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Lo sfruttamento delle risorse spaziali: la meta della nuova corsa allo spazio.

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Con l’irrompere della Cina sulla scena spaziale, e con un generale rinnovato accento sul tema delle attività spaziali degli ultimi anni, è stato molto facile parlare dell’avvento di una nuova, “seconda Corsa allo Spazio”, dopo quella storica che vide confrontarsi USA e URSS in piena Guerra Fredda. Ma quali sono gli obiettivi di questa nuova dinamica? Lo sfruttamento delle risorse spaziali è fra questi. Occorre verificare, però, se ciò sia fattibile, soprattutto dal punto di vista delle norme di Diritto Internazionale in materia.

A partire dal 2015 circa, si è verificata un’improvvisa accelerazione delle dinamiche inerenti le attività spaziali, già in qualche modo stimolate dal rapido exploit della Cina quale nuova potenza spaziale e dall’irrompere sulla scena dei privati quali nuovi, indipendenti (incontrollabili?) attori del gioco spaziale. 

Queste dinamiche hanno fortemente scosso il modus vivendi cui il mondo era abituato, in cui l’attenzione era per lo più focalizzata sulla Stazione Spaziale Internazionale quale catalizzatore di intenti, progetti e cooperazione sublimata ai massimi livelli fra tutti gli attori attivi in campo spaziale. In pochissimi anni, lo spazio è tornato ad assurgere a campo di gioco per una nuova importante partita: quella che vede come nuova meta, la permanenza dell’uomo nello spazio. 

Non siamo in un film di fantascienza. Molto più prosaicamente, siamo passati dalla curiosità scientifica dell’esplorazione, che caratterizzava la prima corsa allo spazio, alla quasi-consapevolezza dell’ignoto, e conseguente immediata ricerca del ritorno che tale consapevolezza ci permette.

L’Ordine esecutivo americano del 6 aprile 2020

Come noto, sin dalla campagna elettorale, l’obiettivo di Donald Trump (eletto presidente degli USA nel 2017) era quello di “fare l’America grande di nuovo” ed il settore spaziale si è rivelato un perfetto campo di applicazione di tale strategia, riportando anche lo stesso tema “Spazio” sotto un maggiore profilo di visibilità rispetto alla precedente era Obama. Nel dicembre 2017 veniva emanata la prima direttiva spaziale dell’amministrazione Trump (Space policy Directive 1) tramite cui, capovolgendo la tabella di marcia della presidenza Obama, Trump indicava alla Nasa di elaborare un piano per tornare al più presto sulla Luna per poi puntare, solo in seguito, verso Marte.

Nell’ambito della stessa strategia, inoltre, veniva emanato l’Ordine esecutivo dell’aprile 2020, il quale affidava al segretario di Stato Mike Pompeo la promozione di uno sforzo inter-agenzia per cercare “International support for the recovery and use of space resources”.

Premendo l’acceleratore sul possibile futuro dello Spazio e sul ruolo dell’uomo nello Spazio, Trump poneva, sebbene con un forte impatto mediatico, un importante quesito: è possibile lo sfruttamento delle risorse spaziali? Se sì, come attuarlo?

Se fino a qualche anno fa, si esitava nel dare drastiche affermazioni in risposta a questo quesito (perlomeno lo era chi avesse ben impresso il ruolo delle norme di Diritto Internazionale dello spazio in materia), l’ex presidente Trump ha ritenuto di non porsi troppe remore e di sollevare un grosso vespaio di ordine giuridico. 

Nelle prime settimane dopo l’emanazione dell’ordine esecutivo, quindi sull’onda dell’impatto e dei toni del suo contenuto, ciò che fu immediatamente evidente fu come tramite questo atto, si esplicitasse la posizione degli Stati Uniti relativamente ai Trattati spaziali internazionali: lo Spazio è inteso come dominio unico dell’attività umana e gli USA non lo intendono come bene comune (“Outer space is a legally and physically unique domain of human activity, and the United States does not view space as a global commons). 

L’ordine esecutivo chiariva poi il rifiuto degli Stati Uniti per il Trattato sulla Luna del 1979 (This Executive Order directs the Secretary of State to lead a U.S. Government effort to develop joint statements, bilateral agreements, and multilateral instruments with like-minded foreign states to enable safe and sustainable operations for the commercial recovery and use of space resources, and to object to any attempt to treat the 1979 Moon Agreement as expressing customary international law.).

Il Moon Treaty, secondo l’ordine esecutivo, creerebbe incertezza sul diritto allo sfruttamento delle risorse lunari e di fatto inibisce gli investimenti degli imprenditori spaziali altrimenti desiderosi di partire all’avventura. “Gli americani – si legge – dovrebbero avere il diritto di intraprendere attività commerciali di esplorazione, recupero e uso di risorse nello spazio extra-atmosferico”. 

Quindi, l’ordine esecutivo americano del 2020, non va apertamente contro l’Outer Space Treaty del 1967 (il Trattato spaziale internazionale per eccellenza), ma chiarisce il rifiuto USA del Moon Treaty del 1979, fondandosi proprio sul problema interpretativo che vede il Trattato del 1967, da una parte, che vieta ogni pretesa di sovranità sullo spazio, la Luna e gli altri corpi celesti, che sono da qualificare, senza eccezioni, alla stregua di res communis omnium (regime giuridico che implica la libertà d’esplorazione e d’uso dello spazio esterno da parte di tutti gli Stati, senza discriminazioni, sulla base dell’uguaglianza e in conformità al diritto internazionale). Dall’altra parte, il Trattato sulla Luna, che utilizza il diverso concetto di common heritage of humankind – patrimonio comune dell’umanità – che esclude in principio ogni altro tipo di sfruttamento della Luna e delle sue risorse, rispetto a quello realizzato collettivamente attraverso un’autorità internazionale ad hoc. 

A oltre un anno di distanza dall’emanazione di questo ordine esecutivo, comunque, è possibile fornire anche un’altra lettura. E’ possibile ipotizzare che questo sia stato un semplice tentativo, seppure brusco e unilaterale, di intervenire su quella che potremmo definire la dimensione economica del concetto di global common e conseguentemente sul concetto delle risorse spaziali (e Lunari).

E’ chiaro infatti che, come dichiarato successivamente più volte dal governo USA, l’America continua a riconoscere la valenza dei principi di diritto internazionale dello spazio, non potendo essere diversamente data la natura internazionale di tali principi. 

L’obiettivo dell’ordine esecutivo, presumibilmente, è stato quello di rassicurare le compagnie americane attive nel settore spaziale circa il fatto che, qualora avessero intrapreso attività di estrazione di risorse spaziali, non avrebbero dovuto condividere i profitti derivanti da tale attività.

In questo senso dunque, lo scopo dell’ordine esecutivo era differenziare il concetto giuridico di bene comune, dalla sua interpretazione economica: chi dovesse ottenere un profitto tramite, ad esempio, estrazione di risorse lunari, non è tenuto a condividere questi profitti con il resto dell’umanità.

Questo anche in considerazione del fatto, ed a maggior rinforzo, dell’impossibilità di applicare alla Luna e alle sue ipotetiche risorse (e profitti derivanti), il regime giuridico contenuto nel Moon Treaty, ovvero di common heritage of humankind.

La nozione di patrimonio comune dell’umanità, infatti, è stata adottata dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del mare per qualificare i fondi marini oltre le giurisdizioni nazionali e per istituire l’Autorità internazionale, organismo attraverso il quale gli Stati contraenti organizzano le attività di sfruttamento relative ai minerali siti sui fondi marini. 

L’Accordo sulla Luna prevede anch’esso che lo sfruttamento delle risorse lunari sia regolato, a beneficio dell’intera umanità, attraverso uno speciale regime giuridico; ma l’elaborazione di tale regime era stata all’epoca rinviata al momento in cui tale sfruttamento fosse stato tecnicamente possibile ed economicamente valido. E il problema, è che quel momento sembra essere improvvisamente arrivato e non risulta possibile gestirlo come è stato fatto per i fondi marini.

Lo Sfruttamento delle Risorse Lunari

Lo sfruttamento delle risorse lunari è diventato un argomento sempre più discusso soprattutto ora che l’esplorazione spaziale inizia a concentrarsi sull’invio di missioni spaziali umane sulla Luna e su Marte e, in futuro, sulla superficie di altri corpi del sistema solare.

Lo sfruttamento delle risorse lunari potrebbe fornire, ad esempio, l’ossigeno per realizzare l’atmosfera degli habitat per il fabbisogno degli astronauti o fornire carburante per i veicoli spaziali da e per la Terra, o il futuro Gateway lunare e, in prospettiva, per rifornire veicoli spaziali automatici o con equipaggio destinati a viaggi verso Marte o verso altre destinazioni del sistema solare.

A settembre 2020, l’International Space Exploration Coordination Group – ISECG ha rilasciato l’ultimo aggiornamento del Global Exploration Roadmap – GER, il documento che raccoglie la visione dell’esplorazione spaziale del nostro Sistema Solare e rappresenta un passo importante per coordinare gli sforzi di tutte le agenzie aderenti, tra cui European Space Agency – ESA e United States’ National Aeronautics and Space Administration – NASA, verso obiettivi comuni.

In particolare il Supplemento estende e definisce con più precisione, il “Lunar Surface Exploration Scenario” già introdotto con la Global Exploration Roadmap 2018, aggiungendo nuovi obiettivi comuni per campagne di esplorazione sostenibili e descrivendo gli elementi architetturali che progressivamente consentiranno una presenza permanente sul nostro satellite e insieme favoriranno la preparazione delle missioni più ambiziose verso Marte. Fra questi, vi è proprio la capacità di sfruttamento in-situ delle risorse del nostro satellite.

In connessione ai principi giuridici su esposti, è interessante notare come si sia sviluppata rapidamente, soprattutto negli Stati Uniti, una corrente di pensiero che sostiene in maniera assertiva il fatto che riconoscere la valenza e l’importanza della tematica relativa allo sfruttamento delle risorse, che ha rapidamente portato il dibattito ai più alti livelli internazionali, la renda conseguentemente non per forza incompatibile con gli attuali principi del diritto internazionale in vigore.

Questa convinta corrente di pensiero, si focalizza nello specifico proprio sull’art. II dell’OST (Spazio = res communis omnium), sostenendo quindi che lo sfruttamento, l’uso delle risorse spaziali per se, non costituirebbe una appropriazione, bensì andrebbe letta come una delle libertà di accesso ed uso dello spazio sancite dall’art. I dell’OST.

La questione è dunque di grande interesse anche perché, nonostante l’OST consenta l’utilizzo di tali risorse, ma vieti di colonizzare i corpi celesti o di usarli per scopi militari, e nonostante gli Accordi Artemis del 2020, ad esempio, riaffermino il dovere di coordinamento – nessuno dei due assicura una protezione concreta delle risorse. Gran parte delle missioni lunari, negli ultimi decenni, si sono concentrate sull’attività scientifica e non su quella commerciale; secondo molti studiosi, quindi, il problema più grande – ovvero chi dovrebbe attingere a queste risorse tra privati, agenzie spaziali e Stati – non è stato ancora affrontato.

Gli Accordi Artemis: la base per un nuovo diritto spaziale?

Come anticipato, l’ordine esecutivo di aprile conferiva al segretario di Stato, Mike Pompeo, il compito di avviare trattative internazionali che definissero le nazioni partecipanti al progetto.  Nonostante lo stupore generale e le aspre critiche ricevute da più parti (lo stesso Putin ha definito l’Ordine esecutivo “un tentativo aggressivo di espropriazione”) questo lavoro diplomatico ha infine dato i suoi frutti lo scorso ottobre 2020, in occasione della firma degli Artemis Accords, strumenti politici non vincolanti con lo scopo di sostenere l’esplorazione spaziale all’insegna della sostenibilità nel rispetto delle generazioni presenti e di quelle future, riconoscendo in questo il valore del coordinamento multilaterale. 

L’obiettivo degli Accordi Artemis è evidente: la NASA è intenzionata a chiedere a tutti i paesi interessati a cooperare al raggiungimento del programma Artemis di impegnarsi a seguire una serie di principi orientati al supporto di un futuro spaziale più sicuro, prospero e pacifico. 

Gli accordi, caratterizzati da una serie di 10 principi, prevedono tra l’altro la creazione di Safety Zones: ovvero le aree circondanti i luoghi delle attività condotte dagli Stati Uniti e dai loro partner con l’intento di evitare interferenze che possano mettere a rischio la sicurezza delle operazioni.

Viene, inoltre, sancito il diritto all’estrazione e all’utilizzo delle risorse presenti sulla superficie lunare: l’ordine esecutivo del 6 aprile andava proprio in questa direzione incoraggiando gli altri paesi ad adottare la posizione sposata da Washington, una posizione riassumibile nel riconoscimento del diritto all’uso delle risorse spaziali sia da parte del pubblico sia da parte di attori privati. 

Il programma Artemis si appresta a diventare uno strumento di punta della politica estera americana. Certamente occorrerà vedere come il Presidente Biden deciderà di affrontare questa impostazione e come tutto ciò possa coesistere con rapidi sviluppi in materia (accordo CINA /Russia sulla stazione lunare).

In realtà, la domanda da porsi in questo momento è: le attuali norme diritto internazionale dello spazio, sono ancora adatte a regolare le attuali dinamiche, attività ed ambizioni in ambito spaziale?

Sicuramente i tempi sono decisamente maturi per un cambiamento e per una evoluzione delle norme che regolano le attività degli Stati nello spazio extra-atmosferico, anzitutto, prima ancora di arrivare alle attività messe in atto dai privati, una fattispecie sulla cui regolamentazione, comunque, ci si dovrà seriamente interrogare a brevissimo.

Ma questa evoluzione, questa renovatio iuris, sotto quale forma può essere realizzata?

Sotto forma di un nuovo Trattato internazionale, sotto forma di accordi con caratteristica di multilateralità o lasciando la libertà di trattazione della materia a livello nazionale?

Nel caso di un nuovo Trattato internazionale, anzitutto questo dovrebbe necessariamente essere realizzato nuovamente in sede COPUOS, elemento che garantirebbe la massima legittimazione dell’atto, ma che parimenti graverebbe lo stesso di scarsa flessibilità e che darebbe sicuramente adito a lunghe pause e presumibili tensioni.

Relativamente all’approccio su base nazionale, questa strada risulta particolarmente sconsigliabile. Appare lampante come, se ogni nazione facesse da sé, ci sarebbe il rischio di una tale frammentazione del diritto che farebbe sì che, ad esempio, i privati, vaghino da uno stato all’altro alla ricerca della normativa più favorevole.

Riguardo all’approccio multilaterale: questa fattispecie potrebbe essere messa in atto da quegli stati attualmente in possesso di un grado evolutivo tale da impegnarsi formalmente e pubblicamente a seguire dei protocolli comuni che possano, successivamente, porre le basi per una evoluzione strutturata dei trattati internazionali. 

In questo senso allora, gli Accordi Artemis, possono essere considerati la base per un nuovo diritto internazionale spaziale? Può darsi. 

Non è un caso, ad esempio, che, pochi giorni fa, la fondazione americana Open Lunar abbia annunciato la costituzione un Trust per l’acquisizione e gestione di risorse spaziali con l’obiettivo di sperimentare quali policy e quali tipi di diritti proprietari, ad esempio, possano funzionare se applicati alle risorse spaziali. 

E’ chiaro, dunque, come siamo arrivati ad un punto di svolta storico.

Di certo, ci vorrà del tempo per superare il forte impatto dovuto alla derivazione degli Artemis Accords da un ordine esecutivo così aggressivo e unilaterale come quello di aprile ad opera americana che fa sì che sia ancora molto viva l’interpretazione degli Accordi Artemis come una imposizione americana e null’altro.

Parimenti interessante sarà vedere come si comporterà, ad esempio, l’Australia, unico paese firmatario degli accordi Artemis ad avere anche ratificato il Moon Treaty del 1979.

Ma, accanto a queste considerazioni, ciò su cui sarà veramente urgente soffermarsi è il ruolo che potranno avere (e avranno) i privati all’interno delle future dinamiche ed attività spaziali. Privati, la cui presenza era stata già prevista dall’OST del 1967 (Art. VI) ma con il vincolo della supervisione e continuo controllo da parte dello Stato interessato/responsabile.

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