore, perché consente di impartire ordini autodistruttivi al satellite. Il potenziale anonimato che il cyberspazio offre agli attori malevoli complica notevolmente il processo di attribuzione. Inoltre, la proliferazione delle mega-costellazioni e dell’Internet of Things nello spazio amplia la superficie d’attacco, trasformando la cyberwarfare in uno strumento di guerra asimmetrica quando impiegata contro avversari tecnologicamente avanzati, poiché il sabotaggio di dispositivi e sistemi, anche ben blindati, non richiede risorse altrettanto sofisticate.
Le costellazioni dual-use nella corsa alla LEO
Secondo uno studio del Delhi Defence Review, nel contesto della guerra ibrida, l’ambiguità viene deliberatamente strumentalizzata per eludere le norme del diritto internazionale dello spazio e i meccanismi tradizionali di deterrenza. Questa dinamica è esemplificata dalla strategia nazionale cinese della fusione civile-militare (MCF), la quale si cristallizza nello sviluppo di infrastrutture spaziali dual-use, che perseguono capacità militari sotto copertura civile. Tale commistione rende impossibile per l’avversario distinguere una manovra coercitiva da un’operazione innocua e, non potendo qualificare un’azione come atto offensivo, si preclude il ricorso al quadro giuridico che legittimerebbe una risposta difensiva. Più nello specifico, sono i vuoti normativi che connotano l’Outer Space Treaty (OST) del 1967 a permettere alla Cina di operare nella “zona grigia” e, al contempo, ottenere vantaggi tattici senza incorrere in ritorsioni. L’OST proibisce le armi di distruzione di massa nello spazio, ma non regolamenta le tecnologie dual-use. Dunque, il trattato non è stato in grado di prevenire la militarizzazione dello spazio, che procede oggi non solo con mezzi cinetici, ma soprattutto attraverso tecnologie soft-kill.
L’esempio emblematico di applicazione della strategia MCF è il programma Guowang (国网, “Rete nazionale”), una mega-costellazione concepita come strumento di sovranità digitale, per garantire una catena informativa sotto giurisdizione nazionale. Tuttavia, la portata di questo programma non ha ricadute solo all’interno dei confini domestici: rivendicare preventivamente i diritti d’uso delle radiofrequenze, necessari a operare in LEO, è un modo per sottrarre slot orbitali ad altri contendenti, prima che le loro costellazioni saturino gli strati disponibili.
Questo programma si inserisce nel contesto più ampio della corsa alla LEO e dell’ambizione di diventare la potenza spaziale globale entro il 2045, in cui il confronto con Starlink – la più grande mega-costellazione al mondo per servizi internet a banda larga – costituisce il banco di prova per Pechino. Sviluppata dall’azienda aerospaziale statunitense SpaceX di Elon Musk, Starlink conta 10.828 satelliti attivi in LEO a luglio 2026 (a fronte dei 199 di Guowang), come riportato da Satellitemap.space. Tale ridondanza vanifica il ricorso a mezzi cinetici, in quanto distruggere una porzione dei dispositivi in orbita non è sufficiente ad abbattere l’intera infrastruttura.
Secondo uno studio condotto da RAND, le risposte cinesi alle nuove capacità spaziali statunitensi sono dettate dal timore di restare indietro nella competizione con Washington. Sebbene la costellazione Guowang sia stata concepita proprio per rimediare allo squilibrio con Starlink, sarebbe fuorviante considerarla come il contraltare cinese di quest’ultima, in quanto differiscono nel modello di governance adottato. Mentre la progettazione, costruzione e gestione di Guowang sono state affidate alla società statale China SatNet Co. – istituita nell’aprile 2021 e vigilata dalla Commissione per la Supervisione e l’Amministrazione delle Attività Statali del Consiglio di Stato –, Starlink poggia su capitale privato incanalato verso un piano di sviluppo industriale commerciale in rapida espansione.
Gli analisti di RAND ipotizzano che la percezione del PLA della minaccia costituita da Starlink sia frutto di una valutazione che eccede le sue reali capacità operative. Ciononostante, il carattere dual-use di Starlink è chiaramente ravvisabile nell’impiego che l’Ucraina ne ha fatto nel contesto della guerra con la Russia, beneficiando di un sistema di telecomunicazioni resiliente. In modo analogo, i servizi di internet satellitare, forniti da Guowang, sono stati pensati per colmare i vuoti di copertura nelle aree remote, ma possono essere rapidamente adattati a impieghi militari, come ha dichiarato pubblicamente Yuan Jungang, capo progettista del programma. D’altronde, a fine 2025, su 1.353 satelliti cinesi in orbita più di 510 sono piattaforme ISR, munite di sensori ottici, multispettrali, a radiofrequenza e radar, che supportano le attività di monitoraggio, tracciamento e targeting degli obiettivi statunitensi.
Senza dubbio la Cina non ha replicato il successo di SpaceX e gli Stati Uniti rimangono la potenza indiscussa nello spazio, ma il vantaggio asimmetrico di cui gode Pechino nella guerra cyber-elettromagnetica è reale. L’integrazione multi-dominio consente di condurre operazioni belliche a bassa intensità che si protraggono in maniera indefinita, senza varcare la soglia del conflitto aperto. Questo prospetto rischia di invischiare la controparte statunitense in campagne di logoramento senza fine, le quali minacciano di eroderne la superiorità nel dominio spaziale.

