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09/07/2026
Interviste, Italia ed Europa, NATO

Italy in NATO: intervista all’Onorevole Calovini sul NATO Summit di Ankara

di Edoardo Barca

In occasione del NATO Summit di Ankara, abbiamo intervistato in forma scritta l'onorevole Giangiacomo Calovini (FdI) per fare il punto sulla postura italiana nell'Alleanza: dalla tenuta della coesione atlantica al riequilibrio del pilastro europeo, fino alla nuova responsabilità italiana sul Joint Force Command di Napoli.

Siamo ad Ankara per il vertice NATO più importante degli ultimi anni. Cosa si aspetta che ne esca per l’Italia?

Le dico una cosa che a mio avviso viene sottovalutata. Non era affatto scontato che questo vertice andasse bene. Alla vigilia in molti temevano che le tensioni potessero comprometterlo. È finito invece con un’Alleanza unita, una dichiarazione condivisa e impegni concreti sul sostegno all’Ucraina, sulla produzione industriale, sugli investimenti. Rispetto alle aspettative, è un successo. Per l’Italia il risultato è doppio. Da un lato confermiamo di essere un alleato pienamente credibile, ci presentiamo al 2,8% del PIL, in crescita, e siamo la nazione che mette a disposizione il maggior numero di uomini e donne nelle missioni della NATO. Dall’altro abbiamo portato al tavolo una linea chiara, quella indicata dalla Presidente Meloni: rispettiamo gli impegni, ma stabiliamo noi tempi, modi e priorità, in base al contesto e alle nostre possibilità. Con un principio che considero giusto. Se investiamo in difesa, quelle risorse devono restare in Italia, nelle nostre fabbriche, nella nostra ricerca, nei nostri territori. Più sicurezza, ma anche più lavoro e più crescita in casa nostra. È questo che l’Italia si porta a casa da Ankara.

C’è chi dice che una NATO a guida sempre più europea è una NATO più debole senza gli americani. Lei cosa risponde?

Rispondo che è una lettura che non condivido, perché mette in alternativa due cose che vanno insieme. Nessuno immagina, né vuole, una NATO senza gli Stati Uniti. L’obiettivo, ribadito anche ad Ankara, resta rafforzare il legame transatlantico. Allo stesso tempo, come ha detto il Presidente, è tempo che l’Europa sappia garantire la propria sicurezza da sola, non per fare un favore a qualcuno, ma per non dipendere da nessuno. Sono due facce della stessa medaglia. Un’Europa che si assume maggiori responsabilità non svuota l’Alleanza, ne rafforza il pilastro europeo, in piena complementarità con la NATO. È un’Alleanza più equilibrata, non più debole. E un alleato che porta capacità, e non solo aspettative, è un alleato che pesa di più. Aggiungo che la sicurezza di cui parliamo non è fatta solo di sistemi d’arma. È fatta di infrastrutture critiche, di sicurezza energetica, di catene di approvvigionamento, di materie prime. È su questi fronti che l’Europa deve ridurre le proprie vulnerabilità. Questa è l’autonomia che serve, e si costruisce insieme agli Stati Uniti, non contro di loro.

A febbraio è stato deciso che il Joint Force Command di Napoli passerà all’Italia. Cosa si aspetta in termini concreti — quali capacità, quali risorse, quali tempi? O rischia di restare una delega di prestigio?

Intanto una precisazione utile: la decisione è degli Alleati, presa a febbraio, e riguarda l’intera struttura di comando – l’Italia a Napoli, il Regno Unito a Norfolk, Germania e Polonia a Brunssum. È il segno di quel riequilibrio di cui parlavamo, con gli europei che assumono maggiori responsabilità operative. Sul merito le rispondo con realismo. Napoli non è un titolo di prestigio, è il comando che sovrintende al fianco Sud, dal Mediterraneo ai Balcani al Nord Africa. È la regione su cui l’Italia ha più competenza, più storia e più interessi diretti, lo stesso fianco Sud su cui il Presidente ha appena rilanciato nel bilaterale con Erdoğan, dalla difesa comune al controllo dei flussi migratori. Avere un comandante italiano lì significa portare la voce e le priorità dell’Italia dove si definisce la postura dell’Alleanza verso Sud. È un valore concreto, prima politico che tecnico. Sui tempi sarò realista: l’implementazione è graduale e segue i calendari di rotazione già previsti, quindi, non parliamo di una data secca ma di un percorso. E sarò altrettanto chiaro sul resto: una responsabilità di questo tipo si esercita davvero se il Paese la accompagna con capacità e risorse adeguate, sul personale come sugli assetti. È su questo che si misura se l’Italia è davvero all’altezza del ruolo che l’Alleanza le ha riconosciuto. Il nostro compito è fare in modo che lo sia, fino in fondo.

Il 5 luglio Trump ha postato su Truth un meme con “serve un ordine restrittivo” accanto alla foto di Meloni. Le trova innocue queste tensioni personali, o un’animosità che può condizionare la posizione italiana al summit?

Guardi, il Presidente ha detto che su quel post non sarebbe tornata, e ha fatto bene. Io le rispondo nel merito. Un meme non intacca e non compromette il lavoro svolto in questi giorni, né quello che ci attende. I pilastri del rapporto tra Italia e Stati Uniti sono sempre gli stessi – l’Alleanza atlantica, la difesa comune, l’intelligence, l’energia – e non si misurano sulle parole, o sui social, di una giornata. Sono legami di istituzioni e di interessi che vengono prima e durano più a lungo di qualsiasi schermaglia. Se mi chiede se quell’animosità può condizionare la posizione italiana, le rispondo di no, e lo dimostra la sostanza. La nostra linea sull’Iran e sulle basi l’abbiamo tenuta con coerenza, rispettando i nostri impegni come fanno le nazioni serie. Lo ha spiegato la stessa Presidente: le scelte si fanno sull’interesse nazionale e sull’unità dell’Occidente, non su come oscillano i rapporti personali. È questo che conta. Tra alleati può capitare di non essere d’accordo, e lo si dice con franchezza, ma la lealtà è una cosa seria, e non va confusa con il rumore di un giorno. Il lavoro va avanti. Da Ankara esce un’Alleanza unita e un’Italia che siede al tavolo a testa alta. Ed è da qui che si riparte.

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