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TematicheCina e Indo-PacificoNarendra Modi, i Sikh e la protesta degli agricoltori

Narendra Modi, i Sikh e la protesta degli agricoltori

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La marcia degli agricoltori e dei contadini indiani ha avuto inizio nell’area agricola più fertile del paese, lo stato del Punjab. Partita come protesta degli agricoltori e dei contadini Sikh è divenuto un moto che pare abbia coinvolto 250 milioni di lavoratori agricoli da tutto il paese. Se per molti l’azione dei Sikh è apparsa ammirevole e di esempio, ad alcuni politici indiani non è piaciuta vedendo in ciò la “solita” ribellione dei Sikh. Per il primo ministro indiano Narendra Modi ha significato la prima “sconfitta” sul campo ed un ancòra di protesta per i sindacati di categoria e per l’opposizione in particolare che da subito ha sfruttato il malcontento popolare.

Lo Stato del Punjab.

Il Punjab è uno Stato federato dell’India con una popolazione di 30 milioni di abitanti, con alle spalle un importante passato sia storico che culturale. È il luogo di nascita nel XV secolo del Sikhismo, considerata la quarta e più giovane tra le grandi religioni, ma per molti in India il Punjab è terra di contraddizioni; terra di santi e di guerrieri, ora eroi, ora terroristi, ma anche esempio virtuoso di high tech, di produzione agricola, di industrializzazione. È lo Stato in India che vanta da decenni un tasso di disoccupazione molto limitato ma ha anche una emigrazione percentuale tra le più alte del subcontinente.

È “la terra dei cinque fiumi”; Punjab significa proprio ciò. Conosciuta come il “granaio dell’India” è considerata l’area più fertile al mondo dovuta alla combinazione tra le acque dei cinque fiumi (Satluj, Bias, Ravi, Chenab e Jhelum) ed il clima steppico. Produce il 2% del frumento mondiale, l’1% del riso, il 2% del cotone, e nel 2019 il 40% della popolazione risultava essere occupata in agricoltura.

La grande ricchezza del paese è anche culturale. In queste terre si sono intrecciate culture e religioni in modo quasi continuo. Il periodo vedico ed epico furono molto prolifici in Punjab, molte delle scritture sacre induiste furono realizzate in questi luoghi. Con la dominazione Moghul, la dinastia indiana di religione musulmana discendente da Tamerlano, l’incontro ed il confronto religioso tra induismo ed islamismo, di fatto portò alla nascita del Sikhismo, una religione nuova, la quale rifiutando la compartimentazione di religioni e caste e predicando l’unicità dell’umanità e di Dio, creò un importante movimento popolare che segnerà da quel momento il futuro e la tradizione stessa del Punjab.

Da Impero a Stato federato.

Divenuto nel tempo un impero con Ranjit Singh (incoronato nel 1801), durante il suo regno si realizzò la massima estensione territoriale, espressione del lungo periodo di resistenza ai Moghul (tra il 1716 ed il 1799). Il territorio si estese dal confine afghano al Kashmir, includendo gli attuali Pakistan, lo Stato del Punjab e dell’Haryana. Una serie di alleanze e di accordi con i britannici ne garantirono anche l’espansione, ma con la morte di Ranjit Singh seguì un periodo di crisi politica che portò infine alla dissoluzione dell’impero nel 1849, occupato dagli inglesi e definito infine “Raj Britannico”.

Con la partizione dell’India nelle due nuove realtà statali nel 1947 (la Sovranità del Pakistan poi Repubblica Islamica del Pakistan e l’Unione dell’India poi Repubblica dell’India), le popolazioni dell’area del Punjab si trovarono coinvolte con quelle del Bengala nel grande movimento di massa che vide lo spostamento di milioni di individui tra i due confini, ma anche di un milione di morti in un momento di forte attrito e scontro interreligioso. Creato lo Stato del Punjab indiano nel 1947, nel 1950 fu nuovamente diviso per la creazione del Patiala, riunito nuovamente al Punjab nel 1956, ma nuovamente destrutturato nel 1966 per la creazione dello Stato dell’Haryana. Le aspirazioni di un grande Punjab nella federazione indiana si infransero, e con un grande passato ancora vicino dal punto di vista temporale le delusioni presero in alcuni casi il sopravvento.

Il separatismo ed i danni sociali.

La politica agricola ed industriale dell’India tra gli Anni ’60 ed ’80 del XX secolo per il Punjab puntò ad una modernizzazione dell’industria e dell’agricoltura. I continui dissapori con il governo centrale a proposito dell’uso e gestione delle acque continuarono a creare attriti che, uniti al malcontento della suddivisione del Punjab portarono alla costituzione di gruppi separatisti. Uno di questi guidato da Jarnail Singh Bhindranwale fu indirettamente responsabile dell’attacco al Tempio d’oro di Amritsar da parte delle forze governative. L’operazione denominata Blue Star del 3 Giugno 1984, si risolse in un lungo scontro a fuoco durato 2 giorni con molte vittime tra i civili. Ciò segnò in seguito (31 Ottobre 1984) l’omicidio per vendetta del primo ministro Indira Ghandi da parte di due sue guardie del corpo Sikh. Da questo evento scaturirono sommosse e violenze nei confronti dei Sikh che portarono alla morte di almeno 10.000 persone in tutto il paese. Dal quel momento per i Sikh in India andò a crearsi lo stereotipo di terroristi.

La riforma agraria.

Tre mesi fa con le nuove leggi di riforma agraria, in particolare sulla liberalizzazione dei prezzi, è nata una protesta pacifica, una marcia su Nuova Dehli partita proprio dal Punjab. Quella che doveva essere la marcia degli agricoltori e dei contadini Sikh è divenuta poi la marcia degli agricoltori e dei contadini indiani. Le fonti parlano di 250 milioni di persone che in vario modo hanno aderito alle proteste, e 2 milioni coloro che hanno marciato verso la capitale indiana. La liberalizzazione dei prezzi dei prodotti agricoli viene contestata poiché dal punto di vista di agricoltori e contadini, andrebbe a favorire le grandi catene di distribuzione, ma ancor più le grandi società e multinazionali dell’agricoltura che possono sfruttare a loro vantaggio i prezzi creando disoccupazione e povertà, e formando di fatto un monopolio. Gli agricoltori, secondo la riforma, dovranno vendere i loro prodotti al di fuori dei Mandis che sono i tradizionali mercati all’aperto e contrattare i prezzi con aziende private. Viene abolito l’MPS ovvero il minimum support price, il prezzo minimo garantito per i prodotti agricoli, cosa che secondo gli agricoltori è il vero problema della riforma, ma che il governo definisce dispendioso oltremodo per le casse statali. Per Modi ed il suo governo le riforme permetteranno di vendere ovunque i prodotti, anche attraverso l’uso della rete ed a prezzi migliori rispetto ai Mandis. Di fatto quanto ciò e possibile? È  difficile poter definire l’efficacia o meno dell’attuale riforma poiché appena varata, ma per agricoltori e contadini che per la stragrande maggioranza (86%) basano la produzione su appezzamenti di qualche ettaro di terreno (media di 2 ettari), la perdita dell’elemento del prezzo minimo è fonte di grande preoccupazione. Una riforma di così grande portata per le nuove tecnologie da usare e le nuove tecniche di compravendita, pare essere difficoltosa per agricoltori e contadini. In particolare diversificare le produzioni dopo decenni dedicati alle monocolture (più redditizie economicamente) quali il frumento o il riso, necessita di rimodulazione non solo nella tipologia di coltura, ma nei mezzi agricoli e tecnologici da impiegare. L’acquisto di nuove attrezzature, la risistemazione dei terreni per accogliere nuove produzioni, l’acquisto di sistemi informatici per la compravendita dei prodotti per molti sono sinonimo di ulteriori indebitamenti.

La difficoltà del governo e l’orgoglio dei Sikh.

Per Modi ed il suo governo la protesta è divenuta un problema politico, le opposizioni hanno approfittato degli eventi cavalcando l’onda del malcontento e facendo forza sui numeri stessi della protesta. Di certo 650 milioni di lavoratori agricoli che si sentono discriminati in un paese dove i numeri decretano la durata o la fine di una carriera politica possono creare pensieri e preoccupazioni. Modi è arrivato ad esprimere dissenso affermando che voler impedire la modernizzazione del paese è come un atto di antinazionalismo contro il popolo e la nazione. Per i Sikh tali osservazioni sono state interpretate come l’idea che Modi ha di essi, ovvero di terroristi. Però in questo momento non paiono offendersi per ciò, e la marcia di protesta viene vissuta dai Sikh come la resistenza ad una ingiustizia. Per essi si rispecchia, la forza e la caparbietà di una società di tradizioni guerriere la quale ha nel codice religioso, morale e culturale la regola che un “Sikh ha il dovere di opporsi alle ingiustizie in difesa dei deboli”. E per i Sikh i deboli sono oggi i lavoratori agricoli di tutta l’India.

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