Sembra lontano il 2025, anno in cui Meloni e Trump si scambiavano complimenti, come all’incontro a Mar-a-Lago prima della cerimonia di insediamento di Trump, la visita di Stato ad aprile o il vertice a Sharm-el Sheikh a ottobre. Malgrado non sia passato molto tempo, gli avvenimenti degli ultimi sette mesi hanno lasciato il segno sul rapporto personale tra i due leader.
La guerra in Iran
Il conflitto in Iran rappresenta il principale punto d’attrito tra Giorgia Meloni e Donald Trump. La Casa Bianca contava sull’aiuto da parte dei suoi alleati nella guerra cominciata a febbraio 2026. In particolare, Trump sperava che un Paese mediterraneo come l’Italia, che ospita basi statunitensi, potesse fornire il supporto richiesto. Tuttavia, il diniego italiano di concedere l’uso della base di Sigonella in Sicilia, senza una preventiva e formale autorizzazione del Parlamento italiano, ha portato a un primo e importante deterioramento del rapporto tra i due leader. Inoltre, il Technical Arrangement del 2006 specifico per Sigonella stabilisce che l’uso dell’infrastruttura è subordinato al previo accordo tra le due parti, escludendo gli automatismo. L’iniziativa degli Stati Uniti si è dunque configurata come un errore procedurale, in quanto avevano omesso i passaggi autorizzativi previsti. Di conseguenza, il diniego opposto dal Governo italiano poggiava su una solida base giuridica.
Alla fine, dopo l’invio della portaerei Abraham Lincoln nel mar Arabico nel gennaio 2026 e il lancio dell’offensiva congiunta con Israele Epic Fury – che l’ha denominata Roaring Lion – gli Stati Uniti si sono ritrovati senza l’appoggio richiesto, cosa che Trump ha sottolineato più volte. A seguito delle prese di posizione su Papa Leone XIV, il Presidente americano ha marcato una linea netta con Roma, ribaltando quanto detto precedentemente sul Presidente del Consiglio italiano. Malgrado questi episodi, Meloni ha ribadito due principi chiave a ridosso del G7 di Évian: «l’Iran non può dotarsi dell’arma nucleare» e «la libertà di navigazione deve essere garantita».
Il G7 di Évian
Il vertice del G7 è arrivato dopo un breve momento di distensione del rapporto tra Italia e Stati Uniti. La visita di inizio maggio del Segretario di Stato USA Marco Rubio a Roma, al fine di rassicurare il Governo italiano sulla stabilità delle relazioni tra i due Paesi, ha rappresentato un primo momento di «disgelo» politico. A questo sarebbe dovuta seguire una visita del Ministro degli Esteri Antonio Tajani verso fine giugno, così da poter consolidare nuovamente i rapporti diplomatici.
Il confronto tra Meloni e Trump a Évian rappresentava in tutto ciò un nuovo punto di partenza, affinché la tensione dei mesi precedenti potesse essere solo un lontano ricordo. Tuttavia, questa speranza è stata sfortunatamente smentita subito dopo il vertice dallo stesso Presidente americano. Trump ha dichiarato infatti il suo scetticismo sulla Premier italiana, accusandola inoltre di averlo «implorato» per una foto insieme, aggiungendo «l’avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena».
In merito alle prime dichiarazioni di Trump, è necessario sottolineare come non sia possibile sapere con certezza la veridicità della presunta richiesta di una fotografia da parte di Meloni. Inoltre, non è possibile desumere il tono della voce di Trump, utile a comprendere se tali affermazioni fossero ironiche o meno. Bisogna anche mettere in evidenza che non tutte le parole e i modi di dire delle altre lingue trovano una traduzione letterale in italiano e viceversa, considerando in questo caso la flessibilità grammaticale e la morfologia dell’inglese. Tuttavia, i continui attacchi da parte del Presidente americano hanno confermato il suo scontento nei confronti del Presidente Meloni, la quale ha dovuto affrontare le conseguenze di questo scontro in Italia.
Le conseguenze del G7 in Italia
Se per il Presidente americano questo vertice è stato «uno dei G7 più riusciti» – soprattutto perché avvenuto contemporaneamente alla conclusione dell’ormai superato accordo di pace con l’Iran – per il Presidente del Consiglio italiano ha rappresentato un nuovo elemento di vulnerabilità. L’episodio ha infatti scatenato un acceso dibattito politico nel Paese, tra chi ha supportato Meloni per il voltafaccia del Presidente americano, e chi invece ha usato questo scontro tra i due leader per ribadire che è stato – sin dall’inizio – un errore fidarsi di Donald Trump. A ciò naturalmente si affianca la guerra tra Stati Uniti e Iran, con il conseguente blocco dello Stretto di Hormuz, che ha provocato un importante incremento dell’inflazione. Secondo un sondaggio dello scorso aprile, circa l’80% degli italiani ha espresso un giudizio negativo sulle azioni del Presidente Trump, mentre solo il 32% ha appoggiato la presa di posizione del governo italiano.
Per quanto da un lato il Governo e la Premier italiana abbiano effettivamente rafforzato la loro immagine da questa vicenda, dall’altro le intenzioni di voto mostrano un calo di consensi. Questo è dovuto a più fattori oltre a Trump, tra cui, innanzitutto, il fallimento del referendum del 22-23 marzo 2026 che, pur senza portare a un rimpasto dell’esecutivo, ha comportato le dimissioni del Sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e del Capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi. Inoltre, la crescente popolarità del Generale Roberto Vannacci – sceso in campo con il proprio partito Futuro Nazionale – rischia di indebolire la coesione della maggioranza di centro-destra in vista delle elezioni amministrative e politiche del 2027. Il Generale rappresenta infatti una sfida per il Governo, in quanto è riuscito in poco tempo a raccogliere consensi che hanno superato, secondo i sondaggi, la Lega di Matteo Salvini, avvicinandosi a quelli di Forza Italia. Nel caso in cui il Senato approvi dopo l’estate la nuova legge elettorale proposta dal Governo, lo Stabilicum, occorrerà ragionare attentamente sul coinvolgimento o meno del nuovo partito di destra, tenendo conto anche degli equilibri interni all’Alleanza Atlantica alla luce del vertice NATO di Ankara.
Meloni dopo il vertice NATO
Il 7-8 luglio si è svolto il vertice NATO ad Ankara, presso cui il Presidente del Consiglio italiano ha saputo ritagliarsi un ruolo di primo piano. Alla vigilia del summit, Trump aveva nuovamente riacceso le polemiche pubblicando un meme con la foto di Meloni con su scritto “serve un ordine restrittivo”. Tuttavia, la Premier italiana ha adottato una strategia semplice quanto efficace: ignorare le provocazioni gratuite. Ciò le ha permesso infatti di non soffermarsi troppo in conferenza stampa sul rapporto tra i due leader, spostando così l’attenzione sui risultati dell’Italia al summit.
Considerando le premesse con cui l’Italia arrivava al vertice, un risultato notevole è aver presentato una spesa per la Difesa pari al 2,8% del PIL, confermandosi inoltre come primo Paese europeo per truppe impiegate nelle missioni NATO, come ribadito dalla Premier. Tuttavia, occorre precisare questo budget include alcune voci di bilancio legate in modo indiretto alla Difesa, e che in realtà, la spesa militare pura (“core defense”) corrisponde al 2,1% del PIL. Inoltre, il tanto sperato orientamento dell’attenzione per il fianco sud e la sicurezza cooperativa non sono stati mai richiamati esplicitamente all’interno del comunicato finale. Il fianco est – con la guerra in Ucraina – continua a rimanere centrale per l’Alleanza, costituendo per Meloni un ulteriore terreno di dibattito politico interno. In Italia vi è ancora una forte divisione tra chi considera la minaccia russa persistente e che occorre aiutare l’Ucraina, e chi invece ritiene gli aiuti militari uno spreco di soldi del contribuente italiano.
Conclusioni
In merito a Trump, Meloni ha parlato di “rapporti cordiali“, ma entrambi i leader ora devono concentrarsi sulle proprie elezioni: quelle amministrative e politiche del 2027 per Meloni e quelle di midterm per Trump. Un eventuale indebolimento della leadership repubblicana offrirebbe alla Premier italiana l’occasione per riflettere sulla strategia politica necessaria in vista del 2027, approfittando così della debolezza di Trump. Sebbene Meloni abbia nuovamente riconfermato l’impegno dell’Italia nell’Alleanza al vertice di Ankara, l’esecutivo si ritrova sempre di fronte un’opinione pubblica ostile nei confronti della spesa per la Difesa, e dopo mesi di crisi con gli Stati Uniti è possibile aspettarsi un calo di consensi qualora non si provveda a consolidare la propria immagine sul piano internazionale. Qualora a Washington D.C. si arrivi a una situazione di Congresso diviso dopo le elezioni di midterm, Trump potrebbe divenire dunque una preoccupazione in meno per Giorgia Meloni.


