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Polo sud lunare: il nuovo “west” della geopolitica spaziale, e non solo

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Negli ultimi anni la Luna è tornata al centro dell’attenzione e del desiderio delle principali agenzie spaziali mondiali che hanno così direzionato verso di essa i loro più ambiziosi – e costosi – programmi di esplorazione spaziale. L’intento, questa volta, non è solo quello di tornarci, bensì di restare stabilendo avamposti abitabili permanenti sulla sua superficie. Il posizionamento di questi ha però riacceso una serrata corsa all’individuazione ed alla conseguente appropriazione delle più importanti risorse naturali. Risorse abbondanti, ma tutt’altro che uniformemente distribuite. Ad oggi, la quasi totalità dei siti più promettenti  -localizzati peraltro a pochi km di distanza l’uno dall’altro- risiedono al polo Sud Lunare, il nuovo “territorio di frontiera” della moderna geopolitica spaziale. 

Alla ricerca di un posto sulla Luna

Nel 1911 il norvegese Ronald Amundsen batté -seppur di poco- l’inglese Robert Scott raggiungendo per primo il Polo Sud terrestre. Come per tante altre imprese che segnarono la storia del XX secolo, quella fu straordinariamente degna dei migliori romanzi di avventura, nonché fonte ispirazione per tutto il mondo scientifico. A poco più di cento anni di distanza, assistiamo ad una competizione analoga, se non fosse che questa volta il Polo Sud in questione è quello lunare, ed i contendenti non sono “solo” due straordinari avventurieri, ma le maggiori potenze spaziali del pianeta. La posta in gioco va al di là del semplice prestigio e spirito pioneristico di riportare l’uomo sulla Luna. L’obiettivo principale è infatti quello di stabilire avamposti abitativi permanenti (outspots). Per rendere sostenibile tutto questo, prima ancora dello sviluppo delle necessarie tecnologie, la vera partita si gioca sull’individuazione e sulla successiva appropriazione delle risorse naturali presenti in loco, fondamentali per il sostentamento continuativo della vita per lunghi periodi in un ambiente in cui la vita non può certo sostenersi naturalmente. 

La corsa all’individuazione delle risorse lunari è iniziata in realtà più di 30 anni fa. Dalla fine delle missioni americane “Apollo” e delle sovietiche “Luna”, è stata infatti la missione giapponese “Hiten” del gennaio 1990 la prima missione spaziale votata interamente all’esplorazione del suolo e del sottosuolo lunare. Missione seguita, nel 94, dall’americana “Clementine”: la prima missione attraverso la quale gli Stati Uniti, di fatto, iniziarono a re-interessarsi alla Luna. È solo dagli anni 2000 che divampa però la fiamma del ritrovato interesse per l’esplorazione lunare. La stessa che vede, oggi, le principali agenzie spaziali mondiali competere non solo sul piano tecnologico ma anche -e soprattutto- su quello geopolitico per assicurarsi un posto sulla Luna. Dall’inizio degli anni 2000 ad oggi, nel generale apparente disinteresse, sono state ben 12 le missioni internazionali votate all’individuazione ed alla -quanto più possibile accurata- caratterizzazione delle risorse lunari: una missione ogni due anni, o quasi. Metà o quasi di queste missioni -5 in particolare- sono state condotte dall’agenzia spaziale cinese (CNSA) la quale, attraverso il suo serratissimo programma di esplorazione lunare (Chang’è), ha raggiunto in brevissimo tempo risultati tecnologici e scientifici di straordinaria rilevanza. In particolare, si ricorda la missione Chang’è-4 (2018) con la quale la Cina è divenuta la prima ed unica nazione -ad oggi- ad essere atterrata con successo sul “lato nascosto” della Luna, e la successiva Chang’è-5 (2020), che nello scorso mese di gennaio ha riportato con successo sulla Terra campioni di suolo lunare, per la prima volta dall’ultima missione sovietica Luna-24 del 1972. Missioni che proiettano la Cina nel ristretto novero delle più avanzate potenze spaziali in grado di poter autonomamente rivendicare un posto di primo piano per l’approvvigionamento e lo sfruttamento delle risorse lunari. 

Gli Stati Uniti con “sole” tre missioni non hanno tenuto il passo del “dragone” pur avendo confermato, nel novembre dello scorso anno, l’importantissima scoperta della presenza di vasti depositi di acqua -allo stato solido- sulla superficie della Luna. Segue poi l’India con le due missioni di mappatura e rilevamento Chandrayaan-1 e 2, mentre molto defilata e senza alcuna valida ed indipendente strategia di esplorazione lunare, chiude l’Europa con la sonda SMART-1, lanciata dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA) nel lontano 2003. 

Per capire quanto la Luna sia al centro delle strategie delle più importanti agenzie spaziali mondiali, considerando anche il mutato – o forse – moderno assetto del settore spaziale mondiale con il sempre più importante consolidamento di attori privati o “commerciali”, per il decennio 2020-2030 le missioni previste verso il nostro satellite saliranno ad un ritmo di dieci all’anno. Missioni che, rispetto alle precedenti, non saranno più votate alla sola individuazione delle risorse lunari, bensì all’iniziale dispiegamento di assets robotici per raggiungere ed estrarre campioni di queste dando il via -in prossimità di esse- alla realizzazione degli “outposts” permanenti. Per il solo 2021, sono 5 le missioni ai cancelli di partenza. Tutte prevedono il dispiegamento di assets robotici in punti chiave della superficie lunare, la dove si concentrano le più importanti risorse lunari come acqua, ossigeno, minerali o come l’elio-3 (3He): il combustibile per -chissà- le futuristiche tecnologie di fusione nucleare.

Perché il Polo Sud?

Grazie alle straordinarie scoperte scientifiche degli ultimi due decenni, oggi si è in grado di affermare con certezza che le risorse lunari non sono uniformemente distribuite, al contrario: esse sono fortemente localizzate. I siti lunari -o porzioni di superficie lunare- di interesse da parte delle maggiori potenze spaziali risultano essere in numero fortemente limitato e distribuiti in aree di pochi km di estensione. Questo deriva dal fatto che, soprattutto per i siti individuati come “potenziali” per la costruzione di avamposti abitabili permanenti, essi devono possedere alcune specificità. Ognuna di queste porta con sé potenziali implicazioni in termini di “affollamento” e -quindi- di interferenza tra i vari soggetti interessati a prenderne possesso e per primi. 

Tra i siti di maggior desiderio ci sono i cosiddetti “Picchi di luce eterna”. Queste sono aree della superficie lunare che, in virtù della combinazione tra la particolare conformazione del terreno e la geometria dell’orbita Luna-Sole, risultano essere costantemente illuminate. Infatti, l’elevazione del terreno (da qui “i picchi”) fa si che in alcune zone l’orizzonte risulti essere sufficientemente “basso” permettendo di essere così costantemente irradiate dalla luce solare, a meno di qualche decina di ore d’ombra all’anno. Tali settori risultando quindi di fondamentale importanza per il dispiegamento e l’installazione di opportuni “assets” in grado di immagazzinare e quindi poi distribuire l’energia solare. Essi non solo risultano fortemente localizzati in prossimità dei poli lunariPolo Sud, in particolare– ma hanno anche estensione limitata (< 10 km). In aggiunta, essendo queste delle zone a fonte di energia illimitata, in esse non si sperimenterebbero nemmeno le drastiche condizioni ambientali delle “notti lunari”, dove la temperatura superficiale esterna può raggiungere anche i -180 °C. Temperature che mettono a dura prova la sopravvivenza degli stessi assets robotici, i quali dovrebbero essere progettati di conseguenza a complessità e costi maggiori prevedendo -ad esempio- l’utilizzo di energia nucleare a bordo per mantenersi “caldi” durante le circa due settimane di durata delle notti lunari. In queste aree, le agenzie spaziali prevedono di installare vere e proprie “torri di pannelli solari” che – grazie anche alla ridotta gravità, assenza di attività sismica atmosfera- potrebbero raggiungere altezze dell’ordine del chilometro. Le rispettive ombre però potrebbero proiettarsi per diversi km impattando potenzialmente le attività robotiche ed umane di siti adiacenti, instaurando quindi la nascita di potenziali dispute e controversie. 

Gli altri siti di estremo interesse sono le cosiddette “cold traps”: quelle porzioni di suolo lunare contenute all’interno dei crateri, e quindi rimaste in ombra -a temperature anche inferiori ai -180 °C- per milioni di anni, intrappolando all’interno preziose risorse come l’acqua, presente in abbondanza dentro di essi sotto forma di ghiaccio (permafrost). Ghiaccio che, come confermano le rilevazioni satellitari, potrebbe essere presente in abbondanza anche nel rispettivo sottosuolo. Anch’essi risultano essere fortemente localizzati al Polo Sud lunare, là dove la stessa NASA, lo scorso 26 ottobre 2020, ha confermato la presenza di importanti riserve di acqua. Le stime parlano di miliardi di tonnellate di ghiaccio, quantità sufficiente a sostenere una intera città di milioni di persone per circa cento anni. Dalle stesse rilevazioni satellitari, si è anche potuto “osservare” come alla base di alcuni di questi crateri, le temperature scendono fino a -230 °C: prossime allo “zero assoluto”. A tali temperature non è solo possibile trovare acqua allo stato solido, ma anche l’ossigeno. Due principali risorse che fanno questi siti di importanza strategica per l’installazione, l’espansione ed il mantenimento operativo delle future basi lunari. Terza tipologia di siti di interesse per l’installazione di basi lunari permanenti sono le -cosiddette- “caverne lunari”. Queste depressioni del terreno, qualora accessibili ed esenti da crolli, potrebbero fornire uno straordinario rifugio dove proteggere gli astronauti dalle radiazioni solari e dal possibile impatto di meteoriti. Ad oggi, 221 di queste “caverne lunari” di interesse sono state censite, alcune delle quali si presuppone siano la “porta di accesso” a veri e propri canali sotterranei scavati da antica attività lavica. Le più interessanti ed oggetto del desiderio delle maggiori potenze spaziali sono quelle –poche- unità, estremamente rare, quindi, situate nelle vicinanze di importanti giacimenti di risorse naturali come appunto: acqua, ossigeno e “picchi di eterna luce”. Acqua, ossigeno ed energia illimitata sono tuttavia solo alcune delle più importanti risorse lunari alle quali le agenzie spaziali stando dando la caccia. Tra di esse figurano anche quelle minerarie. Sono infatti anche di estremo interesse quelle porzioni di suolo lunare “ricche” di elementi come Torio ed Uranio che, una volta estratti (attività di “mining”), sarebbero utili per la produzione di combustibile nucleare. Sono solo 34 i siti ad oggi individuati sulla superficie lunare ricchi di questi due elementi, per un totale di poco meno di 80 km di estensione. Discorso simile, ed altrettanto strategico, per le cosiddette “terre rare” abbondanti in alcune zone della superficie lunare come l’Oceanus Procellarum: il sito di atterraggio della sonda cinese Chang’è-5, la prima ad aver riportato sulla terra campioni di suolo lunare dopo oltre 40 anni. Un fatto questo che sembra essere sfuggito ai più, ma che invece posiziona la Cina in vantaggio sugli altri attori spaziali. 

Chi prima arriva, meglio alloggia?

È altamente probabile che nel prossimo decennio si assista ad un potenziale incremento di controversie per assicurarsi le più preziose risorse lunari. Obiettivo che, con altrettanta probabilità, sarà un ulteriore incentivo alle più creative interpretazioni di quello che attualmente è l’unico trattato internazionale applicabile in materia: l’Outer Space Treaty (OST) del 1967. Interpretazioni che sono già realtà come nel caso degli Artemis Accords, attraverso i quali gli Stati Uniti puntano al superamento normativo e legislativo anche del trattato OST. Iniziative che hanno portato ad una profonda “spaccatura” del clima di collaborazione che da più di 20 anni a questa parte ha sempre contraddistinto buona parte delle attività spaziali. Lo Spazio è -o forse ormai dovremmo dire era- l’unica dimensione in cui nazioni anche fortemente contrapposte sulla Terra riuscivano a trovare unità di intenti, generando grande progresso scientifico e tecnologico per l’intera umanità. Nell’OST viene anche definito che, qualora l’attività di un soggetto possa causare una interferenza dannosa per le attività di altri Stati, le parti possono autonomamente avviare le relative e necessarie consultazioni per ovviare alla questione. Contraddittorio che negli Artemis Accords verrebbe invece meno, essendo gli Stati firmatari sotto la completa guida politica-decisionale degli Stati Uniti che, in maniera indiretta, deciderebbero non solo modalità e tempistiche di utilizzo di un dato sito lunare, ma financo il suo completo accesso o relativa interdizione

Considerando l’alto numero di missioni in programma per il prossimo decennio, nasce proprio da qui il rischio che i soggetti operanti potrebbero invocare le loro attività di ricerca come una -se non “la”- giusta causa per cercare di escludere da aree ad esse limitrofe le attività di altrui Stati o soggetti competitori, in quanto rappresentanti “forti rischi di interferenza”. La nascita di controversie circa il vero e corretto significato dell’articolo IX dell’OST sulla “reciproca considerazione” saranno tanto più accentuate, tante più missioni si concentreranno proprio su quelle poche decine di siti lunari in cui sono concentrate ampie quantità di risorse strategiche. Motivo per cui è ormai sempre più necessario convergere su una risoluzione internazionale che, all’atto di oggi, per simili controversie, non esiste. Controversie legate sia ai “diritti di accesso” che a quelli di  “esclusione” e “sfruttamento”. Il ridotto numero e le ridotte estensioni dei siti lunari, unite al significativo numero di missioni lunari previste per il prossimo decennio, fa presagire proprio un quadro preoccupante fatto di affollamento e conseguente forte interferenza tra le attività dei diversi Stati nelle regioni del Polo Sud lunare, pur avendo a disposizione la quasi totalità della superficie della Luna stessa.

Senza sollevare questioni etiche sulla preservazione dell’ambiente lunare, i siti in cui sono localizzate queste risorse potrebbero essere significativamente alterati (mining) anche in un modo che, oltre a servire per i propri scopi, miri al sabotaggio dei piani di altri. Sia per questioni legate all’accaparramento di importanti risorse naturali che per scopi scientifici, esiste infatti il potenziale rischio che le potenze dominanti provino a creare delle “zone di accesso esclusivo” erigendo veri e propri confini fisici come recinzioni. Dispositivi che secondo l’OST non possono essere invece eretti perché al solo scopo di “escludere” attori terzi dichiarando quindi una sorta di sovranità su quelle regioni di suolo lunare. Recinti o confini che potrebbero comunque essere eretti in maniera indiretta, ovvero disponendo in cerchio -ad esempio- pannelli solari e relativi “accumulatori di energia” (come batterie) creando così una sorta di “cordone di sicurezza” attorno alle risorse di interesse, interferendo se non addirittura precludendo del tutto l’accesso ad altri eventuali “assets robotici” e conferendo il “primato assoluto” al primo arrivato. Situazione che porterebbe alla progettazione di nuovi dispositivi robotici in grado di “superare” tali limitazioni imposte alla loro movimentazione e che, in generale con ogni probabilità, porterebbe anche ad una corsa agli armamenti o di misure e contromisure. 

In questo senso, esiste un precedente seppur recente: gli Artemis Accords. Per quanto questi vengano dichiarati “in linea” con il rispetto degli accordi internazionali sottoscritti dal Governo degli Stati Uniti, attraverso di essi e per il tramite della NASA, esso ha istituito la creazione di “zone di sicurezza” al fine di preservare i siti di atterraggio delle missioni Apollo 11 e 17, rispettivamente: prima ed ultima missione umana -fino ad oggi- sul nostro satellite. I due siti sono dichiarati “off-limits” attraverso l’autonoma istituzione di veri e propri “close proximity limits” e di una “no-fly zone”, quest’ultima votata sia alla completa interdizione di qualsiasi attività di volo da e verso la superficie della luna in un raggio di almeno 2 km, sia al sorvolo (overflight) da parte di altre sonde dei siti stessi. Esiste anche un altro esempio di “interdizione dalle attività” tra attori privati competitori sotto la stessa bandiera. È il caso della società privata Bigelow Aerospace che, nel lontano 2013, presentò un progetto di habitat lunare includendo la definizione di una zona di operazioni vietata non solo ad entità straniere ma anche americane. Questi precedenti confermano come i diversi progetti di costruzione e sfruttamento delle risorse lunari possano portare anche alla costruzione sulla superficie di strutture -attorno ad esse- votate a limitare -se non interdire del tutto- l’accesso di altri in questi siti. Potenziali controversie che, ad oggi, potrebbero essere altresì aggravate da una eventuale mancanza di volontà dei diretti competitors di procedere nelle “dovute consultazioni” presso il Committe on the Peaceful Uses of Outer Space (COPUOS) delle Nazioni Unite. Struttura legislativa che sarebbe quindi opportuno sviluppare prima che qualcosa succeda sul campo.

Problemi simili, ma soluzioni vecchie.

L’approccio al problema, sia da un punto di vista politico che pratico -ovvero lo sviluppo di assets specifici per affrontare tali situazioni- è in linea con gli stessi meccanismi di governance utilizzati per risolvere controversie simili sulla Terra e dove -è bene ricordarlo- non sono rari gli episodi in cui è stato adottato l’utilizzo di “misure di forza”. L’OST è molto chiaro: le risorse dei corpi celesti, qualsiasi esse siano, sono classificate come “res comuni” e nessuno stato o attore privato può rivendicarne la sovranità o proprietà. Il (generico) singolo non ha alcun tipo di giurisdizione riconosciuta. 

Situazioni simili a quelle spaziali esistono, per contro, proprio sulla Terra. Ne è un esempio la questione relativa alle risorse sui fondali marini ovvero quelle risorse posizionate oltre la “colonna d’acqua” dei rispettivi mari territoriali di competenza delle singole nazioni, così come l’Antartide, altra terra di frontiera fortemente condivisa. La risoluzione (terrestre) di queste controversie ed il relativo parallelismo con le medesime tematiche spaziali, possono essere fortemente istruttive per evitare che il “nuovo far west” -il Polo Sud lunare- diventino, col tempo, sempre più un terreno di scontro e non di scoperta e progresso scientifico. La comunità internazionale, in particolare le principali agenzie spaziali, deve trovare il giusto assetto per la definizione di regole condivise al fine di evitare la mancata corrispondenza tra “l’interesse collettivo” (ricerca e progresso scientifico per il bene ultimo di tutta l’umanità) nel sostenere una risorsa condivisa e finita, con “l’interesse privato” di singoli individui, quali nazioni o semplici attori commerciali. 

Se è pur vero che per limitare se non evitare del tutto- possibili controversie la massimizzazione delle risorse deve progredire verso una condivisione delle risorse stesse, questo apre ad un secondo capitolo altrettanto importante e spinoso: il problema del sovra-sfruttamento delle risorse stesse ed il loro relativo rapido esaurimento. Soluzioni? Poche e vaghe. Al momento esistono due possibili filoni. Il primo, verte sulla definizione di “modelli di privatizzazione” dei siti lunari, un approccio però in netto contrasto con i vigenti trattati internazionali ma, in qualche modo, allo stato embrionale con l’emanazione da parte americana degli Artemis Accords. Il secondo, puramente teorico, consisterebbe nel tentativo di definizione di una -o più- istituzioni riconosciute che applichino una serie di “normative condivise” che aiutino e coordinino il superamento di eventuali fallimenti dell’azione collettiva per la gestione delle risorse comuni. 

La strada è in salita, ed il rinnovato clima di competizione -e non di collaborazione- tra le principali potenze spaziali non aiuta certo a trovare un compromesso comune necessario, non per il bene di una o dell’altra parte, ma dell’umanità stessa. 

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