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La guerra sulle origini di Covid-19 passa anche dalla Cornovaglia

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Nel comunicato finale del G7 riunitosi a Carbis Bay dall’11 al 13 giugno ha trovato spazio anche la richiesta di una indagine internazionale indipendente sulla natura delle origini di Sars-Cov-2 in Cina. Nel teatro della partita sullo charme, gli Stati Uniti cercano di incrinare l’immagine di affidabilità e responsabilità della Repubblica Popolare Cinese (Rpc)

Nel 2020, in un crescendo di reciproche accuse, espulsioni di giornalisti e diplomatici, le grandi potenze, Stati Uniti e Cina su tutte, hanno affrontato una battaglia a colpi di media warfare per affibbiare al rivale le colpe sulle origini e sulla natura di Covid-19.

La Casa Bianca di Donald Trump ha adottato un approccio muscolare nel tentativo di distruggere la narrazione del Partito Comunista Cinese (Pcc), centrata sulla presunta superiorità del modello di governo tecno-autoritario-confuciano rispetto alla liberaldemocrazia occidentale. Dopo essere uscita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), perché ritenuta colpevole di aver “portato avanti la disinformazione della Cina riguardo al coronavirus”, di aver sottovalutato l’epidemia e di aver coperto Pechino sulle origini del virus, contribuendo alla sua diffusione, Washington ha accusato la Cina di aver scientemente ritardato per settimane la comunicazione al mondo dello scoppio dell’epidemia, sfruttando il vantaggio informativo per accumulare silenziosamente materiali sanitari e dispositivi di protezione individuale, successivamente usati come strumento d’influenza lungo le oniriche “vie della seta della salute”.

Mentre la superpotenza affrontava di petto il virus con l’attitudine marziale (testimoniata dai numeri record sugli acquisti di armi in piena epidemia) tipica dell’America profonda senza abbandonare la competizione con i rivali, per non perdere posizioni nei loro confronti, per colpirne i ventri molli, Trump definiva il coronavirus come “China virus. Accusava l’Impero di Mezzo di aver esportato il morbo nel resto del pianeta, dopo averlo costruito in un laboratorio militare di Wuhan. Mentre Cina, Russia ed Iran ricambiavano gli attacchi mediatici, puntando il dito contro gli Usa, rei di aver fabbricato il patogeno in un laboratorio militare a Fort Detrick (Maryland), arrivato in Cina insieme ai militari statunitensi durante i Giochi mondiali militari tenutisi a Wuhan nell’ottobre 2019.

L’indagine dell’Oms

Su iniziativa australiana, gli Usa passavano quindi alla legal warfare invocando, insieme a 122 paesi in sede di Assemblea Mondiale della Sanità, l’avvio di un’indagine internazionale sulle origini di Covid-19, senza nominare esplicitamente la Cina. 

I risultati dell’inchiesta compiuta a Wuhan dall’Oms dal 14 gennaio al 10 febbraio 2021, hanno aumentato l’acribia americana verso l’istituzione ginevrina. La stessa amministrazione Biden ha sollevato preoccupazioni e dubbi sull’indipendenza ed imparzialità dei funzionari onusiani e sulla trasparenza delle autorità cinesi, che avrebbero contribuito alla stesura del rapporto e rifiutato di consegnare ai rappresentanti dell’Oms informazioni e dati necessari alla ricostruzione della circolazione del virus già negli ultimi mesi del 2019. 

Il rapporto finale ritiene come causa “da possibile a probabile” lo spillover zootecnico, cioè il famoso salto di specie dall’animale all’uomo. Mentre valuta “da probabile a molto probabile”, la possibilità che il virus sia passato all’uomo dal pipistrello attraverso un ospite intermedio. Si ritiene, invece, “estremamente improbabile” la tesi, sostenuta dall’amministrazione Trump e in parte anche da quella Biden, del breakout accidentale da uno dei 3 laboratori di Wuhan, tra cui l’oramai famigerato Wuhan Institute of Virology (WIV) che, detenendo il massimo livello di biosicurezza (BSL-4), è autorizzato a trattare gli agenti patogeni più letali del pianeta. 

Peraltro, gli Usa, attraverso il National Institute of Health e il National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) avevano finanziato con 600.00 dollari la ricerca al WIV sul c.d. “guadagno di funzione”, ovvero l’alterazione genetica in laboratorio di agenti patogeni a fini di ricerca scientifica, allo scopo di aumentarne la virulenza e la trasmissibilità tra specie diverse per studiarne l’evoluzione in natura. Inoltre, il rapporto non esclude una delle teorie propagandate da Pechino. Quella del virus importato dalla Cina dall’estero (in particolare dall’Italia) insieme a prodotti della catena del freddo. Ipotesi che avvalorerebbe il tentativo del Pcc di allontanare da sé l’immagine di focolaio globale del virus e le responsabilità nell’averne coperto l’iniziale diffusione.

Gli Usa all’attacco del soft power cinese

Dopo la pubblicazione del rapporto, lo scorso marzo, gli Usa e altri 13 paesi¹ hanno chiesto un nuovo studio sulle origini di Sars-Cov-2, lamentando le carenze nella condivisione dei dati da parte delle autorità cinesi. Servono “analisi e valutazioni trasparenti e indipendenti, libere da interferenze e influenze indebite”, hanno tuonato in un comunicato congiunto. Anche il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus, accusato più volte dall’ex presidente Trump di essere succube dell’influenza cinese, ha sottolineato la necessità di ulteriori ricerche e indagini per arrivare a “conclusioni più solide”, in particolare sull’ipotesi della “fuga da laboratorio”. Richiesta ripetuta lo scorso mese da un gruppo di 18 importanti epidemiologi e biologi in una lettera pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Science. Azioni che hanno provocato la piccata risposta del Ministero degli Esteri cinese che ha accusato i firmatari e l’Oms di politicizzare lo studio sulle origini del virus.

 ¹Australia, Canada, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Israele, Giappone, Lettonia, Lituania, Norvegia, Repubblica di Corea, Slovenia e Regno Unito

In questo quadro e in questo senso vanno lette le recenti dichiarazioni del “virologo in capo” Anthony Fauci. Dopo aver rigettato per quasi un anno la tesi che “qualcuno abbia trovato il coronavirus in natura, l’abbia portato in un laboratorio e poi sia scappato accidentalmente”, il capo del NIAID si è detto aperto anche all’ipotesi della fuga da laboratorio. Nonché le notizie riportate dal Wall Street Journal e provenienti da una dolosa fuga dall’interno della comunità d’Intelligence Usa secondo cui, già nel novembre 2019, dunque un mese prima dei primi contagi segnalati ufficialmente dalle autorità cinesi con epicentro nel mercato del pesce di Wuhan, tre ricercatori del WIV sarebbero stati ricoverati in ospedale con sintomi analoghi a quelli di Sars-Cov-2

La Casa Bianca ha quindi dato mandato all’Intelligence Community di “raddoppiare gli sforzi per determinare le origini della pandemia di COVID-19”. Washington intende premere mediaticamente sull’Oms per ottenere una nuova indagine che esamini la pista della fuga da laboratorio del patogeno, forte anche dell’apparente compattezza manifestata dal G7. Intende macchiare il già spuntato soft power della Rpc, implicitamente dandone l’immagine di attore irresponsabile, inadatto ad assumere ruoli di leadership globale. Accusandola di qualcosa di indimostrabile, gettando il seme del dubbio a perenne memoria sulle sue responsabilità in quello che Washington desidera passi alla storia come il “Chernobyl moment” cinese.

Ennesimo atto della guerra a bassa intensità tra numero uno e numero due.

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