Le coordinate del vertice
Si è concluso l’International Space Summit organizzato dal Presidente francese Emmanuel Macron al Grand Palais di Parigi, che ha riunito più di 2000 partecipanti e poco meno di 120 delegazioni straniere, inclusi governi, agenzie spaziali, organizzazioni internazionali ed esponenti dell’industria e della comunità scientifica spaziale, per un confronto sul futuro dello spazio. Dalla sicurezza alla space economy, dall’esplorazione alla questione della competitività e dell’autonomia europea oltre l’orbita, il vertice – formalmente co-presieduto dalla Germania – era stato annunciato nel giugno dello scorso anno dal capo dell’Eliseo in occasione del Salone internazionale dell’aeronautica e dello spazio di Le Bourget, e ha visto altresì la partecipazione dell’astronauta Thomas Pesquet e della fondatrice di The Exploration Company Hélène Huby quali inviati speciali del Presidente.
Per l’Italia, accanto al Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso (Autorità delegata alle politiche spaziali e aerospaziali dal Presidente del Consiglio Giorgia Meloni) hanno partecipato l’Ambasciatore Mario Cospito, commissario straordinario dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e il Generale Franco Federici, consigliere militare del Presidente del Consiglio e segretario del COMINT.
Le priorità operative
Accanto a incontri di alto livello, annunci e workshop sul futuro dell’esplorazione spaziale, il summit di Parigi è stato un’occasione di promuovere un dialogo schietto e diretto su una serie di riflessioni strategiche indirizzate a rafforzare il ruolo dell’Unione Europea nello spazio. In particolare, sono quattro le priorità promosse dalla co-presidenza franco tedesca: la tutela della sicurezza nel dominio spaziale, fondamentale ad assicurare la sostenibilità delle operazioni; la space economy, settore strutturale e fondante per la competitività e lo sviluppo economico europeo; la necessità di evitare un far west spaziale segnato dall’assenza di regole, promuovendo al contrario un uso dello spazio responsabile per le future generazioni quale bene comune dell’umanità; e infine la convergenza di ricerca scientifica, esplorazione dell’universo e progresso tecnologico. In quest’ottica, il ritorno sulla Luna e l’esplorazione di Marte contribuiranno a preservare il delicato equilibrio che supporta la vita sulla Terra.
In questo quadro, è evidente come la dimensione economica sia stata considerata prioritaria durante il vertice, tanto al fine di incrementare la visibilità del settore imprenditoriale europeo, quanto per attrarre investimenti esteri. Ciononostante, ha risuonato l’assenza dei leader del settore privato statunitense(Space X e Blue Origin, tra gli altri), i quali hanno deciso di non prendere parte alle discussioni probabilmente dietro pressione governativa, già infastidita dallo European Space Act e da una serie di pratiche considerate anti-concorrenziali e colpevoli di danneggiare le aziende americane. Sebbene la ricerca di autonomia strategica non si traduca necessariamente in una incompatibilità con l’architettura di sicurezza USA o in un allontanamento dalla sfera sua di influenza, la distanza creatasi tra Washington e Bruxelles si fa sentire anche nel settore dello spazio, con un’UE che (almeno a parole) si dice pronta a convertire programmi e risorse in capacità industriale tangibile, razzi, contratti e satelliti. Pertanto, l’International Space Summit ha rappresentato anche un banco di prova per la politica europea, più che mai chiamata a giocare la partita spaziale come un’unica squadra e a mettere da parte divergenze e interessi per una più ampia priorità strategico-securitaria.
Cosa si è deciso a Parigi
Sul piano industriale, il Summit ha prodotto alcuni degli annunci più concreti. Tra questi, l’accordo da circa 500 milioni di eurosiglato da Thales Alenia Space con Eutelsat per la fornitura dei payload governativi destinati a 330 satelliti della costellazione europea IRIS² rappresenta uno dei tasselli più rilevanti del progetto, il cui valore complessivo dovrebbe superare i 3 miliardi di euro. La società, joint venture franco-italiana tra Thales e Leonardo, si conferma così al centro di una delle principali infrastrutture strategiche europee per le comunicazioni sicure, mentre Airbus realizzerà il primo segmento della costellazione.
Anche sul fronte dell’accesso autonomo allo spazio sono arrivati segnali positivi. Arianespace ha annunciato sette nuovi accordi e memorandum d’intesa per quasi dieci lanci, il più consistente portafoglio di ordini raccolto da Ariane 6 dall’entrata in servizio. Tra questi, Amazon Leo ha ordinato altri sei lanci Ariane 64, portando a 24 il numero complessivo delle missioni previste entro il 2031, mentre Eutelsat ha commissionato due ulteriori lanci per il rinnovo della costellazione OneWeb. Gli annunci confermano la duplice funzione attribuita al lanciatore europeo: garantire un accesso autonomo allo spazio e, al tempo stesso, competere sul mercato commerciale internazionale. Una prospettiva che si ritrova anche nelle parole della Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, secondo cui con Ariane 6 e Vega-C l’Europa dispone delle proprie capacità di lancio, ma deve tradurre le potenzialità in una capacità industriale più competitiva e coordinata. Il punto, tuttavia, non riguarda soltanto la capacità di produrre satelliti o lanciare vettori, ma la possibilità di disporre di un ecosistema spaziale realmente autonomo e interoperabile.
Gli accordi annunciati a Parigi mostrano dunque che una parte di questa ambizione sta già assumendo una dimensione industriale concreta. Resta però da verificare se i singoli progetti riusciranno a comporsi in un sistema europeo realmente integrato, capace di superare la frammentazione nazionale e di trasformare gli investimenti crescenti in capacità operative autonome.
Verso un’autonomia europea nello spazio? Criticità e questioni aperte
Nonostante l’autonomia del continente europeo e le questioni di sicurezza connesse al dominio spaziale siano ormai divenute un auspicio condiviso dalle principali potenze europee e dalle istituzioni di Bruxelles, ritardi e scelte strategiche rivelatasi errate si contrappongono, allo stato attuale, ad una serie di successi recenti che hanno riportato al centro del dibattito le discussioni sul futuro del programma spaziale europeo e dei relativi programmi di sviluppo.
Prima tra tutte è la questione dell’accesso allo spazio, area in cui l’Unione Europea deve fare i conti con un divario piuttosto significativo con Stati Uniti e Cina, principali potenze spaziali a livello globale. Uno sguardo al settore dei lanciatori mostra infatti come nella prima metà del 2026 solo 5 lanci orbitali siano stati portati a termine dall’Europa, contro i 126 degli USA e delle sue aziende private, i 60 della Cina – anch’essa coinvolgendo in misura sempre maggiore compagnie private – e i 12 della Russia. Appaiono dunque scontate le evidenti difficoltà delle imprese europee nell’ottenimento di contratti di lancio sui mercati internazionali, a loro volta riflesso delle mancanze in termini di capacità operativa dei differenti attori coinvolti.
A questo problema, l’ESA ha posto rimedio intentando a più riprese operazioni di diversificazione dei fornitori e concludendo contratti con alcune aziende selezionate con sede sul territorio europeo (parte della più ampia iniziativa European Launcher Challenge). Ciononostante, servirà del tempo per valutare gli effetti di un simile approccio e soprattutto verificare la piena operatività dei sistemi Made in Europe. Al momento, infatti, i sistemi di cui dispone l’Europa rimangono i lanciatori Ariane 6 e Vega-C, vettori non riutilizzabili (a differenza di quelli elaborati oltreoceano da Musk) e difficilmente in grado di stare al passo con le frequenze dei lanci effettuati da altri paesi. A livello statale, un barlume di speranza si è acceso dopo il successo della messa in orbita di cinque piccoli satelliti da parte della startup tedesca Isar Aerospace attraverso il razzo Spectrum, decollato dal centro spaziale di Andøya, in Norvegia, lo scorso 5 settembre. Spectrum, che ha raggiunto l’orbita in un volo commerciale senza equipaggio, ha permesso a Isar Aerospace di annoverarsi quale prima entità commerciale a lanciare un razzo in orbita dall’Europa, nonché di aprire prospettive interessanti per i prossimi sforzi europei finalizzati a ridurre la dipendenza dagli USA nell’accesso allo spazio, specialmente in un contesto nel quale Bruxelles prevede di aumentare la frequenza dei lanci per il dispiegamento della sua costellazione satellitare.
Oltre ai lanciatori, l’attenzione va tuttavia rivolta in modo particolare anche alle costellazioni satellitari, architettura fondamentale per le comunicazioni del presente e con ogni probabilità anche per i conflitti del futuro. Complici i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, le comunicazioni satellitari e le costellazioni non sono più elementi trascurabili anche in virtù delle ricadute tanto sul piano civile e commerciale quanto su quello militare, tanto che al fianco della pionieristica Starlink anche Cina e Russia si sono attrezzate per mettere in orbita costellazioni di loro proprietà.
Sul versante europeo, Bruxelles può contare su IRIS2, futura costellazione satellitare di punta dell’Unione i cui lanci sono previsti a partire dal 2029. Sebbene le tempistiche per la messa in orbita dei satelliti possano subire variazioni rispetto al previsto, alcuni sviluppi recenti hanno portato ad un accordo tra la Commissione Europea e il consorzio SpaceRISE per l’aggiunta di ulteriori 66 satelliti nell’orbita bassa terrestre (la cosiddetta “LEO”) per finalità connesse alla sicurezza, alla difesa e alla resilienza nella gestione delle emergenze, incrementando dunque – almeno in via teorica – l’autonomia strategica e la competitività dell’Europa. Tuttavia, agli entusiasmi di un simile progetto va comunque affiancata la lucida consapevolezza dell’ingresso dell’UE in un’orbita già affollata da potenze spaziali consolidate, attori privati arrembanti e Stati con capacità in rapida evoluzione. Pertanto, di pari rilevanza sarà il destino del progetto Bromo, joint-venture spaziale attualmente sotto esame della Commissione Europea che potrebbe costituire il punto di svolta dell’Unione in termini di presenza di un campione industriale nel settore spaziale capace di competere a livello internazionale riducendo la dipendenza del vecchio continente da attori esterni.
La prospettiva italiana: cosa si porta a casa Roma?
Tra gli aspetti più significativi del vertice per l’Italia – che presiede il COPUOS delle Nazioni Unite nel biennio 2026-2027 e ospiterà a dicembre la riunione ministeriale dell’ESA – vi è sicuramente la fitta agenda di appuntamenti del Ministro Adolfo Urso con il Direttore Generale dell’ESA Josef Aschbacher e con i vertici del commercio, dell’industria e delle politiche spaziali di Francia, Germania, Giappone e Ungheria, a cui si aggiunge un importante bilaterale con il Ministro francese dell’Istruzione superiore, della Ricerca e dello Spazio Philippe Baptiste. L’incontro sarà infatti l’ottavo di una serie precedente di scambi tra Italia e Francia che hanno portato, nella cornice parigina, alla firma di due nuove intese industriali nel campo delle tecnologie strategiche per la competitività europea. Come si legge in un comunicato del MIMIT, la partnership siglata tra Sopra Steria/CS Group e AIKO prevede infatti l’integrazione di tecnologie avanzate di IA nelle piattaforme europee dedicate alla gestione delle operazioni spaziali, così da aumentare l’automazione, incrementare la qualità di analisi dei dati e supportare i processi decisionali. Parallelamente, il Memorandum of Understanding firmato tra Caliabs e Leaf Space punterà ad integrare collegamenti ottici satellitari ad alta capacità nei servizi di ground segment, anche attraverso la possibile installazione di stazioni ottiche presso siti Leaf Space e la realizzazione di un progetto pilota end-to-end. Si tratta di un successo notevole per Roma e Parigi, che attraverso queste intese integreranno concretamente competenze industriali complementari valorizzando le capacità delle imprese nazionali nella filiera europea dello spazio.
Di interesse è poi la firma, alla vigilia del summit, di una dichiarazione congiunta sul futuro dell’industria spaziale europeatra le tre associazioni dell’industria spaziale di Italia (AIAD), Francia (GIFAS) e Germania (BDLI), un appello diretto ai governi e ai responsabili politici dell’UE affinché si intraprendano misure significative a supporto del settore aerospaziale. Tra queste, il documento auspica l’istituzione di un fono europeo di competitività con una dotazione minima garantita di 60 miliardi di euro; il riconoscimento dello spazio come infrastruttura critica strategica essenziale per l’autonomia e la sicurezza dell’Europa; e infine la preferenza europea negli appalti, per il tramite di regole di ingaggio trasparenti che prioritizzino le imprese private europee nell’assegnazione dei contratti istituzionali per lo spazio.
Conclusioni. L’Europa ripartirà da Parigi?
Da ciò che è emerso nel corso del vertice di Parigi, sembrano essere due le costole del futuro assetto del settore spaziale europeo in ottica del raggiungimento dell’autonomia strategica: economia e sicurezza, al fine di costruire capacità spaziali sovrane con un maggiore coordinamento tra Stati membri. Questo il messaggio politico più significativo: una dipendenza eccessiva dagli USA per le infrastrutture e i servizi spaziali strategici non è più sostenibile a lungo termine né in linea con le ambizioni di Bruxelles, che – nelle parole del Presidente Macron – dovrebbe “prendere in mano il proprio destino” anche con riguardo al dominio spaziale. Ciò non significa tuttavia tagliare i ponti con l’altra sponda dell’Oceano: il rafforzamento delle capacità tecnologiche e industriali europee non esclude infatti una cooperazione continua con partner extraeuropei, secondo un modello di “strategic autonomy without strategic isolation”.
Inoltre, nonostante a margine del vertice aziende spaziali provenienti da tutto il mondo abbiano annunciato nuove partnership e investimenti per miliardi di dollari, il grande appuntamento di Parigi non ha prodotto gli annunci di finanziamenti pubblici necessari per consentire all’Europa di accedere allo spazio senza l’aiuto degli Stati Uniti. Storicamente, infatti, l’Europa ha investito solo lo 0.07% del suo PIL nei programmi spaziali in confronto allo 0.24% degli Stati Uniti, ma le prospettive per il futuro sembrano essere incoraggianti anche alla luce del budget ESA approvato nel 2025, che ha raggiunto il record di 22.3 miliardi di euro per il triennio 2026-2028. Un incremento del budget per il futuro sarà però necessario: come ha affermato il direttore generale dell’ESA Aschbacher, i Paesi europei dovranno aumentare i finanziamenti destinati all’Agenzia, e solo investendo 1 miliardo di euro all’anno per i prossimi dieci anni, l’Europa potrebbe finalmente permettersi di inviare astronauti nello spazio senza dover fare affidamento sulla NASA.
In prospettiva strategica, ciò su cui l’Europa risulta ancora carente è l’unità e il coordinamento dei suoi Stati membri in materia di programmi nazionali spaziali. In effetti, la frammentazione dei differenti approcci – ne sia un esempio la Germania, che sta sviluppando una propria rete satellitare militare mentre porta avanti IRIS2 sul fronte europeo – rischia di vanificare gli investimenti e ridurre le potenzialità di un’azione coordinatatra le diverse expertise presenti sul territorio europeo. Per questo motivo, incrementare l’interoperabilità tra i sistemi nazionali e quelli europei diventa necessariamente un obiettivo da perseguire a breve termine, pena una governance e una pianificazione industriale che mira all’autonomia strategica rimanendo tuttavia saldamente ancorata alla dimensione nazionale.
Da ultimo, la questione della sicurezza spaziale è definitivamente entrata tra le priorità politiche dell’Unione. Come ha sottolineato la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, “la sicurezza sulla Terra dipende in via maggiore dalla sicurezza nello spazio”, dominio non più relegato a mero settore scientifico o commerciale bensì ad area strategica fondamentale per la difesa, la resilienza delle infrastrutture critiche terrestri, le comunicazioni sicure, nonché le capacità autonome europee. Un chiaro segno della tendenza inaugurata dal conflitto russo-ucraino a cui andremo incontro nel prossimo futuro: lo spazio è a tutti gli effetti un’infrastruttura critica e, come tale, una componente essenziale della sicurezza europea. Essere competitivi e indipendenti non è più un’opzione, ma una garanzia di sicurezza, resilienza e autonomia strategica in un ambiente spaziale sempre più conteso.



