Sin dal proprio ingresso nella NATO nel 1952, la Turchia si è rivelata un partner di primaria importanza per l’Alleanza Atlantica. Grazie alla sua posizione strategica e alle grandi forze armate il Paese assunse un ruolo centrale nel contenimento dell’espansionismo sovietico. Tuttavia, ai significativi benefici derivanti da tale rapporto si sono affiancate profonde divergenze strategiche. Tali frizioni sono state legate, in particolar modo, alla diversa percezione delle esigenze relative alla sicurezza nazionale turca. A ciò si sono successivamente aggiunte, con la fine della Guerra Fredda, nuove asimmetrie strutturali legate alla più ampia politica estera di Ankara: non più frontiera tra due blocchi, ma ponte tra due mondi.
Negli ultimi anni, la Turchia si è confermata un alleato chiave della NATO durante l’Invasione Russa dell’Ucraina. Ankara ha infatti fornito droni militari a Kiev, i quali hanno avuto un rilevante impatto strategico nelle prime fasi del conflitto. La Turchia ha altresì bloccato il passaggio delle navi militari di Mosca attraverso il Bosforo ex art 16. Convenzione di Montreux. Tuttavia, Ankara ha mantenuto una politica estera indipendente, rifiutandosi di aderire alle sanzioni internazionali a danno del Cremlino, proseguendo le importazioni di gas russo e la costruzione della Centrale Nucleare di Akkuyu, in collaborazione con Mosca.
Parallelamente, tra il 2022 e il 2023, la Turchia ha posto il veto all’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO, rimuovendolo solo a seguito della fine dei rispettivi embarghi sull’export di armamenti e all’ottenimento di una maggiore cooperazione in ambito di intelligence rivolta al contrasto del PKK. A dispetto di ciò, la Turchia ha progressivamente assunto una postura maggiormente favorevole all’Occidente, riconsegnando all’Ucraina Denys Prokopenko, comandante del reggimento “Azov” e riducendo la cooperazione finanziaria con istituti di credito russi.
Ankara resta inoltre un pilastro centrale dell’Alleanza, nonché uno dei principali contributori alle sue operazioni. Il Paese mantiene il secondo esercito NATO per numero di effettivi dopo gli Stati Uniti e ospita altresì asset cruciali per la difesa collettiva quali la base aerea di Incirlik. In sostanza, il rapporto tra la Turchia e la NATO si è storicamente configurato come una complessa alleanza tra attori reciprocamente indispensabili e accomunati da rilevanti interessi strategici, ma ugualmente segnata da tensioni e divergenze.
La Turchia verso il Summit
La Turchia è approdata al Summit in una difficile situazione politica ed economica. Il Presidente Recep Tayyip Erdogan, al potere dal 2002, ha infatti affrontato un profondo calo di popolarità, evidenziato dalla sconfitta nelle elezioni amministrative del 2024, alla quale ha fatto seguito una dura repressione a danno dell’opposizione. Allo stesso tempo, l’economia turca rimane affetta da una forte inflazione alla quale si aggiunge una carenza di investimenti esteri dovuta alla locale instabilità politica e ai conflitti nei paesi limitrofi.
A dispetto della difficile situazione interna, il Paese gode comunque di una posizione di grande forza diplomatica. Le forti perdite militari subite dalla flotta russa durante l’invasione dell’Ucraina hanno infatti determinato l’emersione di un nuovo equilibrio di potere nel Mar Nero più favorevole ad Ankara. Inoltre, la caduta di Bashar al Assad in Siria ha eliminato un pericoloso rivale per la Turchia e massimizzato la sua importanza come punto di transito tra oriente e occidente. Relativamente al rapporto con gli Stati Uniti, le relazioni tra le parti hanno visto un certo miglioramento negli ultimi anni, come evidenziato dal recente accordo relativo alla fornitura di caccia F-16 modernizzati, all’incremento di importazioni turche di Gas Naturale Liquefatto statunitense, nonché dalla disponibilità di Ankara a disarmare, o consegnare i sistemi antiaerei S-400.
Nonostante ciò, il più ampio contesto internazionale entro il quale il Summit è stato convocato, è risultato piuttosto difficile. Il recente conflitto tra Stati Uniti e Iran ha infatti determinato la più significativa crisi energetica della storia, la quale ha impattato duramente sull’economia mondiale. Al contempo, Washington appare sempre più restia a svolgere il ruolo di prestatore di sicurezza degli alleati europei ed è attualmente impegnata in una revisione della sua postura militare nel vecchio continente.
In tal contesto, l’obiettivo della Turchia nell’ambito del summit NATO 2026, è risultato essere la riaffermazione del proprio ruolo di pilastro imprescindibile della sicurezza euro atlantica, in uno scenario di grande instabilità globale. In primo luogo, Ankara ha mirato a sfruttare i piani di riarmo europei, quali il Readiness 2030, al fine di abbattere le barriere commerciali e favorire l’ingresso della propria industria della difesa nei ricchi mercati del vecchio continente. Contemporaneamente, il Paese ha sfruttato la sua posizione strategica per proporsi come hub strategico alternativo per il passaggio di merci ed energia al fine di ridurre il peso relativo di fragili gangli strategici quali lo Stretto di Hormuz. In ultima analisi, la Turchia ha perpetuato il perseguimento del suo storico obiettivo di una maggiore attenzione dell’Alleanza alla propria sicurezza nazionale, in particolar modo, in relazione ai teatri del Mar Nero e del Mediterraneo.
Un nuovo inizio?
La posizione internazionale della Turchia risulta certamente rafforzata dall’esito del summit. L’aver ospitato il vertice NATO nella propria capitale ha determinato un consolidamento della legittimità internazionale del paese, parzialmente indebolita dalla recente campagna di repressione a danno dell’opposizione. In secondo luogo, Ankara ha ottenuto un impegno da parte degli alleati circa una maggiore attenzione verso le proprie esigenze strategiche. Il secondo paragrafo della dichiarazione finale redatta al termine del summit indica infatti il riconoscimento esplicito da parte dell’Alleanza Atlantica della minaccia terroristica, nonché la volontà di eliminare le reciproche barriere relative al commercio nel settore della difesa. Tale stato di cose risulta fortemente in linea con gli interessi della Turchia, decisa a favorire una maggiore partecipazione della propria industria della difesa nell’ambito del rafforzamento delle capacità militari collettive.
Contestualmente, l’Amministrazione Trump ha espresso la propria disponibilità alla revoca delle sanzioni adottate a danno dell’industria della difesa turca nel 2019. La Turchia era stata infatti esclusa dal Programma F-35 ai sensi della Sezione 231 del CAATSA ACT del 2017 come conseguenza dell’acquisto dei sistemi missilistici antiaerei S-400 di fabbricazione russa. Il provvedimento aveva altresì comportato sanzioni individuali a danno di alcuni vertici dell’industria della difesa turca. L’eventuale concretizzazione di tale intento costituirebbe un rilevante successo strategico per Ankara, la quale negli ultimi anni ha sofferto un significativo declino delle capacità delle proprie forze aeree. Allo stesso tempo, la Turchia è riuscita ad ottenere la firma di un accordo bilaterale nella difesa con il Regno Unito. L’intesa rappresenta un partenariato quadro, non un trattato di alleanza separato, volto ad istituzionalizzare e rafforzare la cooperazione in ambito securitario.
Ciononostante, allo stato attuale, Ankara ha nei fatti conseguito un rafforzamento di immagine a seguito del summit, più che effettivi risultati concreti. L’eventuale realizzazione dell’intento statunitense di rimuovere le sanzioni a danno dell’industria della difesa turca richiederà necessariamente l’eliminazione dei sistemi S-400 dall’arsenale turco, nonchè il voto favorevole del Congresso a seguito di una revisione di un rapporto presentato dalla Presidenza volto a giustificare la revoca delle sanzioni. In tal contesto, non risulta ancora chiaro come la Turchia procederà alla dismissione dei sistemi antiaerei russi. Inoltre, il Presidente Trump, attualmente invischiato nel pantano della Guerra d’Iran, potrebbe non disporre del capitale politico necessario per ottenere l’approvazione del Congresso, caratterizzato dalla presenza di numerosi esponenti aventi posizioni fortemente critiche nei riguardi della Turchia. D’altro canto, alcuni membri del Congresso si sono dimostrati favorevoli alla manovra. Inoltre, dopo diversi anni di tensioni la posizione turca all’interno dell’Alleanza risulta ora decisamente più solida.
In conclusione, il Summit NATO 2026 ha costituito un notevole ritorno d’immagine per Ankara, la quale ne esce con un maggior grado di legittimità all’interno della NATO. Tuttavia, l’effettivo conseguimento di un rafforzamento della posizione strategica del paese nel lungo termine, richiederà necessariamente la trasformazione degli impegni annunciati dall’Alleanza in provvedimenti effettivi. Un processo lungo e complesso che potrebbe potenzialmente non concludersi con successo.

