A fine aprile, una delegazione di rappresentanti di grandi aziende della Silicon Valley — tra cui Meta, Google e Amazon — guidata da padre Salobir, a capo della Human Technology Foundation ed esperto presso la Santa Sede, si è recata in Vaticano per discutere un tema ormai centrale nelle agende europee: la tutela dei minori nell’era digitale e le implicazioni dell’avanzamento dell’intelligenza artificiale.
La riunione successiva, tenutasi presso l’Ambasciata di Francia presso la Santa Sede, ha ampliato il confronto al più ampio dilemma dell’etica di un processo tecnologico ormai percepito come inarrestabile, guidato dall’industria tech e sempre più pervasivo in molteplici ambiti della società: dall’istruzione al mercato del lavoro, fino alle modalità di esercizio del potere sovrano e alla conduzione dei conflitti.
Questo incontro non è stato che uno degli episodi di una serie di spazi di dialogo che da tempo coinvolgono il Pontefice, il quale sin dall’inizio del suo pontificato ha espresso una particolare attenzione — non priva di preoccupazione — verso le tecnologie emergenti e il loro impatto etico, arrivando a istituire una commissione ad hoc.
Quando le aziende del settore tecnologico e gli attori privati iniziano a dialogare sistematicamente con il Vaticano, non si è più di fronte a un semplice esercizio diplomatico. È il segnale che il potere tecnologico cerca oggi una nuova legittimazione morale globale.
L’enciclica Magnifica Humanitas
L’enciclica presentata oggi si inserisce nel solco della Dottrina sociale della Chiesa, considerando l’IA non come appendice tecnica ma come vera e propria sfida antropologica e di ordine politico globale. Nel testo, Leone XIV propone una lettura speculare alla portata che la Rerum Novarum ebbe per la rivoluzione industriale: se allora le macchine trasformavano il lavoro, oggi l’IA ridefinisce i processi decisionali, l’esercizio del potere e la sovranità. Il Pontefice individua con precisione il nucleo politico della questione: lo slittamento della governance tecnologica dalle mani degli Stati a quelle di potentati privati transnazionali. Come si legge nel testo: «Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente “privato”, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune».
Il contenuto entra nel merito della regolamentazione dell’IA, affrontando il tema dell’accountability: «Coloro che dispongono di potenti risorse tecniche ed economiche […] hanno un’importante capacità di indurre cambiamenti culturali e, in ultima analisi, di convincere un numero significativo di persone su quale sia la verità sull’essere umano, sul mondo, sul senso dell’esistenza… Questo è puro potere privo di verità, che impone sottilmente o apertamente ciò che vuole che gli altri considerino». Rivendicando l’imprescindibile centralità dell’uomo, la Chiesa non si accontenta quindi di interventi normativi successivi, ma esige che la centralità dell’essere umano sia scolpita by design nell’architettura stessa dell’IA, blindando la responsabilità umana come un principio assoluto e mai delegabile, in ogni fase del suo sviluppo.
Infine, l’enciclica squarcia il velo sulla narrazione positivista e progressista che gravita attorno alla Silicon Valley e allo sviluppo delle nuove tecnologie, denunciando la “fatica invisibile” che supporta l’infrastruttura dell’IA: estrazione di terre rare e correlato sfruttamento dei lavoratori, nonché “proletariato dei dati” e alienazione causata da ritmi di lavoro dettati da metriche algoritmiche. Il monito più severo è però quello che chiude l’enciclica: «Quando ci si limita a guardare solo al proprio settore», sostiene Leone XIV, «ci si illude di svolgere un compito moralmente neutro e si evitano le domande sugli scopi ultimi che orientano determinate sperimentazioni: così si rischia di cooperare, magari senza volerlo, a progetti oscuri che alimentano nuove forme di violenza, manipolazione e dominio». Questo passo fa riferimento – non troppo velato – all’ambito bellico e all’automazione dei conflitti, dove la combinazione tra intelligenza artificiale e apparati militari rischia di produrre una “forza senza limiti” e una deresponsabilizzazione letale delle decisioni sovrane. Il testo esorta gli scienziati e le imprese a non trincerarsi dietro una presunta neutralità scientifica.
Dalla rivoluzione industriale all’intelligenza artificiale: le encicliche come strumenti di governo morale
Per comprendere il significato politico dell’attuale attivismo del Vaticano sull’AI, è utile ricordare il ruolo storico e radicato della Chiesa di fronte alle grandi trasformazioni della modernità, capaci di ridefinire gli equilibri sociali e politici e di incidere in modo profondo sulla dignità e sui diritti umani. In questo contesto, lo strumento dell’enciclica — al di là della sua effettiva capacità di diffusione nella coscienza pubblica contemporanea, oggi certamente più limitata rispetto al passato ma ancora rilevante in termini di autorevolezza morale — ha rappresentato un tentativo di costruire un quadro etico, e in parte anche normativo, capace di orientare processi economici e politici che gli Stati faticavano a governare attraverso i tradizionali strumenti di negoziazione.
L’esempio più emblematico è la Rerum Novarum di Papa Leone XIII, pubblicata nel 1891 nel pieno della rivoluzione industriale, del processo di urbanizzazione accelerata e dell’emergere della questione operaia. Pur senza mettere in discussione le basi del capitalismo, il documento criticava apertamente lo sfruttamento del lavoro e l’assenza di tutele, sancendo il riconoscimento del diritto a un salario dignitoso e la necessità dell’associazionismo sindacale. La sua portata fu enorme: oltre a contribuire alla nascita della dottrina sociale della Chiesa, influenzò concretamente la formazione dei movimenti cattolico-sociali europei, l’evoluzione del sindacalismo cristiano e, indirettamente, le successive politiche di welfare del Novecento.
Quarant’anni dopo, la Quadragesimo Anno di Pio XI intervenne nel contesto della Grande Depressione e dell’ascesa dei totalitarismi, introducendo il principio di sussidiarietà e denunciando la concentrazione eccessiva del potere economico nelle mani di pochi gruppi industriali e finanziari. In questo modo, la Chiesa cercava di collocarsi come terzo attore tra capitalismo oligopolistico e socialismo statale, definendo limiti morali a entrambe le sfere del potere, tanto ai privati quanto allo Stato.
Anche le più recenti Pacem in Terris di Giovanni XXIII e Laudato si’ di Papa Francesco hanno affrontato temi di forte attualità, sempre strettamente ancorati al contesto storico in cui sono state promulgate, contribuendo a ridefinire linguaggi e categorie del dibattito politico globale.
È all’interno di questa tradizione che si inserisce oggi la riflessione sull’intelligenza artificiale. Il parallelismo con la rivoluzione industriale non è casuale: se la Rerum Novarum affrontava la trasformazione del lavoro umano prodotta dalle macchine industriali, il dibattito contemporaneo sull’AI riguarda la trasformazione delle modalità di esercizio del potere politico, economico e militare nell’era digitale. Non sorprende, quindi, che il Vaticano interpreti l’intelligenza artificiale non come una semplice innovazione tecnologica, ma come una questione antropologica e di ordine politico globale. La posta in gioco non è soltanto l’automazione di attività produttive o cognitive, ma la ridefinizione degli equilibri di sovranità, delle forme di controllo sociale e delle modalità attraverso cui si esercita il potere: dalla gestione dell’informazione alla sorveglianza, dall’organizzazione del lavoro fino alla conduzione dei conflitti e all’impiego di sistemi autonomi in ambito militare.
La novità dell’attuale fase storica emerge però nel rapporto tra Santa Sede e Silicon Valley, che assume un significato inedito: per la prima volta, le grandi aziende tecnologiche non cercano soltanto mercati o regolazioni favorevoli, ma una forma di legittimazione morale da parte di una delle più antiche autorità normative transnazionali del mondo.
Questo avviene in un contesto in cui gli Stati appaiono sempre più in difficoltà nell’esercitare un effettivo potere normativo sulla trasformazione tecnologica, mentre le stesse aziende del settore AI cercano di colmare quel vuoto costruendo propri sistemi etici interni, principi “costituzionali” e regole operative incorporate direttamente nell’architettura dei modelli.
Non è un caso che realtà come Anthropic parlino esplicitamente di “Constitutional AI”, o che OpenAI, Google DeepMind e Meta abbiano sviluppato framework autonomi di safety, moderazione e governance algoritmica. In assenza di un’autorità politica globale capace di definire limiti condivisi, le Big Tech stanno progressivamente assumendo funzioni storicamente appartenute agli Stati, alle istituzioni giuridiche e alle autorità morali: stabilire cosa sia accettabile, sicuro e legittimo nello spazio digitale contemporaneo.
La privatizzazione dell’etica e il nuovo triangolo del potere: Stato, Tech, Istituzioni morali
L’emergere delle Big Tech come attori normativi pone però un problema che il diritto internazionale contemporaneo fatica ancora ad affrontare: le infrastrutture strategiche dell’intelligenza artificiale sono sempre più nelle mani di soggetti privati, mentre gli strumenti giuridici globali continuano a essere costruiti quasi esclusivamente attorno agli Stati.
Il sistema internazionale moderno resta infatti profondamente statocentrico. Eppure, nel campo dell’AI, sono spesso le aziende private a possedere le infrastrutture computazionali, i modelli fondativi, i dataset e le capacità tecnologiche che incidono concretamente sugli equilibri geopolitici, militari ed economici globali.
La presenza in Vaticano di Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, a fianco del Pontefice durante la promulgazione dell’enciclica, assume in questo senso un valore altamente simbolico. Anthropic è emersa nel dibattito pubblico internazionale non soltanto per lo sviluppo del modello Claude, ma per aver tentato di costruire un approccio alla sicurezza algoritmica fondato su principi incorporati direttamente nell’architettura del sistema. Il concetto stesso di “Constitutional AI” rappresenta un passaggio cruciale: non più una regolazione esterna imposta ex post dagli Stati, ma regole normative integrate a priori e by design nel funzionamento del modello.
La scelta di Anthropic di imporsi di fronte al Dipartimenti di Stato USA e limitare l’impiego delle proprie tecnologie in contesti legati alla sorveglianza di massa, all’automazione militare e a possibili violazioni dei diritti umani mostra inoltre come alcune aziende tecnologiche stiano ormai assumendo decisioni che un tempo appartenevano esclusivamente alla sfera della sovranità politica. In altre parole, le imprese non si limitano più a fornire strumenti agli Stati: iniziano a negoziare direttamente i limiti legittimi dell’esercizio del potere.
È proprio questo il nodo politico centrale dell’era dell’intelligenza artificiale. Se le aziende private controllano infrastrutture strategiche essenziali e incorporano principi etici nei propri sistemi, allora diventa sempre più difficile immaginare una governance efficace che escluda tali attori dai processi di definizione normativa globale.
Il problema, tuttavia, è che questa inclusione apre una tensione profondamente democratica. Da un lato, gli Stati sembrano non possedere più da soli le competenze tecniche e la velocità necessarie per governare l’innovazione. Dall’altro, delegare la definizione degli standard etici a corporation transnazionali rischia di trasferire funzioni pubbliche fondamentali verso soggetti privati non eletti e non sottoposti a reali meccanismi di accountability democratica.
Si sta così delineando un nuovo triangolo del potere globale: gli Stati tentano di preservare la propria sovranità regolatoria; le Big Tech costruiscono infrastrutture cognitive e normative sempre più pervasive; le istituzioni morali e culturali — come il Vaticano — cercano di intervenire per definire limiti antropologici ed etici a una trasformazione tecnologica che appare ormai inevitabile.
La questione centrale non è allora soltanto come regolamentare l’intelligenza artificiale, ma quale forma di ordine politico internazionale possa emergere in un mondo in cui il potere normativo non appartiene più esclusivamente agli Stati. In questo quadro, il dialogo tra Santa Sede e Silicon Valley segnala qualcosa di più profondo di un confronto su principi astratti: il Vaticano sembra interpretare l’AI come una questione di ridefinizione della legittimità stessa del potere nel sistema internazionale contemporaneo.
Mentre gli Stati faticano a mantenere un controllo normativo effettivo e le aziende tecnologiche iniziano a costruire proprie architetture etiche e regolative, la Chiesa si colloca come autorità morale transnazionale che tenta di riaprire uno spazio di mediazione sui criteri stessi del potere.

