Difficile immaginare il Natale dove poco più di un anno fa sventolava la bandiera nera di Daesh, l’Isis. Fra la polvere della piana di Ninive in Iraq, Qaraqosh – conosciuta anche con il nome di Bakhdida – soffre ancora per le ferite dell’occupazione islamista: ma in questa città, per la prima volta dopo la liberazione, il Natale è diventato il simbolo dolce-amaro della rinascita.
Per secoli Qaraqosh, distante una quarantina di chilometri da Mosul, è stata una delle enclave del Cristianesimo in Iraq: una delle comunità più antiche al mondo, cresciute storicamente in Mesopotamia e poi spazzate via nell’estate del 2014 dalla furia iconoclasta dello Stato islamico.
Alle porte della città svetta oggi una croce. Qaraqosh è stata riconquistata dall’esercito iracheno il 19 ottobre del 2016, in coincidenza con l’inizio della lunga e difficile battaglia di Mosul. Nell’esercito della liberazione c’erano anche i soldati della Npu, l’Unità per la protezione di Ninive. È una milizia composta solo da Cristiani assiri, addestrati dagli Stati Uniti per liberare le città cristiane dall’occupazione jihadista. È difficile ricordarsi di loro nel vasto panorama dei combattenti del Medio Oriente, ma per queste zone hanno avuto un ruolo preminente.
Prima dell’arrivo di Daesh, nella città vivevano quasi 50.000 persone: molti sono fuggiti in tempo, ripiegando verso Erbil e il Kurdistan iracheno. Nel periodo dell’occupazione, quasi il 90% delle case di Qaraqosh sono state distrutte, le fiamme hanno inghiottito le chiese, le statue del Cristo sono state spezzate e gettate nella polvere. Quando l’esercito è rientrato nella città, l’ha trovata deserta, sfigurata in un cumulo di macerie. Mentre gli occhi del Mondo erano puntati su Mosul – la città dove Abu Bakr al-Baghdadi aveva proclamato la nascita del califfato –, i cristiani iracheni hanno iniziato piano piano a rientrare nella piana di Ninive: oggi un centinaio di famiglie sono tornate a Qaraqosh.
Lo Stato Islamico nel frattempo ha perso ogni residuo di presenza territoriale, tanto che a inizio dicembre il primo ministro iracheno Haider al-Abadi ha dichiarato la “fine della guerra contro Daesh”. Le comunità cristiane in Iraq sanno che per loro i pericoli dell’intolleranza non sono finiti. E sanno anche che ci vorrà molto tempo per ricucire le ferite di una città distrutta. Ma nel frattempo è tornato Natale: nella chiesa distrutta dal fuoco islamista, la comunità cristiana si è ritrovata per il sermone di padre Butros Kappa, il sacerdote della chiesa dell’Immacolata. «Ci sarà la messa di Natale come facevamo in passato – ha detto – ma quest’anno la nostra gioia sarà bagnata dalle lacrime per tutti i nostri fratelli che hanno lasciato l’Iraq. Però ciò che importa è ricordare che, nonostante tutto quello che ci è successo, noi siamo ancora qui».

