Le Two Sessions del 2026 segnano un passaggio chiave nella strategia cinese: la crescita economica non è più l’unico pilastro della legittimazione politica, e tecnologia, sicurezza e transizione energetica diventano strumenti centrali di potere. Ne emerge una Cina più cauta sul piano interno ma sempre più assertiva nella competizione globale.
Le Two Sessions (Lianghui 两会), che comprendono il National People’s Congress e la Chinese People’s Political Consultative Conference, rappresentano il momento centrale del calendario politico cinese, durante il quale la leadership definisce la direzione strategica del paese nel medio periodo. L’edizione del 2026 assume un significato particolare perché coincide con la presentazione della bozza del XV Piano Quinquennale (2026-2030), destinato a orientare lo sviluppo economico e tecnologico della Cina fino al 2030.
In un contesto segnato da rallentamento economico, tensioni geopolitiche e trasformazioni tecnologiche, le decisioni emerse dalle Two Sessions sollevano una questione centrale: come la leadership di Pechino sta ridefinendo le basi della propria stabilità interna e della proiezione internazionale?
Le indicazioni emerse suggeriscono un cambiamento significativo: la crescita economica non è più il fine ultimo, ma uno strumento tra gli altri, mentre tecnologia, sicurezza economica e resilienza assumono un ruolo sempre più centrale.
Dalla massimizzazione della crescita alla stabilità politica
Le Two Sessions 2026 delineano una strategia complessa e multidimensionale, nella quale la leadership cerca di bilanciare stabilità interna, innovazione tecnologica e proiezione di potenza globale. Sul piano economico, l’approccio prudente è evidente nella decisione di fissare per il 2026 un obiettivo di crescita del PIL compreso tra il 4,5% e il 5%.
Tradizionalmente, il governo cinese indica una cifra precisa; la scelta di un intervallo introduce invece un elemento di flessibilità. Un target più vicino al 4,5% suggerirebbe una maggiore tolleranza per le riforme strutturali, mentre uno più vicino al 5% indicherebbe una priorità di crescita nel breve periodo. Questa ambiguità riflette un’incertezza interna alla leadership e rischia di tradursi in cautela o in confusione presso le amministrazioni locali.
Il punto sicuro, però, è che la Cina non punta più alla massimizzazione della crescita, bensì alla sua ottimizzazione e gestione politica. La priorità assegnata alla stabilità finanziaria, alla gestione del debito locale e al rafforzamento della domanda interna segnala un cambiamento nella funzione stessa della crescita, finora centrale nella legittimazione del Partito.
Il rallentamento economico degli ultimi anni ha infatti messo sotto pressione l’implicito patto sociale tra il Partito e i cittadini cinesi su cui si è basata la Cina post-riforme: crescita economica e miglioramento delle condizioni di vita in cambio di controllo politico. Oggi, questo equilibrio non è più sostenibile negli stessi termini a causa di una crescita più lenta, aggravata da crisi strutturali, come quella immobiliare, e dalla debolezza dei consumi. Le autorità sembrano quindi tentare di ridefinire tale contratto, spostando la legittimità del Partito dalla performance economica pura verso un insieme più ampio di obiettivi, tra cui sicurezza economica, stabilità sociale, riduzione delle disuguaglianze e rafforzamento del welfare. L’attenzione alle città di terzo e quarto livello, dove vive circa il 70% della popolazione, indica inoltre un tentativo di ampliare la base sociale del consenso, redistribuendo le opportunità economiche verso segmenti della popolazione finora meno integrati nella crescita.
Questo cambio di strategia ha implicazioni geopolitiche rilevanti: una Cina meno subordinata alla crescita a doppia cifra potrebbe adottare un approccio internazionale più selettivo, riducendo alcune vulnerabilità esterne (come la dipendenza dalle esportazioni) che potrebbero incidere sulle catene globali del valore e sulle relazioni economiche con l’Occidente.
Tecnologia come strumento di potere e competizione sistemica
Il vero punto nevralgico di queste Two Sessions è stato rappresentato dalla tecnologia, concepita come pilastro della sicurezza economica e della competitività internazionale. Gli investimenti in semiconduttori, intelligenza artificiale (AI), bioeconomia e aerospazio riflettono una visione in cui l’innovazione non è soltanto un obiettivo di sviluppo, ma uno strumento centrale per rafforzare la sovranità nazionale, ridurre le vulnerabilità esterne e ridefinire i rapporti di potere nel sistema internazionale.
L’obiettivo di costruire una “AI economy” entro il 2030 e il richiamo all’autosufficienza nei semiconduttori indicano una crescente politicizzazione della politica industriale. In questo contesto, la tecnologia assume una duplice funzione. Internamente, la narrazione del progresso scientifico contribuisce a rafforzare la legittimità del Partito, alimentando un senso diffuso di avanzamento e di primato nazionale in una fase di crescita più incerta. Sul piano esterno, invece, essa diventa il terreno principale della competizione sistemica con gli Stati Uniti e uno strumento di proiezione dell’influenza internazionale.
Nonostante il persistente divario rispetto agli americani nella ricerca di base e nelle risorse computazionali, la Cina ha già compiuto progressi significativi sia nei segmenti maturi della produzione, i cosiddetti segmenti legacy, sia in quelli intermedi, riducendo gradualmente il gap tecnologico grazie a una combinazione di pianificazione statale, economie di scala e sfruttamento dell’ampiezza del mercato interno. Questo rafforza la sua posizione nelle catene globali del valore anche in assenza di una piena leadership nelle tecnologie più avanzate.
Parallelamente, strumenti come i modelli di AI open source contribuiscono alla costruzione di ecosistemi tecnologici, ossia ambienti integrati di piattaforme, standard e infrastrutture all’interno dei quali utenti e governi operano, che possono generare nuove forme di dipendenza. Questo è particolarmente rilevante per i paesi del Sud globale, che spesso non dispongono di infrastrutture digitali proprie e cercano soluzioni economiche e accessibili. In questo spazio, la Cina parte da una posizione di vantaggio grazie a una presenza consolidata nelle infrastrutture digitali, sviluppata nel tempo attraverso investimenti legati alla Belt and Road Initiative (specialmente in Africa). Il primato tecnologico tende così a tradursi in capacità di creare e di gestire le sfere d’influenza delle grandi potenze.
Nel complesso, emerge una scelta politica chiara: concentrare risorse e capacità statali nei settori tecnologici strategici, elevandoli a priorità nazionale, anche a costo di comprimere altre dimensioni dello sviluppo economico e sociale.
Transizione energetica e strategia delle risorse
Il tema climatico rappresenta un ulteriore ambito in cui emerge il pragmatismo della strategia cinese. Il nuovo Piano Quinquennale conferma l’impegno verso la transizione energetica, ma con obiettivi relativamente cauti, come la riduzione dell’intensità carbonica del 17% entro il 2030 (1% in meno rispetto all’obiettivo indicato nel 2021) e l’assenza di limiti vincolanti sull’uso del carbone (a cui, invece, era stato precedentemente posto un “tetto” massimo).
Questa apparente moderazione riflette una logica di gestione del rischio: la sicurezza energetica resta prioritaria e il carbone continua a svolgere una funzione di stabilizzazione del sistema e di rete di sicurezza contro eventuali shock energetici. Ciò non toglie però che Pechino mira a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati, particolarmente urgente dopo le recenti turbolenze dei mercati globali. A tal proposito la Cina da anni investe massicciamente nelle rinnovabili, nella modernizzazione delle reti elettriche e nei veicoli elettrici. Questi settori hanno raggiunto livelli di maturità tali da contribuire notevolmente alla crescita economica del paese, tanto che, senza di essi, non sarebbe stato possibile raggiungere il target di crescita del PIL del 5% imposto per il 2025.
L’espansione di questi settori comporta anche un aumento della domanda di materie prime strategiche come litio, rame e nichel, rafforzando la capacità della Cina di influenzare i mercati globali. Domanda interna, capacità industriale e proiezione internazionale si integrano così in una strategia coerente.
Nella visione di Xi Jinping, la leadership climatica resta rilevante. Non solo la promozione di una “green civilisation” è da sempre uno slogan che fa parte del suo brand personale, ma è anche necessaria per rispondere alle pressioni interne legate all’inquinamento e al benessere della popolazione. Tuttavia, l’assenza di obiettivi rigidi consente a Pechino di mantenere la flessibilità e di adattarsi alle incertezze economiche e geopolitiche.
Nel complesso, dalle Two Sessions del 2026 non ci sono grandi sorprese, ma emergono alcune osservazioni interessanti. Sul piano economico emerge una certa cautela, mentre sul fronte tecnologico la Cina mostra dinamismo e ambizioni molto più marcate. La leadership, che utilizza toni decisamente più pacati nelle comunicazioni rispetto agli anni precedenti, bilancia crescita moderata, innovazione e stabilità. Pechino mantiene ampi margini di ambiguità, ma segue una traiettoria chiara: costruire autonomia, resilienza e influenza globale senza compromettere l’ordine interno né innescare reazioni eccessive sul piano internazionale.

